La recensione

ilprincipenudo. ‘Giudizio Universale’ di Marco Balich, una scommessa coraggiosa che manca al nostro Paese

L’operazione “Giudizio Universale - Michelangelo and the Secrets of the Sistina Chapel” di Marco Balich è un progetto molto ambizioso e merita attenzione anche perché interviene su una “piazza” cultural-turistica fondamentale per l’economia italiana, qual è Roma (Santa Sede inclusa).

di Angelo Zaccone Teodosi (Presidente Istituto italiano per l’Industria Culturale - IsICult) |
Angelo Zaccone Teodosi

ilprincipenudo ragionamenti eterodossi di politica culturale e economia mediale, a cura di Angelo Zaccone Teodosi, Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) per Key4biz. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

Il modesto cronista che qui si interessa dei fatti e misfatti dell’industria culturale italica ha avuto il privilegio di assistere, ieri sera a Roma all’Auditorium della Conciliazione, alla anteprima di uno show multimediale che si propone come spettacolo innovativo a livello internazionale: se nella affollatissima conferenza stampa di lunedì scorso (duecento giornalisti, decine di cameramen) erano state gettate le premesse per stimolare la curiosità verso il “Giudizio Universale – Michelangelo and the Secrets of the Sistina Chapel” di Marco Balich, la prima messa in scena dello “spettacolo totale” non ci è parsa all’altezza delle aspettative. L’anteprima ad inviti, con precedente piccolo cocktail, ha registrato un “parterre de roi” (dalla past Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini al Sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore al Presidente dell’Agcom Angelo Marcello Cardani), ma si segnala che la sala (1.700 posti) non era completamente affollata (il che, alle anteprime, non è proprio un buon segno, ma potrebbe essersi trattato di un piccolo errore degli organizzatori della kermesse).

Si tratta di un progetto molto ambizioso – meritevole d’attenzione anche da parte di una testata come “Key4biz” (sensibile non soltanto all’economia digitale ma anche alla cultura del futuro). “Giudizio Universale” si pone come progetto che vorrebbe addirittura proporre a livello globale (planetario) una nuova tipologia di “show”, partendo da questa sperimentazione romana: proiezioni multimediali, teatro e danza, effetti luminosi, finanche “odorama” (ad un certo punto dello spettacolo, effettivamente si percepisce un effluvio di incenso). Una sorta di esperimento sinestetico, finalizzato alla “contaminazione” dei sensi dello spettatore (e qui giunge l’eco del “teatro totale” dei futuristi, ma anche di alcune avanguardie del teatro di ricerca contemporaneo).

Lo spettacolo è complessivamente bello. Il risultato raggiunto è senza dubbio stimolante, ma pecca di organicità ed armonia. Ci sono picchi di grande intensità estetica (verrebbe da dire di vera autentica “grande bellezza”), ma anche molte parti che peccano di lentezza (lo show dura soltanto 60 minuti, ma, in alcuni tratti, un conato di sbadiglio emerge). Il coinvolgimento emotivo, alla fin fine, però, purtroppo arranca.

 

Espressivamente, risulta un po’ un calderone, tra citazioni della Bibbia, riti del Conclave del Vaticano, colloqui tra Michelangelo ed il Pontefice Giulio II, immagini aeree della Roma di quei tempi: un mix discretamente confuso. La annunciata “immersività” è piuttosto deludente: non bastano alcuni attori che passano tra gli spettatori in platea (per quanto indossino costumi di grande bellezza)… Emerge insomma una sorta di deficit di regia (curata da Lulu Helbek, collaboratrice di fiducia di Balich da molti anni), con un montaggio discontinuo e frammentato. Come dire?! “Volevamo stupirvi con effetti speciali…”. Gli effetti speciali certamente ci sono (basti pensare a proiezioni a 270 gradi: palcoscenico tradizionale frontale, parete destra e sinistra e soffitto…), ma non sono così strabilianti come ci si potrebbe attendere dalle tecnologie digitali più evolute (basti pensare al recente kolossal “Black Panther” della Marvel & Disney): è stata evocata la tecnologia 3D, ma di effetti tridimensionali c’è poco o nulla (ed ovviamente nessuna traccia di “realtà virtuale”). Ci sono raggi laser, ma non sono eccezionali, ed i vincoli strutturali della sede si sentono: pur sempre di un auditorium tradizionale trattasi, per quanto rimodulato per l’occasione con una pannellatura ad hoc (per consentire le proiezioni multimediali a 270 gradi).

L’eco del Battiato è in qualche modo inevitabile: “non è colpa mia se esistono spettacoli con fumi e raggi laser…” (cfr. “Up patriots to arms”, 1980).

 

Battute a parte, va dato merito all’intraprendente imprenditore culturale Marco Balich di aver messo in moto una macchina di grande complessità, nell’ardito tentativo di combinare qualità e spettacolarità: non a caso, l’operazione gode della benedizione della Santa Sede e specificamente dei Musei Vaticani, essendo stata coinvolta attivamente Barbara Jatta, giovane e brillante Direttrice dei Musei dal gennaio 2017 (è subentrata ad Antonio Paolucci, che pare non condividesse la propensione di Papa Bergoglio ad aprire le istituzioni culturali vaticane ad una fruizione… post-moderna), che ha teorizzato “il binomio tradizione e innovazione”, anche se va precisato che si tratta di uno “show” e non di un documentario (per cui non si può né si deve pretendere purezza filologica e scientifica). La qualità scientifica dell’operazione è comunque ben validata, e si percepisce concretamente: al punto tale che, in alcuni momenti, c’è una deriva didascalica degna di una lezioncina di storia dell’arte. Balich dichiara esplicitamente di voler avvicinare il pubblico non appassionato d’arte alla dimensione estetica, stimolandone la curiosità con processi spettacolari: l’iniziativa è encomiabile, soprattutto pensando al ritardo italiano in materia, e naturale sorge il quesito sul perché dell’assenza di Rai e Mibact, Miur e Mae in progetti di questo tipo…

 

Quel che qui ci interessa di più è l’aspetto economico-organizzativo ed istituzionale: l’operazione è il risultato di un investimento impegnativo assai, e – udite udite – tutto privato, “rara avis” nel nostro Paese: non ci risulta sia mai stato messo in atto in Italia un investimento di 9 milioni di euro, per uno “spettacolo dal vivo” (anche se questa definizione non è certo sufficiente per descrivere “Giudizio Universale”, che va oltre…).

Il livello del budget ha consentito il coinvolgimento di artisti come Sting (autore del “main theme”, una sua versione del “Dies Irae” con la sua voce che canta in latino) e John Metcalfe (arrangiatore di gruppi come gli U2): la colonna sonora dello show è molto bella, ed il cd – distribuito da Universal Music – merita l’acquisto. Sono stati coinvolti gli scenografi della Stufish Entertainment Architects, che possono vantare di aver allestito i palchi dei Rolling Stones e di Madonna.

Marco Balich è un “organizzatore di eventi” ormai noto a livello mondiale: classe 1962, ha fondato FilmMaster, e può vantare di essere stato uno dei primi e dei maggiori produttori di videoclip musicali in Italia (ne ha realizzati oltre 300); è stato tra l’altro produttore esecutivo delle cerimonie di apertura e di chiusura degli Europei di Polonia-Ucraina 2012 e delle Olimpiadi di Rio 2016. Sa amministrare budget importanti: per le Olimpiadi Invernali di Torino 2006, ebbe a disposizione 35 milioni di euro e migliaia di comparse; per il lancio della nuova “Fiat 500”, oltre 6 milioni di euro. Balich è in corsa per Tokyo 2020. Insomma, è un organizzatore culturale che sa muoversi alla grande. Il suo gruppo fattura circa 100 milioni di euro l’anno, ed impiega circa 150 persone. Opera attualmente con la Worldwide Shows Corporation, fondata con Gianmaria Serra e Simone Merico. “Giudizio Universale” è prodotto da Artainment Worldwide Shows.

 

L’operazione “Giudizio Universale” merita attenzione anche perché interviene su una “piazza” cultural-turistica fondamentale per l’economia italiana, qual è Roma (Santa Sede inclusa): il potenziale inespresso dell’economia culturale e turistica della Capitale è questione che si ripropone da decenni e decenni.

Meritano essere citati due tentativi, uno riuscito ed uno fallito: i “Viaggi nell’antica Roma” di Piero Angela e Paco Lanciano, promossi da Roma Capitale (Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotti da Zètema Progetto Cultura) ed il musical “Nerone Divine” al Palatino.

Il primo riapre il 21 aprile 2018 i battenti, e può vantare già ben 520mila spettatori, a partire dalla prima edizione avviata nel 2014. Il progetto di “archeoshow” denominato “Viaggi nell’antica Roma” racconta il Foro di Augusto ed il Foro di Cesare partendo da pietre, frammenti e colonne presenti, con l’uso di tecnologie d’avanguardia. Gli spettatori sono accompagnati dalla voce di Piero Angela e da bei filmati e proiezioni che ricostruiscono quei luoghi così come si presentavano nell’antica Roma: una rappresentazione emozionante ed al contempo ricca di informazioni, di notevole rigore storico e scientifico.

 

Il secondo potrebbe rappresentare un “case-study” delle contraddizioni della politica culturale italiana, a partire dal policentrismo delle istituzioni per arrivare ai rimpalli delle burocrazie: “Nerone Divine”, il controverso spettacolo musical-teatrale allestito l’estate scorsa al Palatino (all’interno della Vigna Barberini, vista sui Fori), prodotto da Jacopo Capanna e Cristian Casella, dapprima benedetto dallo stesso Ministro per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini, è stato poi presto sbaraccato brutalmente (dopo soltanto 11 giorni di spettacoli), contestato per la scadente qualità artistica complessiva (molti i detrattori, pochi gli estimatori), per l’uso improprio di santissimi beni culturali (con scaricabarile tra Ministero e Soprintendenza, querelle tra Ministro e Sindaca di Roma, uso di epiteti come “ecomostro”, eccetera), e per l’essere stato prodotto grazie ad un impegno non indifferente di risorse pubbliche (circa 1 milione di euro apportati dalla Regione Lazio, attraverso la società “in-house” LazioInnova), a fronte di un budget complessivo che sarebbe stato nell’ordine di 5 milioni di euro. Eppure l’operazione aveva vantato il coinvolgimento di “Premi Oscar” come Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo e Gabriella Pescucci, ed impegnava un cast artistico di oltre 100 elementi: si poneva – anch’essa – come operazione cultural-turistica di grandi ambizioni. A noi personalmente lo show era piaciuto, anche perché era esplicito l’approccio pop-rock (finanche kitsch-trash), ed il risultato finale era comunque efficace dal punto di vista spettacolare (musiche incluse, al di là del contributo di un autore di livello come Franco Migliacci). Crediamo che se non si fosse scatenata una serie di eventi avversi (tipicamente italiani, incluso scontro ideologico tra Pd e M5S), lo spettacolo sarebbe stato premiato da una tenitura di successo. La vicenda è purtroppo ormai affidata alla magistratura: 54 artisti coinvolti hanno fatto causa ai promotori – ovvero alla Nero Divine Ventures – e si sono associati anche i “Premi Oscar” coinvolti nell’operazione. I produttori hanno scritto, a suo tempo, una “lettera aperta” destinata “a coloro che hanno deciso che Divo Nerone doveva morire, a coloro che hanno saputo distruggere quello che un’impresa innovativa voleva costruire”, sostenendo tesi come questa: “i vili attacchi che abbiamo subito quotidianamente dalla burocrazia e dalla stampa: è una follia quella che ha interessato la nostra realtà produttiva negli ultimi mesi, sottoposta alle tante offese e all’incomprensibile, ossessiva, morbosa presa di posizione di alcuni pseudogiornalisti della cronaca romana che hanno saputo costruire ad arte un flop due mesi prima che il progetto venisse alla luce”. Chissà se saranno i tribunali a stabilire la vera verità di questa complessa vicenda. Capanna e Casella avrebbero voluto fare di “Nerone Divine” un musical totalmente internazionale ma residente a Roma: un punto di riferimento, insomma, come lo sono stati “Cats” per Broadway a New York ed “Il fantasma dell’opera” a Londra. In realtà la loro ambizione era proprio la stessa di Balich, che effettivamente ha dichiarato: “ci siamo detti: se vai a Broadway o nel West End di Londra, sei sicuro di trovare “Il fantasma dell’opera” o “Il Re Leone” che stanno lì da decenni… A Roma, nessuno show fisso, neanche più il cabaret romanesco, ora che è venuto a mancare il povero Lando Fiorini…”.

Quel che ci si domanda è: perché, allorquando un imprenditore privato decide di montare un progetto così ambizioso finanche del tutto autofinanziato – come nel caso di Balich per “Giudizio Universale” – non si riesce a registrare una convergenza dei “player” istituzionali?!

Nel caso in ispecie di “Giudizio Universale”, naturale doveva (dovrebbe) essere l’interesse di Roma Capitale e della Regione Lazio (oltre che di Mibact e Miur): entrambi totalmente assenti. Perché?!

Eppure, in occasione della non entusiasmante “tournée” romana della mostra multimediale sui Pink Floyd (“The Pink Floyd Exhibition: their mortal remains”, ospitata al Macro dal 19 gennaio al 1° luglio 2018), abbiamo assistito ad una affollatissima conferenza stampa celebrata dalla Sindaca Virginia Raggi e dal Vice Sindaco (ed Assessore alla Cultura) Luca Bergamo: quella è un’iniziativa “made in Uk” (ove ha registrato oltre 400mila visitatori) e semplicemente esportata in Italia, ed il grande entusiasmo del Comune (al di là della simpatia per Roger Waters e Nick Mason…) ci è parso proprio sproporzionato, e finanche un po’ provincialotto. Quella del “Giudizio Universale” è una iniziativa “made in Italy”, di cui le italiche istituzioni dovrebbero essere assai orgogliose.

 

In occasione della conferenza stampa, “Key4biz” ha chiesto a Balich perché non fossero stati attivamente coinvolti Rai e Mibact: il produttore ha segnalato che l’iniziativa gode comunque del patrocinio del Ministero, ma sulla tv pubblica non si è espresso… D’altronde, è un dato di fatto che, in Italia, le iniziative più evolute ed innovative in materia di divulgazione artistica a livello televisivo sembrano essere purtroppo ormai quasi “monopolio” di Sky Arte. E francamente ci ha stupito che, alla prima di ieri sera all’Auditorium di Via della Conciliazione, la Direttrice di Rai Cultura, la appassionata Silvia Calandrelli, fosse stata allocata… nell’ultima fila della galleria (forse quasi a voler farle un dispetto?!).

Marco Balich è un convinto teorico della necessità della “spettacolarizzazione dell’arte”.

 

Un progetto come “Giudizio Universale” dovrebbe essere un laboratorio della tanto auspicata sinergia “pubblico + privato”, anche nella prospettiva della miglior promozione internazionale del “made in Italy” culturale. Balich ha evidenziato che, se lo show registrerà il successo auspicato, potrebbe prevedersi un tour internazionale. Glielo auguriamo, perché si tratta – critiche “estetologiche” a parte – di uno spettacolo stimolante, che merita essere visto, dal turista straniero e dall’italiano. Ci piace qui segnalare che in un’intervista al quotidiano “La Stampa” (4 aprile 2013) Chiara Beria D’Argentine ha definito Balich “l’imprenditore che esporta emozioni all’italiana”.

Abbiamo chiesto alcuni dati relativi al business-plan, ed il socio di Balich Simone Merico ci ha risposto che un contributo importante è stato apportato da Tim (è intervenuto in conferenza stampa Luca Josi, già craxiano convinto e produttore televisivo con la Einstein Multimedia e da qualche mese assistente per i progetti speciali del Presidente Giuseppe Recchi, nonché direttore della struttura “Brand Strategy e Media”), e che gli organizzatori confidano in una tenitura di “almeno un anno”: una previsione molto, ma molto ambiziosa… Il biglietto medio sarà nell’ordine dei 18 euro: la politica di “pricing” è ragionevole, se si considera che i posti migliori costano 28 euro (spettacoli serali del fine settimana). Gli organizzatori hanno segnalato un livello significativo di pre-vendite, tra le 35mila e le 40mila. I primi giorni dello show registrano il “tutto esaurito”. Lo spettacolo è proposto in repliche differenziate, in lingua italiana e lingua inglese, ma è comunque garantito un servizio di traduzione simultanea in varie lingue (cinese, giapponese, francese, tedesco, russo, spagnolo, portoghese).

Comunque recuperare 9 milioni di euro, ad una media di 18 euro a biglietto, significa raggiungere il “break-even-point”, indicativamente, con 500mila spettatori (ovvero una media poco meno di 1.400 spettatori tutti i 365 giorni dell’anno). È vero che i Musei Vaticani possono vantare 6 milioni di visitatori l’anno (con picchi di 25mila visitatori in un giorno), ma sarà possibile che almeno 1 visitatore su 10 vada a vedere lo show (senza considerare, in questa previsione, che il target va ben oltre – ovviamente – i visitatori dei Musei Vaticani)?! Prevediamo un impressionante fabbisogno di investimenti in comunicazione, promozione, marketing. È altresì vero che, secondo alcune statistiche, a Roma verrebbe ogni anno una quantità di turisti impressionanti: sono circa 16 milioni le persone che trascorrono almeno due notti nella Capitale, e la “piazza” romana incredibilmente non offre quasi nulla di stabile, a livello di spettacoli di qualità innovativa e di “appeal” per un target internazionale.

L’operazione ci appare comunque complessivamente ardita (finanche temeraria), ma parrebbe che Balich, nell’arco dei decenni, non abbia mai sbagliato un colpo, essendo maestro riconosciuto – a livello internazionale – dell’economia dell’“entertainment” e dello “show business”.

La rassegna stampa e mediale dell’iniziativa è senza dubbio di gran livello (basti osservare che il giorno dopo la conferenza stampa il “Corriere della Sera” dedicava una lenzuolata allo show, e finanche un altro articolo in altra sezione del quotidiano), anche a livello internazionale (buoni articoli su “The New York Times” e “Le Figaro”).

L’operazione, sostenuta dal Vaticano, sembra rientrare in quel progetto di “riposizionamento mediale” e di profonda rigenerazione comunicazionale della Santa Sede, cui sta lavorando con impegno Monsignor Dario Edoardo Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione. Viganò, in occasione della conferenza stampa, ha proposto una eterodossa lettura mediologica del “Giudizio Universale” di Balich (quasi un estratto di una lezione accademica, provocando un qual certo stupore di molti colleghi giornalisti): “da qualche tempo, l’arte è divenuta protagonista delle narrazioni cinematografiche e televisive: penso ad esempio a “Caravaggio. L’anima e il sangue” (produzione Sky Italia e Magnitudo, n.d.r.) e a “Stanotte a San Pietro – Viaggio tra le Meraviglie del Vaticano” (produzione Rai con Alberto Angela, n.d.r.), facendosi così spazio eletto per il recupero del dialogo, luogo di una nuova educazione a sguardo e parola. Qui si vuole dire il meglio nel miglior modo possibile: richiamando un momento della storia della salvezza, “Giudizio Universale” è un evento totalmente nuovo, un complesso testo di tipo multimediale espressivo”. Difficile acquisire una… benedizione più alta, se non – forse – dal Pontefice stesso (di cui peraltro Viganò è stretto collaboratore).

 

Attendiamo qualche settimana e mese, per verificare se Balich vincerà la scommessa. Glielo auguriamo comunque di cuore, perché l’Italia ha certamente bisogno di imprenditori coraggiosi e visionari – al tempo stesso idealisti e pragmatici – come lui.

 

Clicca qui, per leggere il comunicato stampa di “Giudizio Universale. Michelangelo and the Secrets of the Sistina Chapel” di Marco Balich, in scena all’Auditorium Conciliazione di Roma dal 16 marzo 2018.

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