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ilprincipenudo. Fus: nuove iniziative e progetti speciali, ma il decreto Nastasi può migliorare

Angelo Zaccone Teodosi

Nota di trasparenza: chi cura questa rubrica è consulente di un’iniziativa di ricerca e promozione culturale denominata “Lo Spettacolo Antidoto Contro il Disagio” (da cui l’acronimo “Sacd”), che nel 2013 il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (Mibact) ha fatto propria, elevandola allo status di “progetto speciale” ministeriale. Nel 2015, i promotori del progetto hanno presentato istanza sul Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus) per le attività di “promozione” del settore teatrale, che è però risultata esclusa dalla lista degli assegnatari. Indipendentemente dalle vicende sopra riportate, chi cura questa rubrica resta convinto che tutto il meccanismo del Fondo Unico dello Spettacolo, a 30 anni dalla sua istituzione, richieda un intervento normativo di riforma radicale e di opportuno ammodernamento.

Ieri 15 dicembre si è tenuto presso la Commissione VII del Senato (Istruzione Pubblica, Beni Culturali, Ricerca Scientifica, Spettacolo e Sport) il seguito dell’audizione del Direttore Generale dello Spettacolo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Onofrio Cutaia: come recitava testualmente la convocazione, “in relazione all’affare assegnato n. 612 (distribuzione contributi Fus)”, ovvero sul regolamento “Criteri per l’erogazione e modalità per la liquidazione e l’anticipazione di contributi allo spettacolo dal vivo, a valere sul Fondo Unico per lo Spettacolo”.

Il Direttore Generale Onofrio Cutaia ha risposto con attenzione ad alcuni puntuali quesiti che erano stati posti nella precedente audizione – in particolare quelli della senatrice Elena Ferrara (Pd) – ed ha evidenziato la disponibilità dell’Amministrazione a mettere in atto alcune modifiche al regolamento che determina l’assegnazione delle sovvenzioni pubbliche a favore dello spettacolo dal vivo.

Peraltro, qualche ora prima, al Collegio Romano, lo stesso Cutaia, insieme al suo collega Direttore Generale del Cinema Nicola Borrelli, al Ministro Dario Franceschini, ed al Consigliere per la Multiculturalità Paolo Masini, aveva presentato un’innovativa iniziativa, il progetto speciale ministeriale “MigrArti”, che assegna 800mila euro per iniziative di promozione culturale, con attività di spettacolo (cinema e spettacolo dal vivo, da cortometraggi a concerti e festival: 400mila euro per ognuno dei due settori) finalizzate alla integrazione sociale delle comunità immigrate (clicca qui per leggere i bandi), con chance di contributo massimo di 20mila euro per ogni singolo progetto.

I lettori di questa rubrica sono stati informati in gran dettaglio della vicenda “Fus”, che può apparire questione piccina, allorquando tutto il sistema culturale italiano è stato spiazzato, qualche giorno fa, dall’annuncio – per alcuni aspetti sconvolgente – del Presidente Matteo Renzi di mettere a disposizione 1 miliardo di euro per la cultura nell’esercizio 2016, come serena e ferma risposta italiana al terrorismo fondamentalista jihadista. Di questo intervento straordinario, abbiamo scritto (vedi “Key4biz” del 27 novembre 2015, “Contro il terrore un miliardo alla cultura: ecco come sarà ripartito”), apprezzandolo soprattutto per il dirompente carattere simbolico, pur manifestando qualche dubbio sull’allocazione delle risorse nelle aree di intervento.

La vicenda del “Regolamento Fus”, però, piccina non è e lo stesso Governo ha riconosciuto esplicitamente che alcune correzioni di rotta, rispetto al percorso intrapreso, debbono essere apportate.

Riassumiamo brevemente: nell’estate 2015, sono stati resi noti i risultati della prima applicazione del cosiddetto “decreto Nastasi” (dal nome dell’allora Dg del Ministero, Salvo Nastasi, da qualche mese Vice Segretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri), che ha rivoluzionato gli storici meccanismi di sostegno pubblico allo spettacolo – attraverso quel che è stato definito “l’algoritmo della rottamazione” – e nel mondo del teatro e della musica italiani si son registrati umori neri da una parte di operatori del settore. Soggetti storicamente sovvenzionati sono stati esclusi, ciò ha determinato inevitabili reazioni e molti nuovi entranti (di cui una parte significativa “under 35”) hanno determinato lo scardinamento di fatto di un “assetto storico” del sistema. Molti si son dichiarati soddisfatti (a partire dai nuovi entranti, naturalmente), ma si son registrate proteste, assemblee, lettere aperte, interrogazioni parlamentari, istanze di accesso agli atti, ed infine gli immancabili ricorsi al Tar… Non era mai accaduto in modo così vistoso.

Come abbiamo già scritto anche su “Key4biz”, le intenzioni del “regolamentatore” erano senza dubbio buone (razionalizzare, semplificare, innovare), ma l’applicazione del decreto (così come la sua stessa impostazione strutturale) ha evidentemente mostrato non poche problematiche (di “senso” strategico oltre che di “forma” amministrativa). Riteniamo che una pubblica amministrazione dialettica debba attrezzarsi anche con adeguate capacità autocritiche, se dovesse occorrere. E la soluzione può esser semplice: se ricorrono le condizioni di necessità, un decreto ministeriale può essere corretto con un altro decreto ministeriale, sulla falsariga della cosiddetta “autotutela” della Pubblica Amministrazione. Oppure, il Parlamento sovrano, se rileva criticità significative, ha certamente il potere di intervenire con le opportune corrigende. E in effetti, lo stesso Direttore Generale Onofrio Cutaia ha annunciato ieri che alcune piccole modificazioni al decreto Nastasi sarebbero già in gestazione, e l’ufficio legislativo del Ministero starebbe redigendo i relativi testi. Contemporaneamente, sempre ieri, il Presidente della Commissione VII del Senato Andrea Marcucci ha segnalato come sia stato approvato dalla Commissione Bilancio della Camera un emendamento (di cui lui stesso si era fatto promotore) approvato nella Legge di Stabilità per un piccolo contributo integrativo di 3 milioni di euro in tre anni, per le bande, i cori ed i festival musicali che sono stati esclusi dalla tornata 2015 del Fus.

Ricordiamo che stiamo trattando di pubbliche sovvenzioni per complessivi 141 milioni di euro a favore delle attività di teatro, musica, danza, circhi, spettacolo viaggiante, ovvero oltre un terzo della dotazione totale del Fus (che è stata nel 2015 di 406 milioni di euro, e sempre ricordando che le fondazioni lirico-sinfoniche assorbono, da sole, un incredibile 41 % del totale, ovvero 182 milioni di euro).

Va anzitutto notato ed apprezzato che per il 2015 s’è previsto un budget superiore di 10 milioni rispetto all’esercizio 2014, e di questo va giustamente dato atto al Ministro Dario Franceschini: un piccolo ma importante segnale di controtendenza, rispetto ai disastri del passato.

Nell’interessante audizione del 17 novembre di fronte al Senato ovvero di fronte alla Commissione VII “Istruzione Pubblica e Beni Culturali” (clicca qui per la videoregistrazione da parte della web tv del Senato), il Direttore Generale Onofrio Cutaia ha anche confermato l’approccio già manifestato di fronte all’omologa commissione della Camera dei Deputati (tenutesi il 29 ottobre ed il 10 novembre): un parere “molto ma molto positivo” sul decreto, che si basa su una impostazione che vorrebbe trasformare il Fus da “fondo di assistenza” a “fondo di sviluppo”, e, al contempo, la consapevolezza dell’opportunità di mettere in atto “piccoli correttivi”. Cutaia ha però ragionevolmente spiegato che, anche se – per ipotesi – si volessero accogliere alcune istanze dei protestatari (gli esclusi), si verrebbe a determinare il rischio di conseguenze paradossali: perché, a quel punto, gli ipotetici neo-ammessi, se la rinnovata selezione andasse a discapito di alcuni dei già ammessi (e non potrebbe avvenire altrimenti, a budget immutato), scatenerebbero le ire dei neo-esclusi, magari con il rischio di ulteriori, anche se non scontati, ricorsi al Tar. Insomma una matassa complicata che potrebbe generare una condizione ancor più complicata. Sono intervenuti nel dibattito alcuni senatori: Michela Montevecchi per il M5S, Elena Ferrara per il Pd, Claudio Martini per il Pd, Franco Conte per Ap-Ncd-Udc. Va osservato che il tono del confronto è stato complessivamente attento, analitico e focalizzato su singole questioni.

L’intervento più critico è stato manifestato invece da Andrea Marcucci, Presidente della Commissione VII, che pure ha preliminarmente precisato di intervenire come “semplice” senatore, e non nella veste presidenziale. Anche Marcucci ha manifestato un giudizio complessivamente positivo rispetto al decreto avviato dall’ex Ministro Massimo Bray e poi sviluppato dall’attuale Ministro Dario Franceschini, ma ha lamentato “la gravità della tempistica” della messa in atto del regolamento, che ha arrecato danni a moltissimi operatori, ed ha notato come le criticità del decreto abbiano prodotto “molti morti sul terreno culturale, diffusamente e senza che se ne comprendano le ragioni”. Marcucci ha manifestato anche qualche dubbio sulle competenze tecniche di alcuni componenti delle Commissioni consultive cui l’amministrazione ha delegato la selezione (commissioni nominate peraltro dal Ministro), ed ha altresì lamentato l’errore di non aver previsto un anno di test, ovvero un lasso temporale adeguato alla verifica della sperimentazione delle innovazioni introdotte dal decreto, per poter apportare corrigende “in itinere”.

In verità, una soluzione ci sarebbe, nemmeno tanto complessa: si potrebbe definire, con decisione del Ministro ovvero del Parlamento, l’allocazione di risorse ulteriori, che vadano a risolvere alcune delle criticità: un “fondo perequativo” che vada a sanare le problematiche emerse con la prima applicazione del “decreto Nastasi”. Così non è stato (se non per il micro-intervento per il settore musica promosso da Marcucci, subito criticato da alcuni come “solito” emendamento-mancia da legge finanziaria), e la situazione permane complessa.

Ma cosa è accaduto dalla precedente audizione del 17 novembre scorso fino al prosieguo della stessa ieri il 15 dicembre? Alcune iniziative di dibattito, che non hanno purtroppo suscitato l’attenzione dei media “mainstream”, ma che hanno alimentato polemiche stimolanti sul web come la lettera aperta del 10 novembre di una voce altra rispetto alla potente lobby Agis, qual è il C.Re.S.Co., il giovane coordinamento che rappresenta oltre 100 tra strutture, festival ed operatori italiani della scena contemporanea italiana.

Tra tutte, va però segnalato che processi di “autocritica” sembrerebbero essere emersi all’interno di quelle stesse commissioni consultive cui l’Amministrazione ha affidato il processo selettivo delle sovvenzioni. Ne ha dato notizia Anna Bandettini, sul suo blog il “Post Teatro” del quotidiano “la Repubblica” (vedi “Teatro e Fus: ecco cosa dice la Commissione”, postato l’8 dicembre scorso). In sostanza, è stata data pubblicità ad una relazione interna che la Commissione ha trasmesso al Ministro ed al Direttore Generale a fine settembre, finora segretata. Si ricorda che, oltre a, fanno parte della Commissione Massimo Cecconi, Oliviero Ponte di Pino Ilaria Fabbri, Roberta Ferraresi e Lucio Argano (che la presiede). La relazione è stata redatta a conclusione dei lavori di distribuzione del Fus seguendo i criteri del nuovo decreto. Dall’inedito documento, emerge come la Commissione stessa auspichi che le proprie analisi critiche possano servire a sollecitare un dibattito consapevole per il miglioramento del decreto stesso.

Il documento è stato reso noto soltanto il 4 dicembre scorso, in occasione della riunione di insediamento del “tavolo tecnico” tra Direzione Generale dello Spettacolo del Mibact e enti territoriali e locali (come previsto dallo stesso “decreto Nastasi”, all’articolo 5 comma 3). Nel corso dell’incontro, convocato al Mibact, i presidenti delle quattro Commissioni Consultive hanno presentato i documenti relativi all’attività delle Commissioni Circo, Danza, Musica e Prosa. La “Relazione finale della Commissione Teatro (anno 2015)” è stata pubblicata sul sito “Ateatro”, webzine di cultura teatrale (sito animato – tra gli altri – giustappunto dal Commissario Ponte di Pino, che è anche Presidente della Associazione Culturale Ateatro), anche in risposta ad una polemica scaturita il 20 novembre a Milano, con l’intervento di Elio De Capitani (delegato artistico dell’Elfo-Puccini di Milano) al convegno “Media e spettacolo: informazione ormai virtuale?” promosso dalla Fondazione “Paolo Grassi – La Voce della Cultura”, che lamentava la mancanza di un ampio e pubblico dibattito sul decreto e sulla sua applicazione. Lo stesso Ponte di Pino rispondeva pubblicamente (“La riforma del teatro: una buona pratica?”)  a De Capitani (“Una riforma da cambiare. Il ricorso al Tar è per correggerla”), evidenziando appunto come la non pubblicazione della relazione della Commissione determinasse una perdurante opacità, nella quale s’alimentano anche polemiche infondate: “La Relazione, dal titolo ‘Il decreto del 1° luglio 2014: il lavoro della Commissione Teatro’, con alcune raccomandazioni e proposte di modifica del provvedimento, è da tempo nelle mani dell’Amministrazione, che in questi mesi ha preferito non diffonderla, impoverendo il pubblico dibattito sul tema e di fatto lasciando spazio solo a trattative ‘a porte chiuse’ tra il Mibact e alcuni soggetti (o, in alternativa, ai ricorsi al Tar da parte dei singoli soggetti). Una seconda conseguenza, che hai rilevato anche tu: la mancata pubblicazione della Relazione mette la Commissione e i suoi componenti in una posizione di gravissimo disagio. Da un lato, la espone, senza possibilità di replica, alle critiche pubbliche di alcuni (spesso disinformate e interessate) per le risultanze del primo anno di applicazione del Decreto; dall’altro, esclude il contributo (e la competenza) della Commissione dalla discussione attualmente in corso sul Decreto, sulla sua applicazione e su eventuali modifiche”.

Il Ministero deve aver saggiamente accolto l’istanza di trasparenza e dialettica sollecitata, se è vero che la Relazione in questione è stata finalmente pubblicata, il 4 dicembre 2015 (a quanto ci risulta, soltanto sul sito web “Ateatro” però; e non si ha traccia delle relazioni delle altre Commissioni consultive), ed è oggi quindi un documento tecnico di grande importanza per l’intera collettività dello spettacolo italiano. Peccato, non sia stata messa a disposizione delle commissioni parlamentari in tempo utile, ovvero prima delle audizioni in Camera e Senato (fatta salva quella del 15 dicembre appunto).

Conclusivamente: il decreto Nastasi ha smosso acque stagnanti da anni e forse decenni, ha avviato una riforma richiesta a viva voce da tutti, ha scardinato un assetto conservativo per molti aspetti caratterizzato da ingiuste rendite di posizione e da privilegi relazionali, ma – al tempo stesso – è intervenuto drasticamente in una materia complessa e delicata, qual è l’intervento dello Stato nel settore culturale. In assenza di un opportuno, accurato ed approfondito, dibattito politico e parlamentare per una riforma moderna del Fus (ed in assenza di dataset minimamente adeguati: si pensi che, a metà dicembre, non è ancora disponibile la “Relazione annuale” sul Fus al Parlamento per l’anno 2014…), il regolamento ministeriale si è spinto troppo in avanti: molta acqua sporca è stata buttata, ma con essa anche qualche creatura innocente. L’errore forse più grave – lamentato da molti (come il Presidente della Commissione VII Andrea Marcucci) – è stata l’assenza di previsione di un anno di sperimentazione: un test valutativo sulla prima applicazione sull’anno 1°, con chance di corrigenda fin a partire dall’anno 2°, era indispensabile.

Il prosieguo dell’audizione del Dg Onofrio Cutaia in Senato così come la presentazione del progetto speciale “MigrArti” al Ministero appaiono come evidenti segni della disponibilità dialogica sia della politica sia dell’amministrazione a “modificare tutte le cose modificabili”, come ha sottolineato il Dg Onofrio Cutaia, rispetto alle stesse criticità del decreto Nastasi. Ciononostante a mio modesto parere rimane l’esigenza di avviare un dibattito a trecentosessanta gradi sulla riforma dell’intervento complessiva dello Stato nel settore culturale (ben oltre il Fus, e basti pensare ai contributi all’editoria o alle emittenti radiotelevisive locali).

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