Banda ultralarga

In Italia il rompicapo della copertura in fibra del paese (La Tribune)

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La copertura in fibra ottica dell’Italia diventa un “rompicapo”. Lo scrive oggi La Tribune, che sottolinea le difficoltà dei negoziati fra Tim, Open Fiber e Cdp per fondere le rispettive reti.

La copertura in fibra ottica dell’Italia diventa un “rompicapo” sulla stampa francese. Lo scrive oggi La Tribune, che sottolinea le difficoltà dei negoziati fra Tim, Open Fiber e Cdp per fondere le rispettive reti. Obiettivo “cruciale” del governo per arrivare ad una rete unica in fibra, riducendo i costi e le duplicazioni, per fornire una buona connessione “a tutti gli italiani” entro il 2026.  

Il quotidiano transalpino parte con un confronto diretto fra la copertura in fibra francese, “una delle migliori d’Europa”, e quella dell’Italia, che ristagna nelle retrovie al 23esimo posto fra i paesi della Ue.

Nel 2020 soltanto il 61% delle case poteva contare su un abbonamento a banda larga, a fronte di una media Ue del 77%, scrive il quotidiano, aggiungendo che per quanto riguarda la banda ultralarga il 28% delle abitazioni dispongono di una connessione ad almeno 100 Mbps, a fronte di una media europea del 34%.

Questa situazione preoccupa il governo italiano. “La sua ambizione? Che tutti gli abitanti possano disporre di connessioni a banda ultralarga entro il 2026” mettendo fine alle duplicazioni di rete. Per farlo, l’dea è fondere le reti di Tim e Open Fiber per creare una rete unica. “Gli investimenti necessari diminuirebbero, evitando la concorrenza fra diverse reti” e gli operatori commerciali potrebbero “avere accesso a questa infrastruttura per servire i loro clienti” finali.

Negoziati difficili

Se ne parla da anni, ma questa volta sembra che ci siamo, dopo la firma del memorandum preliminare fra Tim e Cdp, “attore chiave” in quanto secondo azionista di Tim con il 10% e primo azionista di Open Fiber con il 60%. “E’ lo Stato italiano (tramite Cdp) che vuole tenere le redini di questa nuova rete unica”, si legge.

Ma ci vorrà tempo prima che tutti gli attori implicati si mettano d’accordo.

A partire da Tim, che nel 2021 ha registrato una perdita abissale di 8,65 miliardi di euro e che l’ad Pietro Labriola vuole rilanciare con un progetto di scissione fra le attività di rete e i servizi per meglio valorizzare la società.

Vivendi tira sul prezzo

Nel quadro di un deal con Open Fiber, prosegue il quotidiano, “sono immaginabili diverse soluzioni”fra cui la vendita della rete Tim. Ma non a qualsiasi prezzo, come affermato da Arnaud de Puyfontaine, presidente di Vivendi, primo azionista di Tim, che in un’intervista a Repubblica ha fissato il prezzo: “Vivendi non appoggerà la vendita della rete di Tim ai prezzi fissati dagli analisti (fra 17 e 21 miliardi di euro ndr), e questo nell’interesse di Tim”.

Secondo la Reuters, che cita diverse fonti vicine al dossier, l’operatore storico ha fissato a 20 miliardi di euro, debito compreso, il valore della sua rete.

Di certo, anche altri attori vorranno dire la loro, a partire da KKR, il fondo americano che detiene il 37,5% di Fibercop, la società della rete secondaria di Tim. La Tribune ricorda come lo scorso mese di novembre KKR abbia offerto quasi 11 miliardi per rilevare il 100% di Tim. “Ma la sua proposta è rimasta lettera morta”, si legge, visto che Tim non ha concesso al fondo Usa di accedere ai suoi conti. Anche il fondo australiano Macquarie, che detiene il 40% di Open Fiber, gioca un ruolo importante nei negoziati in corso.