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ilprincipenudo. Impotenti di fronte all’ ‘hate speech’ nel Far West italiano del web

Angelo Zaccone Teodosi

Ancora una volta, ci ha preso uno sconfortante senso di déjà-vu, nell’assistere alla presentazione dell’ennesima iniziativa per la promozione di un uso sano e non patologico del web: l’occasione è stata data dal progetto Prism – acronimo che sta per “Prevenire, Modificare e Inibire i discorsi d’odio sui nuovi Media” (ovvero in inglese “Preventing, Redressing and Inhibiting hate Speech in new Media”) – che si caratterizza per lo slogan “Words are Weapons” ovvero “Clic = Bang!”, presentato presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati ieri lunedì 21 marzo.

L’iniziativa è promossa da Arci nel ruolo di capofila, insieme ad Anci – Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia (attraverso il proprio “think tank” Cittalia Fondazione Anci Ricerche), all’associazione “Carta di Roma” ed all’Unar – Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e coinvolge anche alcuni altri Paesi europei (Francia, Regno Unito, Romania, Spagna), beneficiando di un sovvenzionamento – la cui entità non è stata svelata (come è purtroppo prassi in casi di questo tipo) – da parte della Commissione Europea (attraverso il Fundamental Rights and Citizenship Programme dell’Unione).

Il progetto prevede sia un’attività di ricerca (è stato presentato il volumetto “Discorsi d’odio e Social Media. Criticità strategie e pratiche d’intervento”, curato da Carla Scaramella, coordinatrice per l’Arci di “Prism”), sia un’attività di comunicazione e promozione (è stato presentato un video di animazione di un minuto, intitolato “No all’odio, no all’intolleranza sul web!”).

Sia ben chiaro: l’iniziativa è commendevole, ma si affianca a tante altre iniziative, altrettanto lodevoli od altrettanto piccole (o talvolta anche grandi), ancora una volta assolutamente scoordinate tra di loro, in assenza, in Italia, di una “autorità” pubblica che sia istituzionalmente preposta – in modo serio – al monitoraggio ed al controllo di quel che avviene su internet, ed a fronte del solito esasperato policentrismo tipico del nostro Paese.

Basti pensare che qualche giorno fa (giovedì scorso 17 marzo) è stata presentata, presso la sede romana della Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi), un’altra ricerca, sempre sull’… “hate speech”, con particolare attenzione al giornalismo che si interessa di migrazioni, intitolata “L’odio non è un’opinione”, realizzata dal Cospe – Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti nell’ambito del progetto europeo contro il razzismo e la discriminazione sul web, Bricks – Building Respect on the Internet by Combating hate Speech.

Non soltanto a livello italiano, ovviamente, ma anche a livello europeo si assiste spesso ad una pluralità di iniziative che corre sempre il rischio di determinare frammentazione di energie e dispersione di risorse.

La questione del “discorso d’odio” (“hate speech”, nella diffusa definizione anglosassone) è una problematica delicatissima per la democrazia e per il senso stesso di una società moderna libera e plurale. È evidente che si tratta di un tipico caso in cui i fenomeni si sviluppano ad una velocità infinitamente maggiore rispetto alla capacità dello Stato di controllarli (la citazione della “dromologia” studiata da Paul Virilio è d’obbligo…). Il confine tra “hate speech” e “libertà di espressione” è oggettivamente labile.

In Italia, in particolare, il ritardo è enorme e preoccupante.

Esistono almeno tre soggetti che istituzionalmente dovrebbero presidiare quest’ambito della “mediasfera”, che coincide sempre più con la “sociosfera”: l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom), il Garante per la Protezione dei Dati Personali, e l’Ufficio Nazionale Anti Discriminazione Razziale (Unar).

La prima è completamente assente dal dibattito e totalmente inadempiente rispetto alle funzioni che pur le vengono assegnate in materia per legge; il secondo ci sembra mostri una sensibilità discontinua e frammentaria e comunque una modesta incisività nei processi reali, al di là dell’elaborazione teorico-accademica (si ricordi – en passant – che il 14 marzo è stato presentato il libro “Liberi e connessi”, scritto dal Garante Antonello Soro, per i tipi di Codice Edizione); il terzo è dotato di risorse assolutamente inadeguate rispetto alle delicate funzioni strategiche di sensibilizzazione culturale che dovrebbe svolgere.

Situazioni tipicamente… “italiane”.

L’attività repressiva è affidata alla Polizia Postale e delle Comunicazioni, che si muove prevalentemente su iniziativa (segnalazione e denuncia) del singolo che vede lesi sul web propri i diritti fondamentali.

La magistratura interviene con i tempi e modi di un sistema giudiziario notoriamente tra i peggiori d’Europa.

Anche l’apparato normativo è inadeguato. Basti pensare che buona parte della propaganda razzista non è di fatto in Italia sanzionabile: la cosiddetta “legge Mancino” (la legge n. 205 del 1993, che condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista, e aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali) è antecedente alla diffusione di internet, e prevede solo quattro reati punibili, ovvero quelli discriminatori basati appunto sull’etnia, la nazionalità, la religione e le minoranze linguistiche.

La successiva legge n. 85 del 2006 ha paradossalmente ridotto la portata della “legge Mancino”, restringendo l’area delle condotte perseguibili ed attenuando le pene previste…

Un rapporto della Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza ha evidenziato, fin dal 2012, che in Italia i contenuti xenofobi, sempre più presenti nel dibattito politico e quindi sui “social media”, trovano terreno fertile nella crisi economica e nelle difficoltà di gestione dell’immigrazione.

In sintesi, i processi di monitoraggio critico sono parziali e frammentari, e le procedure repressive inefficienti e tardive.

No comment sulle campagne di sensibilizzazione comunicazionale e culturale: la Rai, dov’è?! E la Presidenza del Consiglio dei Ministri?! Ed il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca?!

La materia sembra divenire di interesse della politica, per un attimo, allorquando tristi vicende di cronaca rendono ancor più evidente come il web sia non soltanto strumento di enorme libertà, ma anche luogo di un incontrollato Far West nel quale operano imbecilli e criminali di ogni tipo.

La sensibilità politica sembra aumentare in occasione di vicende eclatanti, come gli insulti razzisti alla deputata ed ex Ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge, o sessisti alla Presidentessa della Camera Laura Boldrini, e soprattutto nei terribili casi di studenti che sono arrivati a suicidarsi perché oggetto di ignobili operazioni di denigrazione sui “social network”. Il “cyberbullismo” è fenomeno totalmente fuori controllo in Italia.

I dati sono disomogenei e non validati, inevitabilmente parziali e controversi. Secondo fonte Ocse, le Forze dell’Ordine hanno registrato in Italia 472 casi di “crimini d’odio”, così classificati: 48% discriminazioni religiose, 41% razzismo e xenofobia, 11% insulti contro persone “Lgbt”  (ovvero Gay, Bisessuali e Transgender).

Secondo dati Unar, nel 2013, per la prima volta, i casi “online” hanno superato quelli registrati nella vita pubblica: 354 episodi nei “media”, la maggior parte sui social”. Un fenomeno in crescita: nel 2014, l’Unar ha registrato 347 espressioni razziste sui “social network”, di cui 185 (oltre il 50 %) su Facebook.

A queste espressioni razziste, vanno aggiunte altre 326 nei link che le rilanciano, per un totale di quasi 700 episodi di intolleranza”. L’Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori (Oscad) del Ministero dell’Interno, dal 2011 al 2014 ha ricevuto 150 segnalazioni su siti e profili internet con contenuti discriminatori e di incitamento all’odio (il 23% delle segnalazioni totali).

Sconforta leggere quel che campeggia nella paginetta web dell’Oscad: “In ogni caso, la segnalazione di un atto discriminatorio all’Oscad non sostituisce la denuncia di reato alle forze di polizia, né costituisce una modalità di attivazione d’emergenza in alternativa al 112 o al 113”… Buonanotte, suonatori!

Riteniamo che questi dati incerti rappresentino soltanto la punta di un iceberg inesplorato (e naturalmente non ci riferiamo a quel che avviene nel “Deep Web”!)…

Alla affollata conferenza stampa, sono intervenuti Francesca Chiavacci (Presidente nazionale Arci), Francesco Spano (Direttore Unar), Giovanni Maria Bellu (Presidente Carta di Roma), Matteo Biffoni (Delegato Anci per l’Immigrazione e le Politiche per l’Integrazione), Laura Bononcini (Facebook Italia), Paolo Beni (deputato Pd e relatore sulla proposta di legge sul “Cyberbullismo”). Ha coordinato Filippo Miraglia, Vice Presidente nazionale Arci.

Il giovane (38enne) Francesco Spano, da poche settimane a capo dell’Unar (ha lasciato il ruolo di Segretario Generale della Fondazione Maxxi, ma in passato si era intensamente interessato di pluralismo culturale e religioso, a suo tempo collaborando anche con l’allora Ministro dell’Interno Giuliano Amato), ha ricordato come in verità “la tentazione razzista sia sempre latente in ognuno di noi, e possa emergere in modo subdolo”. Spano ha segnalato la necessità di trovare un “punto di equilibrio” tra la libertà di opinione e l’esercizio di prevaricazione.

L’onorevole Paolo Beni ha ricordato come proprio in questi giorni le Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali della Camera stanno proseguendo nell’esame in sede referente delle proposte di legge recanti “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”. Nel maggio 2015, il Senato ha approvato il disegno di legge (prima firmataria la senatrice Pd Elena Ferrara), il cui iter presso la Camera è attualmente caratterizzato dal n. C. 3139. Beni è giustappunto Relatore per XII Commissione (Affari Sociali).

In occasione della presentazione del progetto “Prism”, abbiamo assistito con discreta perplessità al simpatico candore con cui Laura Bononcini, giovane dirigente di Facebook Italia, ha sostenuto con intimo convincimento che il suo “social network” crede tantissimo nella libertà di opinione, ma al tempo stesso anche nell’assoluto dovere di rispettare i diritti dell’individuo.

La manager – formalmente Head of Policy di Facebook Italia – ha dapprima ricordato, come è ormai rito, i dati di utenza del “social network” (come dire?! “size does matter”…): oltre 1,5 miliardi di “utilizzatori” nel mondo, ed una stima di 27 milioni di italiani che utilizzano Facebook almeno una volta al mese.

Ciò premesso, Bononcini ha enfatizzato come le “regole” di Facebook prevedano la tempestiva rimozione in caso di segnalazioni di messaggi in qualche modo offensivi, ed ha rivendicato che Facebook richiede ormai sempre l’identificabilità, con nome e cognome, del soggetto che pubblica in rete (la cosiddetta “policy del nome reale”), ed anche una “pagina” Fb non intestata ad una persona fisica deve ormai prevedere informazioni essenziali per ricondurre all’identità della persona che cura la pagina. Francamente, l’interpretazione della dirigente di Facebook Italia c’è parsa positiva assai ovvero alquanto ottimista, data la facilità con cui si può accedere al “social network”.

Basti pensare che è semplicissimo iscriversi, anche se minori di 13 anni (il limite di età che, “sulla carta”, Fb impone): certo, se un genitore segnala la dinamica di un figlio di 12 anni iscritto impropriamente al “social network”, Fb provvede a chiudere il profilo… È naturale ed evidente che Fb abbia tutto l’interesse (anche in ottica di marketing dei propri servizi commerciali) ad evitare sul network pratiche basse e illecite anzi illegali, ma abbiamo ragione di ritenere che i suoi sistemi di monitoraggio e controllo siano laschi, e che deboli siano le procedure di segnalazione e rimozione, basate su logiche di auto-regolazione.

La manager ha ironizzato sul fatto che il “controllo” di Fb è comunque curato da “persone umane”, e non da un imperscrutabile “algoritmo”.

Le regole di filtro adottate da Facebook sarebbero uniche ed universali in tutti i Paesi del pianeta, e già questa affermazione dimostra la debolezza strutturale dell’approccio, perché è evidente che le singole culture e tradizioni nazionali determinano anche un notevole campo di oscillazione nell’interpretazione di concetti come libertà, democrazia, e dignità dell’individuo.

Facebook sostiene di avvalersi – per il monitoraggio, i filtri, la sensibilizzazione – della collaborazione di consulenti specializzati, accademici qualificati e di associazioni rappresentative delle varie realtà sociali: e non a caso il progetto “Prism” gode della benedizione giustappunto di Facebook.

Crediamo che l’operato di soggetti commerciali come Facebook dovrebbe essere sottoposto al controllo attento e puntuale di soggetti istituzionali pubblici. Semmai l’Italia riuscisse ad avere “autorità” degne di questo nome (autorevoli, dotate di tecnicalità e risorse adeguate e soprattutto di indipendenza rispetto ai poteri forti, ovvero caratterizzantesi per la volontà di far al meglio il proprio mestiere), ma questo è un altro discorso: la speranza è dura a morire!

I partner del progetto sono stati poi ricevuti dalla Presidentessa della Camera Laura Boldrini, la quale ha ribadito la propria (stranota) sensibilità su queste fondamentali tematiche, ed ha rivendicato con orgoglio la redazione della carta fondamentale dei diritti di internet.

Si ricordi che a fine luglio 2015 è infatti nata la “Carta Italiana dei Diritti di Internet”, finalizzata ad identificare principi e valori di alto livello nei diritti e nei doveri nell’accesso e nella fruizione di internet.

L’articolo 13 della “Carta” afferma che, se da una parte “non sono ammesse limitazioni della libertà di manifestazione del pensiero”, dall’altra “deve essere garantita la tutela della dignità delle persone da abusi connessi a comportamenti quali l’incitamento all’odio, alla discriminazione e alla violenza”.

Anche questa è commendevole iniziativa, la cui concreta efficacia temiamo però finisca per essere simile ai tanti bei… “codici deontologici”, che affollano il panorama delle pseudo-regole del sistema dell’informazione italiana.

Belle dichiarazioni di intenti e altisonanti impegni deontologici, che non vengono rispettati quasi mai, e la cui concreta efficacia è nulla.

Basta osservare quel che avviene continuamente sul web, o finanche sui canali televisivi.

Un esempio concreto: c’è voluta la volontà “rivoluzionaria” ovvero il decisionismo radicale del potente neo Amministratore Delegato Rai Antonio Campo Dall’Orto per far sì che la pruriginosa cronaca nera venisse eliminata da un contenitore familiare per definizione qual è “Domenica in”

La stessa Rai continua peraltro a trasmettere programmi indegni di un servizio pubblico televisivo, ignorando completamente gli obblighi dell’evanescente “contratto di servizio” (come è noto quello nuovo non è mai stato perfezionato, a causa del comodo disinteresse dei due contraenti, Mise e Rai).

Viale Mazzini trasmette ancora in prima serata fiction americana il cui tasso psico-patogeno è inquietante, sia per gli adulti sia per i minori (con l’ipocrisia di un evanescente “bollino” rosso che finisce per determinare controproducenti effetti di “appeal”).

Non resta da augurarsi che Campo Dall’Orto riconduca la Rai sempre più sulla retta via di un servizio pubblico non asservito alle logiche del marketing pubblicitario: da ribadire l’apprezzamento per l’eliminazione della pubblicità, dal 1° maggio prossimo, dal canale per bambini Rai Yoyo.

Va lamentato come il dibattito nazionale su queste delicatissime tematiche continui ad essere sostanzialmente ignorato dai media “mainstream”, fatta salva l’eccezione quasi unica del quotidiano dei vescovi italiani “Avvenire”, del canale televisivo della stessa Cei Tv2000, e di poche testate telematiche sensibili come “Key4biz”.

Anche in materia di libertà d’opinione e di limitazione degli abusi della stessa… manca nel Governo Renzi una strategia culturale globale, manca una regia politica complessiva. Ed in assenza di una “mano pubblica” sensibile autorevole e forte, il mercato è destinato ad una “autoregolazione” che può produrre effetti scellerati. Dobbiamo forse attendere l’ennesimo caso di “cyberbullismo” che porta al suicidio un altro adolescente, per sensibilizzare le coscienze dei “policy maker”?!

Clicca qui per scaricare i materiali del progetto “Prism – Preventing, Redressing and Inhibiting hate Speech in new Media”, inclusa la ricerca “Discorsi d’odio e Social Media. Criticità strategie e pratiche d’intervento”, curata da Carla Scaramella, presentata a Roma il 21 marzo 2016

Clicca qui, per vedere il video “No all’odio, no all’intolleranza sul web!”, nell’economia del progetto “Prism”, promosso da Arci, Anci (Cittalia), Carta di Roma, Unar, presentato a Roma il 21 marzo 2016

Clicca qui per scaricare i materiali del progetto “Bricks – Building Respect on the Internet by Combating hate Speech”

Clicca qui, per leggere “L’odio non è un’opinione. Ricerca su hate speech, giornalismo e migrazioni”, rapporto nazionale sull’Italia redatto dal Cospe nel quadro del progetto “Bricks – Building Respect on the Internet by Combating hate Speech”, presentato a Roma il 17 marzo 2016

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