Il caso

ilprincipenudo. Il paradosso dei contributi al Cinema italiano ‘senza oneri per l’amministrazione’

Lo Stato impone ‘esperti’ selettori che debbono lavorare gratis per selezionare i contributi al Cinema ma al Ministero della Cultura la contraddizione esplode, con le dimissioni di Daria Bignardi dalla Commissione Cinema.

di Angelo Zaccone Teodosi (Presidente Istituto italiano per l’Industria Culturale - IsICult) |
Angelo Zaccone Teodosi

ilprincipenudo ragionamenti eterodossi di politica culturale e economia mediale, a cura di Angelo Zaccone Teodosi, Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) per Key4biz. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

La notizia è stata resa nota finora da una testata giornalistica soltanto, e non è stata oggetto di smentita: nell’edizione di venerdì scorso 11 maggio del settimanale “Odeon” (sottotitolo “Tutto quanto fa entertainment”), diretto da Angelo Frigerio (edito dalla Frimedia srl, che pubblica anche “Mediastore” e “Hightech”), una delle firme più eccentriche e pungenti del giornalismo sui media in Italia, Andrea Dusio ha rivelato che i 5 “saggi”, ovvero gli esperti nominati dal Ministro Dario Franceschini per selezionare i contributi selettivi al settore cinematografico ed audiovisivo saranno presto ridotti a 3, dato che sarebbe dimissionaria – dopo Pupi Avati – una seconda commissaria, Daria Bignardi.

Nominati a fine gennaio 2018, nell’occasione il Ministro sostenne: “Si tratta della commissione che valuta i contributi selettivi, cioè la quota del 18 per cento sottratta alle regole automatiche del tax credit perché riguarda le opere prime, gli ‘under 35’, e i film cosiddetti ‘difficili”, ovvero le pellicole che faticano ad arrivare nelle sale cinematografiche.

Daria Bignardi dal canto suo si è presentata, in occasione della nomina, come la “non tecnica” del gruppo, pur avendo solide referenze culturali, perché in ogni commissione ci sarebbe bisogno – a parer suo – di “un punto di vista ‘normale’, e in questo caso hanno pensato a me per il ruolo, diciamo che sarò un po’ la casalinga di Voghera della situazione”. Poi ha aggiunto che lo considerava “una sorta di servizio civile per il cinema, che da spettatrice amo molto. Credo che sarà un’esperienza interessante, come sempre quando si esce dalla propria ‘bolla’, e la mia è quella dell’editoria, della scrittura. Certo, quando me lo hanno proposto la mia prima reazione è stata molto dubbiosa, dopo le mie ultime esperienze (la direzione di Rai3 – nell’era Antonio Campo Dall’Orto – da cui si è dimessa nel luglio 2017, n.d.r.), quando c’è qualcosa che ha anche solo lontanamente a che fare con la politica tendo a ritrarmi. Ma mi ha convinto Franceschini, non in quanto ministro, ma per come lo conosco io, in quanto scrittore ferrarese. Mi sono fidata di lui”. La fiducia deve essere venuta meno, e forse non soltanto perché sta forse per entrare in carica un nuovo Esecutivo, che verosimilmente metterà mano alla riforma voluta da Dario Franceschini ed Antonello Giacomelli

La notizia sembra piccola, ma non lo è, e merita una riflessione di carattere più “macro”, sul criterio assurdo – in voga da alcuni anni in Italia – per cui Ministri e Presidenti di Regioni, ovvero Sottosegretari ed Assessori e dirigenti apicali dello Stato hanno introdotto il principio che qui per semplicità denomineremo “senza oneri per l’Amministrazione”. Principio spesso praticato anche dalle “autorità” indipendenti, dall’Agcom all’Agcm.

Venerdì 11, Dusio ha scritto: “da cinque ne rimasero tre. La notizia non ha ancora il crisma dell’ufficialità. Ma Daria Bignardi avrebbe scritto alla Direzione Generale Cinema del Mibact, comunicando le proprie dimissioni dal gruppo dei cinque esperti incaricati, per nomina diretta del Ministro uscente Dario Franceschini, di selezionare i progetti per la concessione dei contributi selettivi al settore cinematografico. Lo stesso Direttore Generale Nicola Borrelli lo avrebbe comunicato ai suoi collaboratori a inizio settimana, contestualmente al completamento del lavoro sui decreti relativi al tax credit”.

Questi 5 esperti, nominati non senza polemiche soltanto tre mesi fa, dovrebbero sobbarcarsi un lavoro di dimensioni… bibliche.

I sopravvissuti, della cinquina, sono Marina Cicogna, Enrico Magrelli e Paolo Mereghetti: produttrice la prima, ma ultra ottuagenaria (classe 1934), critici cinematografici di razza il secondo (conduttore di “Hollywood Party” su Rai Radio3) ed il terzo (critico del “Corriere della Sera”).

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Davide Turrini su “il Fatto Quotidiano” scrisse, il 1° febbraio 2018, in un articolo intitolato “Franceschini ultimo atto: per finanziare giovani registi nomina una commissione con in media 70 anni d’età”: “Sono l’ex produttrice ferma dal 1974 Marina Cicogna (83 anni); il regista Pupi Avati (79); il più grande critico italiano vivente Paolo Mereghetti (68); Enrico Magrelli (62); e l’ex conduttrice tv Daria Bignardi (56). Grandi professionisti, voluti personalmente dal ministro uscente Pd, che saranno in carica per tre anni e senza nessun compenso. Ma per valutare “le opere dei giovani autori, le opere prime e seconde” non si è pensato nemmeno a un professionista under 50”.

Ne abbiamo scritto anche su queste colonne: si veda “Key4biz” del 2 febbraio 2018, “Le perplessità sulla ennesima ‘Cinecittà Futura’”. Sottotitolo: “Tutti i dubbi sul nuovo progetto di Cinecittà e sui 5 super esperti scelti dal Ministro Franceschini per amministrare le sovvenzioni pubbliche al cinema”.

Pupi Avati, in occasione delle proprie dimissioni, sostenne: “Succederà qualcosa di molto grave. Ci sarà un impantanamento di tutto”, rispetto al futuro della Commissione Cinema”. Per capire cosa è successo nel “caso Avati”, si rimanda all’articolo pubblicato da un’altra penna eterodossa e brillante, Michele Anselmi, su “Cinemonitor. Osservatorio Cinema” (diretto dal regista e mediologo Roberto Faenza) il 3 febbraio scorso (vedi “Avati scrive a Franceschini e spiega perché si dimette. Prima si loda, poi dà tutta la colpa a noi giornalisti cattivi”).

Avati si è dimesso e non è stato sostituito.

Stesso destino riguarderà la Bignardi?!

A decidere le sorti del cinema italiano si ritroveranno quindi 3 saggi 3 soltanto, ovvero Cicogna e Magrelli e Mereghetti, età media 71 anni, per selezionare – tra l’altro – le opere di autori “under 35”?! Dei veri… “super eroi”!!!

Il problema è duplice: la indubbia complessità dei meccanismi di attuazione della “legge cinema” Franceschini e la grande mole di lavoro attesa.

Non a caso, è presto emersa la necessità di avvalersi di… “collaboratori” degli… “esperti”, ovvero di “gruppi di lavoro”, peraltro non previsti dalla legge cinema e audiovisivo.

Nel marzo scorso, si è registrata una contrapposizione tra le associazioni del settore: è corretto che, a fronte del tanto lavoro, gli esperti della eletta schiera dei 5 saggi, possano avvalersi di collaboratori per “scremare” le proposte?! Gruppi di lavoro formati sulla base di quale criterio selettivo e con quali logiche di trasparenza?!

Si consideri che, al marzo 2018, le sceneggiature da analizzare, accumulatesi nel corso del 2017, sono state oltre 500… Complessivamente, le istanze da valutare sarebbero nell’ordine di… migliaia!

Esiste una tecnostruttura professionale interna alla Dg Cinema in grado di affrontare questo carico di lavoro?! Temiamo che così non sia.

Esiste un software di gestione ottimizzata delle pratiche? Ci risulta che esista, ma qui si ha a che fare con delicati processi di valutazione qualitativa che certo non possono essere affrontati con un algoritmo

La materia è scivolosa.

Il rischio latente è che il sistema si ingolfi, anzi che vada in crash.

L’Associazione Nazionale Autori Cinematografici (Anac) si è dichiarata contraria a questa ipotesi di scrematura in regime di… “sub-appalto” (ovvero i “gruppi di lavoro”), mentre invece l’altra associazione, 100autori, si è dichiarata favorevole, e con essa si è anche schierata l’associazione dei produttori, Anica.

La questione è delicata e controversa, come tutte quelle che riguardano la “res pubblica” nel settore culturale: chi deve decidere, e come, dove debbano essere allocate le risorse pubbliche, al di là dell’“indirizzo” generale che è naturale venga manifestato dal “governante” (alias Ministro) di turno?!

La testata specializzata “e-duesse” ha scritto il 21 marzo che “il Ministero starebbe muovendosi in questa direzione visto che la Direzione Generale Cinema avrebbe individuato le seguenti figure professionali (critici, distributori, operatori, produttori, registi, tecnici) che potrebbero comporre i suddetti gruppi di lavoro”.

Viene proposto un elenco (in ordine alfabetico) di 37 esperti, in parte scelti dal Ministero, in parte “indicati” dalle varie associazioni di categoria, in un mix confuso e problematico, che sembra far rientrare “dalla finestra” la logica (consociativa) che si era cercato di buttare fuori “dalla porta”: Mario Annibali, Adriano Aprà, Luca Bandirali, Stefano Basso, Graziella Bildesheim, Giovanna Bo, Rosa Canosa, Tommaso Capolicchio, Massimo Causo, Maria Teresa Cavina, Giandomenico Celata, Alessandra Cesari, Tilde Corsi, Paola Corsini, Pasqualino Damiani, Francesco Alessandro De Blasi, Alessandra De Luca, Daniela Di Maio, Simona Fabbri, Emiliano Fasano, Laura Fiori, Agnese Fontana, Fiorella Infascelli, Laura Ippoliti, Giancarlo Mancini, Guglielmo Marchetti, Antonio Medici,  Daniela Persico, Alfredo Peyretti, Antonio Pezzuto, Leonardo Rizzi, Boris Sollazzo, Andrea Stucovitz, Franco Serra, Elena Toselli, Giancarlo Zappoli, Andrea Zingoni

È forse stata effettuata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo una pubblica “call”, nella migliore tradizione anglosassone?! Non risulta.

Si tratta di nomi… “sussurrati” dai poteri forti del cinema e dell’audiovisivo italiano…

Si assisterà quindi ad una versione post-moderna del classico “manuale Cencelli”?

Il rischio è dietro l’angolo.

Qualcuno sostiene che… si stava meglio quando si stava peggio, ovvero quando – durante la vituperata “Prima Repubblica” – le “commissioni” erano composte sulla base di alchimie consociative, senza la retorica pseudo-tecnocratica e dell’indipendenza dalle lobby della “Seconda Repubblica”. Si è passati, secondo alcuni, dalla padella alla brace. C’è chi sostiene che, paradossalmente, il sistema era più “aperto” e “plurale” e “democratico” prima.

Il 2 febbraio 2018, l’Anac così si è espressa: “un aspetto sul quale in particolare rimangono forti i dubbi riguarda la modalità e i tempi con i quali potrà essere affrontata la mole di lavoro relativa all’analisi e alla valutazione delle centinaia di progetti di scrittura, sviluppo, produzione di corti e lungometraggi, nonché di distribuzione ed esercizio che saranno posti al vaglio degli esperti nelle diverse sessioni annuali. In particolare, ci si chiede come i cinque professionisti, per i quali non è previsto alcun compenso, possano leggere i tanti soggetti, sceneggiature e verificare gli altrettanti preventivi e piani finanziari che perverranno, a meno che non deleghino la selezione a soggetti esterni. Dalle informazioni che ci giungono in via informale, sembra siano state depositate migliaia di domande nelle varie tipologie di sostegno selettivo, nelle sessioni pregresse. La grande quantità di domande e lo scarso tempo a disposizione dei commissari per la decisione rendono evidente il compito improbo in cui verranno a trovarsi”. L’associazione degli autori evidenziava come “il numero di cinque e la mancanza di un compenso per gli esperti sono alcuni vulnus della legge che l’Anac è stata la prima a rilevare, proponendo anche ragionevoli emendamenti, ma un’antica insensata logica, per la quale chi fa parte di commissioni ministeriali non debba percepire emolumenti, ha prevalso. Siamo pertanto convinti che per garantire la possibilità agli esperti di lavorare al meglio vada rapidamente corretta la norma, al fine di evitare il rischio che gli stessi si ritrovino a ratificare analisi, scelte, valutazioni che per prevedibile causa di forza maggiore dovranno essere delegate ad altri, avallando procedure che non potranno garantire la necessaria trasparenza”.

Il punto nodale: l’incarico dei 5 esperti divenuti subito 4 ed ora parrebbe addirittura 3 soltanto… è delicato e gravoso, impegnativo in termini culturali e politici, spirituali e civili, e deve essere prestato – come s’usa dire a Roma – “a gratis”.

Un paradosso.

La decisione è scellerata: anzitutto perché si tratta comunque di “lavoro culturale” (e come tale va rispettato) ed è semplicemente ipocrita sostenere che questi esperti debbano essere così indipendenti e distaccati rispetto alla materialità della vita da dover rinunciare al compenso (perché dovrebbero farlo?!).

Per quanto personalità di fama, intellettualmente indipendenti, redditualmente benestanti… è naturale che possano essere tentati da potenziali corruttori, o comunque in qualche modo influenzati da sensibilizzazioni personali e di lobbying: sarebbe quindi cosa buona e giusta che lo Stato li vada a compensare con emolumenti adeguati alla delicatezza ed importanza del loro ruolo.

La teoria dell’“esperto indipendente” di chiara fama, la cosiddetta “personalità” così ricco da poter lavorare gratis, selezionando le proposte destinate al sostegno pubblico, è semplicemente una contraddizione in termini.

Senza oneri per l’amministrazione” è una formula tipica di un’ipocrisia strutturale dell’impostazione normativo-politica che negli ultimi anni è andata prevalendo in Italia.

Si tratta di un frutto degenerato della retorica della “spending review” e, più in generale, della retorica “ridiciamo le spese dell’amministrazione”. Si risparmia forse qualche spicciolo, ma si peggiora la tecnicalità dei processi selettivi nell’assegnazione dei danari pubblici: un paradosso, un pasticcio, un’idiozia.

Riteniamo che si tratti di uno dei primi errori “metodologici” che dovranno essere corretti dal Ministro della Cultura che verrà.

Per saperne di più su: Cinema

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