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In memoria di Matteo Cecconi: a proposito del libero web e delle sue crescenti patologie

Il lettore attento del più diffuso quotidiano italiano ovvero del “Corriere della Sera” (238mila le copie “pagate” ogni giorno, tra cartacee e digitali, dati Ads del marzo 2021) avrà notato oggi che due pagine dell’edizione su carta sono state dedicate a due eventi/notizie apparentemente sganciate tra loro.

Una pagina pubblicitaria di Facebook Italia, che propone visivamente una rete di diecimila puntini, su un candido sfondo azzurro, che viene così commentata: “Per ogni 10.000 visualizzazioni di contenuti sulla nostra piattaforma… (i puntini di sospensione non sono i classici 3, bensì giustappunto diecimila, nota del redattore) Abbiamo ridotto l’incitamento all’odio a 6”. E si chiude con “non lasciamo spazio all’odio” (pag. 16 del “Corriere” di oggi).

Qualche pagina dopo, rubricata tra le “Cronache”, una pagina intera, ben curata, firmata da Giusi Fasano e Andrea Priante, così intitolata: “Matteo e il veleno bevuto in chat: nessuno lo ferma, ‘Buon viaggio’”. Sottotitolo: “Il suicidio a Bassano. Il padre: siti da vietare” (pag. 21 del “Corriere” di oggi).

Si tratta di due facce della stessa medaglia (teoria e pratica del web) ed un evento così drammatico – qual è un suicidio stimolato dal web – deve provocare una riflessione, a livello di psicologia, di sociologia, di senso civico ovvero di comunità. Ed anche rispetto alla sacrosanta libertà di opinione.

Un evento che riteniamo sintomatico di un malessere strisciante ma ancora “low profile” (almeno dal punto di vista della sensibilità mediale), di cui la comunità italiana (inclusa la “comunità educante” per definizione, ovvero un’agenzia di socializzazione primaria qual è la scuola) non ha ancora adeguata coscienza.

E le istituzioni assistono inerti, o con interventi di “educazione al digitale” che appaiono veramente palliativi.

Il padre: “oltre l’orribile umano”

La vicenda risale ad aprile scorso, ed è stata oggetto di una attenzione mediatica non all’altezza della gravità del caso: sarebbe facile archiviare questo suicidio come un semplice caso di “pazzia”, come s’usa spesso fare nel caso del “raptus” omicida… Nel caso in questione, si tratta comunque di un caso di “lucida follia”, dato che il giovane ha lasciato una lettera univoca, nella quale annuncia la propria decisione dichiarando a padre e madre “non datevi colpe che non avete, ho dissimulato molto bene. Siete stati i genitori migliori che potessi desiderare”.

Il 26 aprile 2021, Matteo Cecconi decide di interrompere il suo tracciato terrestre ingerendo nitrito di sodio. La decisione è stata senza dubbio stimolata dal sito “Sanctioned Suicide”, una “community” internazionale con ben 17mila iscritti in tutto il mondo, di cui molti in Italia.

Ha dichiarato il padre, Alessandro (educatore): “mio figlio era iscritto a quel sito da un paio di settimane. E la mattina della tragedia era collegato con quella community. C’erano circa 10 utenti collegati insieme a lui, tutti lo hanno sostenuto nel suo intento. Gli hanno scritto messaggi come: “È la cosa giusta”, “Vai fratello, troverai la pace”. È una cosa che va molto oltre la follia, oltre l’orribile umano”.

La vicenda è complessa: il giovane suicida, 18 anni, viene descritto come un ragazzo tranquillo, che frequentava il quarto anno di un istituto tecnico industriale di Bassano del Grappa… non era un “diverso”, (o così non veniva percepito – almeno secondo tutte le ricostruzioni giornalistiche – come dalla sua comunità). Insomma, non era certamente un ragazzo vittima di bullismo. Scrive il “Corriere”: “bello e popolare a scuola, eletto rappresentante d’istituto, stava organizzando le vacanze, si era trovato un lavoretto estivo, amava Tolstoj ed i grandi classici”.

Non staremo qui a sostenere che esista un nesso “causa-effetto”, nella vicenda di Matteo: il suo malessere esistenziale si annidava nel profondo della sua psiche, e forse il sito web lo ha semplicemente amplificato, ovvero lo ha paradossalmente stimolato e “normalizzato”…

Riteniamo che l’atto suicidario non debba essere “demonizzato” in sé (sull’argomento, non si può non rimandare a James Hillman, ed al suo controverso “Il suicidio e l’anima”, edito da in Italia nel 2014 da Adelphi), ma vada compreso ed analizzato. Anche a scuola. Non per inibire il libero arbitrio (finanche il “diritto al suicidio”?! si ricordi che in Italia il suicidio non è considerato un reato, mentre lo sono l’istigazione o l’aiuto al suicidio, come da articolo 580 del Codice Penale…), ma per stimolare in ognuno una riflessione critica, libera da pregiudizi e tabù. Disagio e diversità sono concetti-chiave, da conoscere e studiare, per comprendere come la società possa essere più inclusiva ed accogliente.

“SanctionedSuicide”, libero forum sul suicidio: sito web con 18mila utenti registrati in tutto il mondo

Il sito web in questione è lo stesso utilizzato per essere guidati verso la fine dai due ragazzi laziali, che hanno trovato la morte nello stesso modo di Matteo, a dicembre e febbraio scorsi.

Si tratta di morti sulle quali la Procura di Roma ha avviato un’inchiesta per istigazione al suicidio, che ha portato al blocco delle pagine internet, come segnalato da Francesca Cavedagna ieri l’altro (8 giugno) dal “Giornale di Vicenza”.

Il quotidiano online “Open” scriveva però ancora ieri mercoledì 9 giugno che, al di là del provvedimento di oscuramento, il sito in questione è ancora raggiungibile: abbiamo tentato pochi minuti fa e così non è, non almeno all’indirizzo https://sanctioned-suicide.org/ (insomma, non è accessibile da un computer localizzato in Italia… non è accessibile per un utente normale che non abbia particolari conoscenze informatiche per bypassare questi filtri…).

Il sito contava, a ieri, 17.818 utenti e 1.178.329 di messaggi.

È un “forum”, il cui messaggio iniziale recita: “Benvenuto su SanctionedSuicide, una community a favore della discussione su suicidio e malattia mentale”.

Nelle chat, vengono poste domande di ogni tipo: da quali sostanze utilizzare per togliersi la vita, a come rendere invisibili le tracce di un farmaco piuttosto che un altro agli occhi dell’autopsia…

La schermata è divisa in tre sezioni: nella prima, gli utenti si ritrovano per scambiarsi consigli su come mettere fine alla propria vita; la seconda è dedicata a una sorta di sportello d’ascolto per ricevere supporto e aiuto nel caso si stesse pensando al suicidio o si voglia fare chiarezza sui propri disturbi mentali. La terza è denominata “Off topic”: è un contenitore in cui si discute di musica, film, videogame…

Il sito in questione si pone, insomma, come libero “forum di discussione a favore del suicidio”.

Nel regolamento del sito, è scritto che la “community” è cosiddetta “pro-choice”: “Pro-choice significa che non ti incoraggiamo a fare nulla. Sosteniamo il tuo diritto di vivere la tua vita al massimo, così come il tuo diritto di porre fine alla tua vita, se questo è ciò che desideri sinceramente. Forniamo uno spazio sicuro per discutere il tema del suicidio senza la censura di altri luoghi, nonché una comunità che può capirti e lasciarti essere te stesso senza giudicarti o costringerti a fare nulla. Puoi usare questo forum per sfogarti, parlare con persone che la pensano allo stesso modo, condividere le tue esperienze o per entrare in empatia e offrire parole gentili ad altri che potrebbero averne bisogno. Tutti abbiamo bisogno e meritiamo amore ed empatia”.

Il fenomeno ovviamente ha sviluppi a livello planetario: nel febbraio del 2020, nel Regno Unito ha provocato un ampio dibattito un caso simile, quello di Callie Lewis, anche se – in quel caso – si è trattato di una ragazza affetta dalla sindrome di Asperger (e qui ci si collega al nesso diversità/disagio che evocavamo supra). Anche Callie frequentava questi siti “tossici”, ovvero i “suicide website”…

Quel che appare incredibile è che un atto di suicidio annunciato viene osservato – in chat – da una decina di esseri umani senza che intervengano: da un lato dello schermo, c’è un ragazzo morente; d’altro, dieci spettatori passivi, che sembrano condividere la sua decisione, e nulla fanno per intervenire (forse, sarebbe bastata una telefonata al 118, per interrompere questo percorso…).

In questi siti, entravano in contatto ragazzi tutti legati dal comune interesse di trovare supporto concreto e morale nel portare a compimento propositi suicidari. Precisano gli inquirenti romani: il supporto veniva offerto agli inscritti attraverso l’interlocuzione diretta con soggetti in grado di fornire indicazioni utili su come trovare la morte mediante ingestione di salnitro, sostanza in libera vendita che, assunta in determinate quantità, diventa tossica per il corpo umano causando la morte in quanto inibisce il trasporto di ossigeno…

Le indagini, affidate alla sezione di Polizia Giudiziaria, sono state avviate proprio a seguito dei decessi di Fabio Gianfreda e Paolo, entrambi giovani di 19 anni, morti in strutture ricettive del Lazio, dopo aver ingerito nitrito di sodio.

I due ragazzi, che non si conoscevano, erano iscritti allo stesso sito internet di Matteo Cecconi, che, secondo la Procura di Roma (che ha quindi unito assieme i fascicoli dei due procedimenti), era frequentato anche da una persona in grado di offrire una letale consulenza sul supporto farmacologico e la dieta da intraprendere qualche giorno prima dell’atto finale, per non vomitare la sostanza tossica ingerita e consentire alla stessa di sviluppare tutto il suo effetto venefico…

Non solo. Come è stato per Matteo, le “guide” e gli “iscritti” accompagnavano via chat le vittime sino agli istanti immediatamente precedenti la morte.

Per questa ragione, la Procura di Roma ha emesso il provvedimento che, almeno nel territorio italiano, inibisce a chiunque l’accesso al sito, e proseguono le indagini, anche di natura tecnica, al fine di risalire all’identità di tutti coloro che a vario titolo, sono coinvolti.

Una “carta di identità digitale” per responsabilizzare i naviganti del web?

Il papà di Matteo ha dichiarato: “è solo il primo passo. Ci sono altri siti come quello. E altri ne nasceranno. Il web deve essere controllato da norme severe e capillari”. E propone anche l’istituzione di una “carta di identità digitale”, che, a parer suo, sarebbe “l’unica strada per responsabilizzare e controllare i naviganti della rete”.

Il “Corriere” di oggi sostiene però che, nei messaggi dei 10 utenti che hanno assistito passivamente al gesto annunciato, anzi hanno manifestato su web commenti di “accompagnamento” al gesto suicida di Matteo, non ci sarebbe una frase una che possa essere interpretata come istigazione al suicidio, e la Procura di Vicenza parrebbe orientata a chiedere l’archiviazione del caso…

Ieri 9 giugno, Alessandro Niti su “il sussidiario.net” rimarca come il gesto sia avvenuto allorquando il giovane Matteo era ancora costretto a lezioni in modalità “dad”, e naturale sorge il quesito: si tratta di uno di quei sucidi ascrivibili alle conseguenze della pandemia, ovvero alla gestione governativa della stessa?!

Non ci risulta essere stato pubblicato in Italia uno studio scientifico (ovvero validato metodologicamente) sull’incremento dei casi di suicidio durante il “lockdown”, eppure siamo convinti che le conseguenze psico-sociali della pandemia siano state sottovalutate dal Governo, fin dalle prime settimane della diffusione del Covid-19. Si ricordi che in Italia si tolgono la vita ogni anno circa 4.000 persone.

Ci piace segnalare che siamo stati tra i primi, in Italia, a segnalare il sottodimensionamento di queste dinamiche di malessere strisciante e crescente, in parte determinate dalla cattiva gestione della pandemia, sia dal punto di vista sanitario, sia dal punto di vista comunicazionale: ci limitiamo qui a rimandare a quel che scrivevamo l’11 aprile 2020 sul quotidiano “il Riformista”, con un articolo dal titolo ben emblematico: “Covid, c’è un’altra emergenza: quella psico-sociale”. Questione che abbiamo affrontato poi molte volte su “Key4biz”, seguendo per mesi le conferenze stampa del Comitato Tecnico Scientifico della Protezione Civile, denunciando il deficit di sensibilità rispetto alle critiche tematiche psico-sociali provocate dalla gestione governativa della pandemia…

Assenza di intervento delle istituzioni, rispetto a siti criminogeni, dall’hate speech alla pornografia: Agcom e Agia silenti di fronte ai veleni del web?!

Allorquando emergono casi così sintomatici – che rappresentano veramente la classica punta dell’iceberg (basti pensare alla vicenda dei 2 bambini suicidi, nel gennaio scorso, per una assurda gara di imitazione su TikTok, presto dimenticata) – ci si attenderebbe un intervento, concreto ed efficace, delle istituzioni e delle autorità preposte: eppure, ci sembra che notizie così gravi non abbiano provocato alcuna presa di posizione o reazione pro-attiva da parte dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) o da parte dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (Agia). C’è stata una qualche timida iniziativa di ricerca e finanche qualche “comitato” o “tavolo” di discussione, ma lì ci si è fermati…

Ed anche il Parlamento, su queste tematiche, ci sembra piuttosto sonnolento…

Incredibile, ma vero.

Stessa inerzia delle istituzioni – come abbiamo denunciato più volte anche su queste colonne – in materia di libero accesso alla pornografia su web. Nessun filtro, e libero accesso anche ai minori. Con l’ipocrisia di un ipotetico controllo dell’età di accesso alle piattaforme “social” che suscita ilarità (e tristezza) nei più…

Le iniziative di ascolto, di assistenza, di “help”, poi, sono poche, e non adeguatamente sostenute dallo Stato.

E rispetto a fenomeni non meno gravi e delicati, come l’“hate speech”, dobbiamo assistere ad iniziative comunicazionali ben orchestrata, come la pagina pubblicitaria di Facebook di oggi nella quale il “social network” arriva a farsi vanto della propria capacità di tenere “sotto controllo” questi fenomeni.

Queste iniziative ci ricordano quel che avvenne a fine marzo 2018, allorquando Mark Zuckerberg cercò di spiegare, con dovizia di particolari, a quattro testate Usa (“Cnn”, “New York Times”, “Wired”, “Recode”) la sua versione di quanto accaduto con Cambridge Analytica (lo scandalo dell’utilizzo dei dati di 50 milioni di utenti del “social network”); nel Regno Unito, si limitò ad acquistare una pagina pubblicitaria sui quotidiani…

Oggi Facebook Italia invita ad “approfondire” la propria battaglia contro l’“hate speech” andando a questo link: fb.com/CSER. La pagina, in inglese, si apre, con “Our Commitment to Safety and Integrity”. Le prime righe recitano (traduzione nostra): “A Facebook sappiamo che salvaguardando una sana e vibrante comunità per la gente sulle nostre piattaforme, ciò determina una sana e vibrante comunità per il business”. E ciò basti. Si ricordi che Facebook ed Instagram e Messenger e WhatsApp fanno parte della stessa “famiglia” (impresa Facebook Inc. ovvero industria da 86 miliardi di dollari di fatturato nel 2020)… Il potere di queste piattaforme è veramente enorme e gli Stati sembrano comprenderlo assai poco.

Non abbiamo dubbi che Facebook & Co. facciano del loro meglio – come imprenditori –per ridurre il rischio di utilizzazioni malate del web, avvalendosi di imprecisati “garanti” o finanche di non si sa quale forma di “intelligenza artificiale”…

Quel di cui siamo convinti è che quel che fanno (che hanno fatto finora) non è assolutamente sufficiente, non è minimamente adeguato alle dimensioni quali-quantitative delle crescenti derive del web nelle lande del male (che pure alberga nell’umano, non può certamente essere eliminato, ma può essere limitato).

E non si può far sì che i “social network” continuino ad “autoregolarsi”, rispetto ai veleni del web: serve un intervento serio e deciso da parte dello Stato.

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