Cultura

ilprincipenudo. Giovanna Melandri rinnovata alla guida del Maxxi: un museo d’avanguardia, ma in deficit di accountability

Giovanna Melandri rinnovata per altri 5 anni alla guida del museo di arte contemporanea, che sconta però una certa carenza di strumenti di analisi di costi e benefici tipica delle istituzioni culturali italiane.

di di Angelo Zaccone Teodosi (Presidente Istituto italiano per l’Industria Culturale - IsICult) |
Angelo Zaccone Teodosi

ilprincipenudo ragionamenti eterodossi di politica culturale e economia mediale, a cura di Angelo Zaccone Teodosi, Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) per Key4biz. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

La conferenza stampa di ieri mattina presso la sede del Maxxi a Roma, in Via Guido Reni, durante la quale la Presidente Giovanna Melandri ha presentato una sorta di rendiconto di cinque anni alla guida del “Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo”, ed ha annunciato che il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini le ha rinnovato l’incarico per altri cinque anni, ha rappresentato un’ennesima occasione per toccare con mano un diffuso deficit delle istituzioni culturali italiane: la mancanza di una piena capacità d’autocoscienza, e la indisponibilità (o comunque la non propensione naturale) a dotarsi di adeguate strumentazioni di valutazione ed “accountability”.

Aperto nel maggio 2010 con successo di pubblico e commissariato nel maggio 2012 per squilibri di bilancio, il Maxxi può essere considerato un “caso” tipico della gestione delle istituzioni culturali italiane.

Fin dalle origini, su questo Museo hanno pesato variegate ambiziosità progettuali, carenze manageriali, e risorse finanziarie altalenanti. In sostanza, una mancanza di “vision” complessiva, organica, strategica, nella confusione complessiva di una rinnovata sensibilità dello Stato italiano rispetto all’arte contemporanea (dimensione della cultura che oscilla tra mercificazione e vacuità).

Si legge nel libro “Il Maxxi a raggi x. Indagine sulla gestione privata di un museo pubblico” di Alessandro Monti (già professore ordinario di Teoria e Politica dello Sviluppo presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino), pubblicato nel 2014 per i tipi di John & Levi Editore: “Frutto di scelte politiche prive di una puntuale analisi di costi e benefici per la collettività, e caratterizzato dall’anomala condizione di museo statale affidato in gestione a una fondazione di diritto privato, il Maxxi è nato senza una chiara e convincente giustificazione culturale rispetto ad alternative di maggiore utilità sociale”.

Inaugurato undici anni dopo il concorso internazionale bandito per la sua costruzione e vinto dall’architetto iracheno Zaha Hadid (1950-2016) insieme al tedesco Patrick Schumacher, il complesso museale è costato all’erario più di 180 milioni di euro, il triplo di quanto previsto originariamente (110 miliardi di vecchie lire): e già questa vicenda è sintomatica di come (mal) funziona la pubblica amministrazione italica. Secondo alcuni osservatori, l’imponente edificio di cemento si è rivelato più scenografico che funzionale: Monti rimarca la inidoneità della costruzione definita “un contenitore in gran parte inadeguato alle esigenze funzionali“ –  dei totali 21.200 mq, la superficie espositiva risulta essere di soli 10.000 mq – e ricorda che di questa spesa gli italiani non avevano bisogno, considerato che, per favorire questo progetto, se ne è troncato di netto un altro già in corso, quello dell’ampliamento della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea (Gnamc), che prevede(va) la costruzione della nuova Ala Cosenza di oltre 8.000 mq, e che con una spesa notevolmente più bassa rispetto a quella richiesta dalla costruzione di una nuova sede, avrebbe portato la superficie espositiva della Gnamc dagli attuali 15.000 a 23.000 mq…

Il Maxxi è considerata dai più la “creatura” della Melandri (anzi quasi un suo piccolo “regno” culturale) dopo il suo abbandono della politica di professione: classe 1962, eletta alla Camera nel 1994, 1996, 2001, 2006, 2008 (Pds, Ds, Pd); Ministro per i Beni Culturali nei Governi D’Alema I e II e Amato II (1998-2001), dello Sport e Politiche Giovanili nel Prodi II (2006-2008), Ministro della Comunicazione nel “governo ombra” di Walter Veltroni. Nel 2012, nonostante le polemiche, è nominata Presidente del Maxxi dall’allora Ministro Lorenzo Ornaghi, e si dimette da parlamentare, dichiarando che avrebbe “lavorato gratis”: nel 2013, l’arrivo dello stipendio grazie al via libera del Cda del Maxxi, che le riconosce anche il ruolo di Amministratore Delegato… Lo stipendio attuale della Melandri è nell’ordine di 91.500 euro.

Ma non addentriamoci su percorsi eccessivamente specialistici (Maxxi vs Gnam?! e che dire del Macro?!) e personalistici (lo stipendio della Presidente e dei dipendenti…): osserviamo quel che Giovanna Melandri ha presentato ieri, e, soprattutto, analizziamo come ha reagito ad una domanda di un collega, che ha avuto l’ardire di porre quesiti di natura vagamente… “quantitativa”.

La conferenza è stata molto affollata (oltre un centinaio di persone, fauna sociologica abbastanza prevedibile), e Melandri è apparsa in gran forma: “Squadra che vince non si cambia, e sono orgogliosa di annunciare che sarò alla guida del Maxxi per altri 5 anni”.

Rimane dunque invariata la “squadra”, che vede il cinese Hou Hanru in veste di Direttore Artistico, Margherita Guccione come direttore del Maxxi Architettura e Bartolomeo Pietromarchi direttore di Maxxi Arte. Riconferma anche per Enel, quale primo socio fondatore privato della Fondazione Maxxi (partnership avviata nel 2015), e stessa formazione per il Consiglio di Amministrazione, con Monique Veaute (l’artefice della Fondazione Romaeuropa Arte e Cultura) e Caterina Cardona Gambino (Direttrice per anni delle Scuderie del Quirinale e dell’Istituto Italiano di Cultura a Londra), mentre solo Beatrice Trussardi, “per i suoi troppi impegni a Milano, verrà sostituita”.

Per chi è interessato a comprendere il “dietro le quinte” della gestione del Museo, si consiglia la lettura del pamphlet “Maxxi. Cronache dal museo: i primi cinque anni”, curato da Francesco Pellegrino (con prefazione di Tomaso Montanari), edito da Campisano nel 2016. Pellegrino è stato dirigente del Maxxi e lo conosce bene dall’interno, e racconta fatti e fattarelli che mostrano la fragilità dell’idea stessa di questo museo, l’assenza di un approccio sistemico e strategico rispetto alla sua funzione nel complessivo sistema dell’arte (e socio-culturale) del nostro Paese.

Sia ben chiaro, Giovanna Melandri alcuni… “numeri” li ha forniti, ma non sufficienti a dimostrare che la “squadra” sia esattamente… “vincente”: 114 mostre, 2.472 attività educative, e 168 nuove acquisizioni tra il 2013-2017, un bilancio che “realisticamente si chiuderà con oltre 14 milioni di euro”.

Il “modello Maxxi” dovrebbe essere addirittura replicato a L’Aquila, con la creazione di Maxxi L’Aquila, prima sede distaccata del Museo delle Arti del XX Secolo, che verrà realizzato a Palazzo Ardinghelli, i cui lavori di ristrutturazione dovrebbero essere completati entro l’estate, per una previsione di apertura entro il 2018 (operazione resa possibile dal finanziamento di 7 milioni di euro previsto dall’ultima legge di bilancio, risorse che vanno ad aggiungersi a quelle già stanziate per gli anni 2017-2019). Ha precisato Melandri: “Il mio impegno è quello di far entrare nel consiglio altri privati, pur mantenendo la maggioranza pubblica, già oggi il rapporto tra fondi pubblici e privati è del 60 % pubblico a fronte del 40 % privato”.

Le risorse pubbliche sono aumentate di 1 milione attraverso il “piano per l’arte contemporanea” previsto dalla legge di bilancio 2018. I finanziamenti privati nel corso del quinquennio sono cresciuti del 37,5 %, coinvolgendo 193 aziende e 149 mecenati privati. Non si chiedano dettagli ulteriori, perché non ci sono.

E se il Maxxi si vanta di essere il museo più “social” di Roma (con 550mila contatti nel 2017, a fronte dei 110mila del 2013), non sono esattamente esaltanti i numeri sull’affluenza: 1.750.000 persone in 5 anni, tra paganti e non.

Nel 2017, sono entrate 430mila persone, di cui 120mila paganti.

Insomma, senza dubbio la Presidente del Maxxi un po’ di… numeri li ha sciorinati, e la rassegna stampa di oggi registra una discreta ricaduta: il problema è, ancora una volta, la qualità, il senso e la metodologia di questi dati.

Si ha l’impressione che prevalga l’effetto speciale sulla validazione metodologica.

Non è stata proposta una tabella una di analisi diacronica della quantità di visitatori, paganti e gratuiti.

Non è stata nemmeno proposta una tabella una di analisi diacronica dei costi e dei ricavi del Museo.

Va comunque segnalato che i dati essenziali su costi e ricavi possono essere acquisiti dai bilanci che, per gli esercizi che vanno dal 2012 al 2016, sono pubblicati sul sito web del Maxxi, allorquando fino al 2014 – come denunciava Monti nel suo libro – questi documenti erano ancora di ardua reperibilità: bene, un piccolo sforzo nella direzione giusta (trasparenza) è stato messo in atto. Altri dati possono essere acquisiti dagli “Annual Report” del Museo, che però curiosamente non vengono resi disponibili sul sito web del Maxxi (perché?!). Nel complesso, il “dataset” resta assolutamente inadeguato, in termini di valutazione ed “accountability”.

Tante sono le domande che restano senza risposta…

Quanto costa alla collettività il Maxxi, e cosa produce per la comunità, in termini socioculturali?

Cosa produce come stimolazione del sistema artistico nazionale?

Non basta evidentemente il dato sintetico di bilancio: nel 2016, il totale dei ricavi è stato di 11,3 milioni di euro, di cui 7,8 milioni da contributi di gestione (6,6 milioni dal Ministero, 700mila euro dalla Regione Lazio, 600mila euro dall’Enel…), e meno di 1 milione di euro da biglietteria…

Non risulta esistere una accurata analisi di costi / benefici.

Non risultano esistere valutazioni di impatto.

Domanda “provocatoria”: cosa sarebbe successo al sistema culturale italiano se, per ipotesi di lavoro, il Maxxi non fosse mai stato creato?!

Non esiste un “bilancio sociale” del Maxxi, eppure certamente all’istituzione non mancano le risorse per produrre un documento simile: perché la Melandri non sente questa esigenza, affidandone la redazione ad un gruppo di esperti indipendenti?! Si ricordi che Melandri dal 2012 è anche Presidente di un’altra creatura, questa sì proprio sua: la Human Foundation, che nell’aprile 2017 ha festeggiato il primo lustro di attività, tra cui spicca proprio la valutazione dell’“impatto sociale”. Si legge sul sito della fondazione: “Human Foundation è un’organizzazione non profit che promuove soluzioni innovative in risposta ai crescenti bisogni sociali. Favorisce la collaborazione tra imprese, pubblica amministrazione, imprese sociali, fondazioni, investitori pubblici e privati, operatori economici e mondo della finanza per diffondere la cultura dell’innovazione sociale, della valutazione e della finanza ad impatto”. Nota bene: “la cultura della valutazione”.

Qual è l’effettivo “impatto socio-culturale del Maxxi”?! Chi può dirlo???

La questione essenziale si sintetizza in un termine, correlato a quello di “valutazione” giustappunto: rendicontazione.

Abbiamo a che fare con una istituzione che, al di là dello specifico status giuridico, svolge una funzione pubblica, e riteniamo che al “pubblico” – inteso come “stakeholder” e cittadinanza tutta – debba rispondere. In modo preciso, accurato, trasparente. Con la strumentazione tecnica indispensabile per misurare e valutare.

Non è sufficiente sparare narcisisticamente qualche numero in libertà, ad effetto, enfatizzando qualche segno positivo, sganciandolo da una organica analisi complessiva.

Riteniamo che un’analisi quali-quantitativa del pubblico sia un dovere, per un museo come il Maxxi, in termini di politica culturale evoluta e di evoluta economia culturale. E di valutazione di “impatto sociale” anche, appunto.

Abbiamo chiesto se sono state realizzate indagini demoscopiche sui visitatori, e l’ufficio stampa ci ha cortesemente comunicato di non disporre di queste informazioni, ma ha precisato che “ci sono tuttavia sistemi di rilevazione della Customer Satisfaction che vengono utilizzati dal nostro staff per migliorare il servizio”. Dati che evidentemente restano a circolazione interna del Museo.

Quali siano esattamente le “politiche di prezzo” del Museo non è poi stato ben chiarito. Melandri ha sostenuto che “abbiamo abbracciato la politica della gratuità, convinti che questo sia un modo per formare le persone e i risultati si sono visti, perché c’è stato un 17% di pubblico pagante in più di pubblico pagante nel 2017, nonostante l’aumento di ingressi gratuiti”. In effetti, dal lunedì al venerdì la collezione permanente è accessibile gratuitamente.

Quando un giornalista ha domandato se fosse possibile conoscere quali fossero le mostre di maggior successo, la Presidente del Maxxi ha risposto dapprima in modo generico, poi precisando che, a causa della compresenza spesso di più mostre, non sarebbe possibile sapere se il visitatore, entrato per visitare… “alfa”, hai poi dedicato maggiore attenzione a… “beta”. Già questa risposta evidenzia un deficit di volontà cognitiva: con semplici tecniche e tecnologie, sarebbe ben facile consentire la conta dei visitatori in un padiglione o in un altro, ma tralasciamo quest’aspetto.

Giovanna Melandri ha però approfittato della domanda per lamentare, con un evidente fastidio, quel che lei ritiene un eccesso di attenzione (da parte dei media ed in generale del mondo della cultura), su questi aspetti… “quantitativi” (troppo prosaici, Presidente?!): ha cercato di spostare il tiro sulla funzione sociale del museo, che va ben oltre le statistiche sulla fruizione, ovvero sulla quantità di visitatori. È vero, Presidente, ma è altrettanto vero che anche questa funzione socio-culturale va studiata, valutata, misurata, altrimenti qualsiasi presidente o direttore di museo (o di altra organizzazione culturale) può simpaticamente sostenere di guidare la migliore istituzione del pianeta, sulla base di una assoluta autoreferenzialità.

Peraltro, questo deficit di “trasparenza”, di “valutazione” e di “accountability” si ritorce paradossalmente contro i “decision maker” stessi, ovvero rispetto a chi governa le istituzioni, perché spesso, a domanda precisa, emerge l’impossibilità di fornire risposte adeguate. Se ci fossero dati accurati ed analisi trasparenti, colui che talvolta viene messo sul banco degli imputati, potrebbe liberarsi delle accuse, anche in occasioni di polemiche aspre: si ricordi che, nel febbraio 2016, il parlamentare del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista che ha definito il Maxxi come il “topino da laboratorio” dell’idea di cultura privatizzata del Ministro Franceschini (si veda su You Tube “Di Battista – Melandri (Pd) è a capo di un museo e riceve bonus e stipendio con i nostri soldi!”), accusandolo di utilizzare il denaro pubblico per sostenere iniziative opache…

Il Maxxi in effetti ha in qualche modo anticipato la “riforma Franceschini”, che – che nel bene e nel male – ha assegnato autonomia gestionale ai musei italiani (la riorganizzazione del Mibact ha attribuito autonomia finanziaria, contabile e organizzativa – autonomia speciale – ai 22 musei di “rilevanza nazionale”).

Crediamo che sia proprio l’opacità di molte istituzioni culturali italiane una delle perduranti criticità gravi del sistema.

Infine, riteniamo che non si possa non concordare con Vittorio Sgarbi che, oggi, sulle colonne de “il Giornale”, ha lamentato come il Ministro Dario Franceschini abbia provveduto alle nomine… a Camere sciolte: “la legge lo consente, ma il rispetto e la cortesia istituzionale avrebbero dovuto consigliare una proroga, senza imporre un organico, in un settore delicato come quello dell’arte contemporanea”. Certo, Sgarbi non può farsi vanto di essere esattamente un “magister elegantiorum” (nei rapporti politico-istituzionali, almeno), ma in questo caso ha ragione.

Conclusivamente, confessiamo che avremmo apprezzato, durante la rituale ed autocompiaciuta conferenza stampa, se fosse emersa una voce dissonante e dissidente, e finanche spiazzante e forse folle… come avviene in una gustosa scena del gran film “The Square” dello svedese Ruben Östlund (vincitore della “Palma d’Oro” a Cannes 2017, distribuito da Teodora Film), che racconta le vicende di un curatore di un museo – giustappunto – di arte contemporanea, e la sua crisi di coscienza esistenziale (prima che artistica): durante la noiosa presentazione di una nuova mostra, uno degli astanti urla frasi più o meno sconnesse, disturbanti ed oscene (la moglie si scusa, adducendo che il marito ha un qualche disturbo psichico), evidenziando – inconsciamente o meno – alcuni tratti surreali della vacua kermesse, ovvero del museo stesso, nelle infinite contraddizioni dell’arte contemporanea…

 

  • Clicca qui, per leggere la cartella stampa della presentazione “Maxxi: Laboratorio di futuro”, tenutasi il 25 gennaio 2018

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