Il caso

Infrastrutture digitali, quando lo Stato tassa sé stesso

L'italia e quel curioso caso dove se un comune che voglia infrastrutturarsi collegando in fibra ottica tutte le proprie sedi sul territorio, deve richiedere l’autorizzazione se il cavo transita su piazze o strade e pagare annualmente un tanto allo stato. Altrimenti? Salate sanzioni.

di Antonio Prado |

Le infrastrutture tradizionali di questo Paese cadono a pezzi. La recente cronaca tratteggia un quadro impietoso: ponti crollati, strade malconce, tubature arruginite. Se da una parte dunque occorre occuparsi rapidamente della manutenzione sull’esistente, dall’altra è imperativo innovare e portarsi avanti.

 

Tra l’altro ce lo chiede l’Europa e, stavolta, diamole retta senza protestare: l’Italia deve dotarsi massicciamente di infrastrutture digitali. Le nuove autostrade a sei corsie sono i cavi in fibra ottica che devono, quanto più capillarmente possibile, innervare il nostro territorio.

 

Come la pubblica illuminazione, la fognatura, il verde e i parcheggi, anche le infrastrutture digitali devono diventare un elemento essenziale delle opere di urbanizzazione e anzi, i comuni d’Italia, dovrebbero per regolamento esigerlo su tutte le lottizzazioni.

 

Ma ecco che ci avviciniamo al dunque. Cosa fa lo Stato se un Comune stende fibra ottica nel proprio territorio? Difficile a credersi, ma gli chiede autorizzazioni e tasse.

 

La legge

 

Procediamo con ordine. Il Codice delle comunicazioni elettroniche, norma del 2003, concede al privato che volesse tirare un cavo in fibra ottica tra due suoi capannoni posti sullo stesso fondo la piena facoltà di procedere.

 

Tutto cambia se, però, il cavo debba attraversare una strada o un fondo altrui. In questo caso la legge impone al privato di richiedere una autorizzazione al Ministero dello sviluppo economico, a quantificare gli apparati che verranno serviti dal cavo e, di conseguenza, a versare una cifra proporzionale nelle casse dello Stato tutti gli anni.

 

Vista così non desta poi un gran stupore. La sorpresa invece sta nel fatto che le articolazioni dello Stato sul territorio sono soggette allo stesso trattamento.

 

Cioè il Comune che voglia infrastrutturarsi collegando in fibra ottica tutte le proprie sedi sul territorio, generando tra l’altro un risparmio e migliorando l’efficienza dei servizi ai cittadini, deve richiedere l’autorizzazione se il cavo transita su piazze o strade e pagare annualmente un tanto. Altrimenti? Salate sanzioni.

 

La sentenza

 

È evidente che si tratta di un cortocircuito istituzionale e, in effetti, se ne è accorta recentemente anche l’autorità giudiziaria amministrativa la quale, con una sentenza, ha riconosciuto illegittime le sanzioni irrogate al Comune di Bolzano che era stato pizzicato dalla Polizia postale senza autorizzazione ministeriale a tirare fibra sotto le strade della città.

 

Il giudice amministrativo ha infatti scritto che anche se la rete attraversa opere permanenti quali strade, piazze, parcheggi ecc. utilizzabili da tutti i privati cittadini, questo non significa che tali opere possano essere considerate “fondo altrui”.

 

Il nodo sta proprio qui: poiché le strade cittadine vengono usate da chiunque, l’interpretazione restrittiva della norma porta a definirle “fondo altrui” rispetto alla sede del Municipio. Il TAR ha invece chiarito che l’utilizzo esclusivo da parte dell’Amministrazione comunale, proprietaria delle strade, non contrasta con la possibilità che questa ne consenta l’uso da parte dei cittadini.

 

Quindi secondo questo orientamento giurisprudenziale il comune può liberamente procedere senza gabelle. Ma si sa che in Italia le sentenze non fanno la legge e, infatti, alcuni uffici periferici del Ministero si sono affrettate a emanare circolari e chiarimenti in senso diametralmente opposto.

 

È urgente ora più che mai la più importante delle innovazioni: svecchiare la norma, scrivere regole chiare e sensate che promuovano lo sviluppo anziché imbrigliarlo, difendere e finanziare chi agisce sul territorio.

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