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ilprincipenudo. Sanità digitale: rivoluzione Big Data frenata dalle Regioni?

Angelo Zaccone Teodosi

Anche nel settore della salute, verrebbe da sostenere che “information is the king”.

Questa mattina, si è tenuto a Roma il 4° “Healthcare Summit”, intitolato “I nuovi modelli del sistema sanità: sostenibilità, digitalizzazione e innovazione” promosso dal Gruppo Il Sole 24 Ore. La scena è stata dominata dalla relazione di apertura della Ministra per la Sanità Beatrice Lorenzin.

Il Ministro Lorenzin ha rinnovato quell’immagine ormai riconosciutale da tutti (o quasi): dopo Renzi, è la “comunicatrice” n° 2 del Governo, per capacità retorica ed argomentativa. Efficace, netta, precisa, anche ironica in taluni momenti. Se la battuta non è irriguardosa, ci sembra quasi un… Renzi “al femminile”. E si muove a proprio agio anche su tematiche tecniche che pure richiedono una competenza settoriale non indifferente.

L’intervento del Ministro doveva vertere sul “patto per la salute” e sulla manovra 2016 sulla sanità pubblica. Dedichiamo attenzione al suo intervento anche su queste colonne perché buona parte della sua relazione è stata – in verità – dedicata al problema del “sistema informativo” della sanità, ovvero alle potenzialità dei “big data”, all’esigenza di massima “trasparenza”, alla necessità di curare al meglio la “digitalizzazione” ovvero la “dematerializzazione” del sistema sanitario nazionale attraverso adeguati “monitoraggi” accurati e continuativi.

Il neologismo “dematerializzazione” è stato utilizzato molte volte. Il problema essenziale – ha rimarcato – è “l’accesso al dato”, la disponibilità di un database accurato ed aggiornato, sia per il “policy maker” e l’amministratore, sia per i medici e finanche per i cittadini.

Musica per le nostre orecchie, che – da sempre – invochiamo trasparenza e sviluppo dei sistemi informativi su cui dovrebbero basarsi politiche pubbliche evolute, e rispondenti ai bisogni della collettività.

La Ministra ha naturalmente posto la questione della “smaterializzazione” all’interno di uno scenario che registra il continuo faticoso lavoro di mediazione tra Stato centrale e Regioni, a fronte di una contrazione della spesa pubblico frutto della complessiva recessione economica nazionale.

Le dimensioni della spesa pubblica per la sanità italiana sono impressionanti: 111 miliardi di euro nel 2014, con stime corrispondenti all’8,8 per cento del Pil (fonte Ocse). L’invecchiamento progressivo della popolazione italiana determinerà nei prossimi anni un incremento dei fabbisogni di intervento pubblico, e sarà indispensabile una ottimizzazione dei budget. La spesa, se non può aumentare (se non di poco, se andrà effettivamente a crescere il Pil), deve essere razionalizzata. Radicalmente.

Lorenzin ha sostenuto con convinzione che la questione dei “dati” deve essere presto risolta in modo deciso e rapido, “senza se” e “senza ma”: lo Stato deve disporre di un “sistema informativo” che consenta di identificare le aree di spreco e le diseconomie del sistema.

L’esigenza è ancora più pressante alla luce di una strategia di medio periodo (10/15 anni) sulla quale il Governo Renzi vuole impostare la propria politica: “Con la crescita futura del Pil dovrebbero arrivare più fondi anche per il Servizio Sanitario Nazionale. Il Pil che cresce è una scommessa per l’Italia tutta, e, aumentando il Pil, aumenta anche il Fondo Sanitario: la contrazione degli ultimi anni è stata legata anche alla mancata crescita del Paese. Dobbiamo chiederci quanto siamo disposti a spendere per il Ssn nel futuro, e soprattutto come vogliamo spendere”.

Nei prossimi due anni, ci dovrà essere l’attuazione del “patto per la Salute”, ha ricordato il Ministro: “i patti vanno rispettati e monitorati. Nella prima parte della mia attività, ho visto nascere il patto, la seconda dovrà vedere l’applicazione delle riforme, alcuni ‘pezzi’ li abbiamo portati nelle leggi di Stabilità, mentre per altre, come la riforma degli istituti vigilati, speriamo di avere un po’ di spazio in Parlamento”.

E per “monitorare” e disegnare “strategie” di lungo respiro, si deve disporre di una adeguata cassetta degli attrezzi. Che sembra ci sia, almeno “in fieri”.

Si apprezzano i primi risultati dei flussi delle prestazioni ovvero i dati delle “ricette elettroniche”, e sono avviate le procedure affinché si possa disporre in tempo reale di reportistica relativa alle attività quali-quantitative di ogni singolo ospedale, con adeguati sistemi di “alert”.

Lorenzin ha enfatizzato che si apprezzano i primi concreti risultati della “ricetta informatica”. Nel Lazio, per esempio, le ricette lavorate con il nuovo metodo sono state fino ad oggi 1 milione e 800mila. Di fatto, in metà del territorio regionale del Lazio, la vecchia “ricetta rosa” è stata già archiviata. Complessivamente, la nuova modalità prescrittiva è utilizzata dal 63% dei medici di medicina generale ed è prassi nel 98% delle farmacie, cioè ormai la quasi totalità.

Il Ministro ha rimarcato i benefici che potranno derivare dall’analisi dei flussi informativi, potendo disporre di preziosi dati finora inaccessibili.

Il “patto della sanità digitale” deve divenire strumento di ottimizzazione della spesa, e sarà naturale strumento di contrasto alla corruzione.

Entro un anno, il Ministro prevede di poter presentare il cosiddetto “cruscotto” della salute. Va pur ricordato che si tratta di una “rivoluzione” che Lorenzin già ebbe occasione di annunciare nel marzo del 2014, in occasione del “cambio culturale” che avrebbe dovuto stimolare il portale www.dovesalute.gov.it nell’economia del cosiddetto “Nsis”, il “nuovo sistema informativo” che, mettendo a disposizione il patrimonio informativo e strumenti di lettura integrata dei dati, si poneva a supporto del governo del “Ssn”, del monitoraggio dei “Lea” (i “Livelli essenziali di assistenza”) e più in generale della spesa sanitaria.

Secondo alcuni commentatori critici, al di là delle belle parole del Ministro, la situazione del sistema informativo permane molto critica: il “cruscotto” attuale di monitoraggio dell’assistenza sanitaria a livello nazionale non appare sufficiente a descrivere gli aspetti veramente rilevanti del processo di cura, né tantomeno dei suoi esiti, e la problematica si ripropone a livello ambulatoriale e territoriale e nelle strutture intermedie.

Con particolare attenzione alla riabilitazione, per esempio, non esistono al momento sistemi attendibili per valutare l’aspetto di continuità delle cure, essenziale in riabilitazione. I limiti degli attuali flussi informativi si sono riverberati anche sulle recenti proposte di revisione dei “Lea”, che spesso, almeno nel settore riabilitativo, hanno dovuto riportare previsioni gravate da ampi margini di incertezza.

Meritano di essere ricordati anche gli interventi di Mario Marazziti, Presidente della XII Commissione Permanente Affari Sociali e Sanità della Camera, di Emilia Grazia De Biasi, Presidente della XII Commissione Igiene e Sanità del Senato.

Marazziti ha posto l’accento sulla necessità di intensificare la relazione tra “sanità” e “sociale”, lavorando sullo sviluppo di concetti come la “sussidiarietà”, attraverso strumenti come le “reti di vicinanza”, che – esemplificativamente – possono andare a sostituire – in taluni casi – l’abuso di ricorso al “pronto soccorso”.

Anche Marazziti ha segnalato potenzialità e criticità del “sistema informativo”, segnalando in particolare come gli apparati di telemedicina, in Italia, non comunicano ancora tra loro, evidenziando l’esigenza di un soggetto che investa in una piattaforma informativa unica: “è come se Telecom Italia e Wind non comunicassero in alcun modo tra loro”, ha sostenuto. Una piattaforma è indispensabile ed urgente.

De Biasi ha sostenuto che è anzitutto indispensabile fare in modo che si eviti il rischio di un Parlamento che non abbia più competenza sui servizi sanitari essenziali. Ha anche segnalato una qual certa contraddizione interna tra gli ipotizzati nuovi articoli 116 e 117 della riformanda Costituzione, nella irrisolta dialettica di sempre tra “competenze esclusive” e “competenze concorrenti”: il primo prevede per le Regioni con bilancio in parità la possibilità di avocare la politica sanitaria, mentre il secondo prevede disposizioni generali e comuni tra Stato e Regioni in materia di “salute” e “sociale”…

È sempre latente il rischio che venga messo in discussione il principio fondamentale dell’universalismo delle prestazioni sanitarie: De Biasi ha utilizzato la metafora del sacrosanto “diritto dei cittadini, di tutti i cittadini sia all’aspirina sia alle cure per il cancro”, per evidenziare l’esigenza di contrastare la deriva di cittadini di “serie A” (che possono accedere con risorse proprie ai farmaci più costosi) e cittadini “di serie B” (che, se non interviene la mano pubblica, mettono a rischio la propria salute e la propria vita). Anche De Biasi ha lamentato “stiamo difendendo la dotazione del fondo per i farmaci innovativi nella Legge di Stabilità, ma serve un monitoraggio critico: non abbiamo i dati, perché le Regioni non danno i dati”

Nell’ambito del convegno, abbiamo ascoltato ironici riferimenti, più volte, ai “21 staterelli” con cui deve interagire lo Stato centrale, ed alle “Regioni canaglie”, ovvero quelle meno rispettose delle regole imposte dall’Amministrazione centrale…

Una citazione infine per l’intervento del Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (l’Iss è uno degli istituti “vigilati” dal Ministero, insieme all’Aifa ed all’Agenas), Walter Ricciardi, un manager tecnico (è stato presentato dal moderatore Roberto Turno come una “personalità di scienza”) la cui conoscenza della realtà nazionale ed internazionale abbiamo avuto già occasione di apprezzare in occasione della presentazione del libro di cui è co-autore, “La tempesta perfetta? Il possibile naufragio del servizio sanitario nazionale: come evitarlo”, di cui abbiamo scritto anche su queste colonne (vedi “Key4biz” del 19 maggio 2015: “Sanità a rischio crash: urgenza ‘digitale’ per salvare la nave”): Ricciardi ha ricordato come, nel bene e nel male, il sistema sanitario italiano è uno dei pochi che sta resistendo discretamente alle conseguenze della contrazione della spesa pubblica, con una situazione che ritiene migliore rispetto a quella degli altri maggiori Paesi europei (che, in taluni casi, sarebbe avviata al disastro).

Alcune criticità latenti sono gravi: per esempio, finora poco o nulla è stato fatto, nella modificazione della politica sanitaria, rispetto alle prevedibili conseguenze della “curva demografica” nazionale, con una popolazione sempre più anziana e bisognosa di assistenza.

Anche Ricciardi ha segnalato che abbiamo un “sistema informativo valido”, ma ancora “troppo frammentato”. E, a proposito di “frammentazione”, Ricciardi ha auspicato un superamento della frammentazione delle competenze e delle logistiche tra le tre maggiori “agenzie” pubbliche: l’Iss (Istituto Superiore di Sanità), l’Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco).

Basterebbe accorpare le tre strutture in un unico luogo, e si andrebbero a produrre risparmi significativi per le locazioni delle rispettive sedi… Un esempio, piccolo ma significativo, di razionalizzazione e di ottimizzazione della spesa pubblica.

Il “summit” promosso dal quotidiano confindustriale evidenzia come nei “policy maker” italici la coscienza della centralità delle potenzialità e criticità del “digitale” sia ormai acquisita: il problema è, ancora una volta, il passaggio dalla “coscienza” (che pure è già in sé un bel risultato) all’azione operativa (interventi concreti sul territorio e nelle nostre quotidianità). Oltre le belle parole e le efficaci slide, oltre la retorica degli annunci.

Che il monitoraggio invocato ed annunciato divenga presto strumento concreto di buon governo del sistema.

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