Resoconto

ilprincipenudo. Cda Rai, chi c’era e cosa si è detto nell’unico incontro pubblico tra i candidati

Chi c’era e cosa si è detto all’incontro pubblico tra i candidati al Consiglio di amministrazione della Rai, promosso da AdpRai, Ucsi e InfoCivica a poche ore dall’elezione da parte di Camera e Senato, prevista per le ore 11 di mercoledì 18 luglio.

di Angelo Zaccone Teodosi (Presidente Istituto italiano per l’Industria Culturale - IsICult) |
Angelo Zaccone Teodosi

ilprincipenudo ragionamenti eterodossi di politica culturale e economia mediale, a cura di Angelo Zaccone Teodosi, Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult (www.isicult.it) per Key4biz. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

Mercoledì 18 luglio 2018, Camera dei Deputati e Senato della Repubblica sono chiamati ad eleggere 4 membri del futuro Consiglio di Amministrazione della Rai: alle ore 11 il Senato ed alle ore 11.30 la Camera dei Deputati.

Un paio di ore prima, alle 9, il calendario parlamentare prevede l’insediamento della Commissione di Vigilanza Rai e l’elezione del Presidente della stessa.

Per quanto possa apparire incredibile, non c’è stata, nei mesi scorsi, ovvero da quando le candidature sono state accolte dai rispettivi uffici di Camera e Senato (dal 30 aprile al 31 giugno) una occasione (una!) di pubblico dibattito, ovvero di confronto dialettico tra coloro che hanno inviato il proprio curriculum: si tratta di 236 volenterosi cittadini.

È incredibile, ma purtroppo vero.

In un Paese normale, sarebbe inconcepibile, ma l’Italia non è un Paese normale.

Quella che poteva essere una bella occasione – anche per il sistema partitocratico (vecchio e nuovo), anche per il nuovo governo del Paese (che proclama innovazione a gogò) – di democrazia, di trasparenza, di meritocrazia è stata vanificata dal totale disinteresse da parte delle istituzioni (Camera e Senato in primis), politici, sindacati, e finanche – va lamentato – della stessa società civile.

Non abbiamo registrato una presa di posizione una da parte di un qualsivoglia partito politico, rispetto a questa ridicola procedura.

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La legge di riforma della Rai, tanto cara al dirigista-decisionista Matteo Renzi, ha voluto innovare: Cda eletto dal Parlamento (4 membri su 7, perché 2 sono designati dal Governo, ed 1 altro eletto dai dipendenti Rai; il potente Amministratore Delegato sarà nominato dal Ministro Giovanni Tria, titolare del Mef), ma… senza uno straccio di procedura!

Una foglia di fico, ovvero una buffonata: chiunque, più o meno rispondente a pre-requisiti generici, ha avuto chance di inviare il proprio curriculum. E lì è finito il gioco.

Democrazia dell’apparenza, demagogia della meritocrazia.

Qualcuno ha pensato ad una procedura comparativa?!

Qualcuno ha pensato ad un pubblico confronto?!

Qualcuno ha pensato che i nostri mille parlamentari elettori forse avrebbero dovuto avere chance di sapere qualcosa di coloro che andranno ad eleggere?!

No.

I Presidenti della Camera Roberto Fico e del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati hanno perso una grande occasione.

Non sarebbe stato complicato mettere in atto una comparazione, un dibattito, un confronto. Bastava la volontà politica: che non c’è stata.

Nemmeno la sana idea di alcuni candidati al Consiglio di Amministrazione, e fatta propria anche da “Key4biz”, di promuovere almeno… un questionario, è stata presa in considerazione (vedi “Cda Rai, lettera aperta al Presidente della Camera Roberto Fico”, in “Key4biz” del 2 luglio 2018).

Unica eccezione a questa deriva di intelligenza, una iniziativa promossa da tre onorevoli associazioni della società civile, che hanno deciso, sabato scorso 7 luglio, a fronte dell’inquietante deserto di idee, di convocare una pubblica riunione, che si è tenuta ieri lunedì 16 presso la Sala di Via in Lucina 16/a, a pochi metri dal Parlamento (anche “Key4biz” ne ha dato notizia): l’Associazione Dirigenti Pensionati Rai (AdpRai), l’Unione Cattolica Stampa Italiana (Ucsi), ed il “think tank” indipendente InfoCivica hanno invitato tutti i candidati al Cda Rai ad un pubblico confronto.

Commendevole iniziativa: in effetti, nessuno, nelle settimane scorse, ha avuto un’idea simile.

Ci si è quindi ritrovati, a fronte di un uditorio non oceanico ma certamente qualificato, in poche decine di persone: alla fin fine, quasi quasi più… candidati che spettatori, è parso, ma nonostante ciò il dibattito ha registrato picchi di analisi alta, ed ha consentito di raccogliere molti stimoli (peccato che non sia stata coinvolta Radio Radicale per lo streaming dell’evento). Impressionante l’assenza totale di parlamentari, come se la questione Rai interessasse soltanto dal punto di vista della gestione del potere, e non come occasione di dibattito fondamentale per la democrazia.

Adrai e Ucsi e InfoCivica hanno preannunciato che vorrebbero che questa iniziativa fosse la prima di un “confronto” futuro, magari con i candidati eletti, tra qualche settimana.

L’iniziativa è stata introdotta dall’appassionato Andrea Melodia, già dirigente apicale Rai di lungo corso e fino a pochi mesi fa Presidente dell’Unione della Stampa Cattolica Italiana, che ha sostenuto che il servizio pubblico appare oggi come una sorta di “cittadella assediata”, e come baluardo di una democrazia che vede a rischio la propria stessa sopravvivenza. Ha rigettato l’idea di una privatizzazione, ed ha sostenuto come la Rai dovrebbe essere la promotrice di una politica generale del Paese “di sostegno alla comunicazione di qualità”. Melodia ha aspramente criticato un lungo articolo di Milena Gabanelli, pubblicato lunedì nella sua rubrica “Dataroom” sul “Corriere della Sera”, sostenendo che contiene non poche inesattezze, e compie l’errore di immaginare (vedere) una Rai tutta centrata su “news e web”, allorquando il “servizio pubblico” deve essere declinato a trecentosessanta gradi, in tutte le forme dell’audiovisivo e della cultura. Ai lettori si segnala il “botta e risposta” web tra l’Usigrai e la stessa Gabanelli: la giornalista replica: “Non me la sono affatto presa con le redazioni (rileggete l’articolo), ma con l’inefficienza mostruosa prodotta dalle scelte politiche nella spartizione delle poltrone”. Melodia ha auspicato la messa in moto di un meccanismo di “indici di coesione sociale” (concetto innovativo introdotto dal nuovo “contratto di servizio”), che vadano a bypassare la dittatura dell’Auditel e, in generale, degli indici di ascolto.

Aperto il libero dibattito, senza scaletta predefinita, la parola è stata assegnata a tutti i candidati che avessero deciso di intervenire, “interni” alla Rai ovvero esterni. Sono intervenuti una quindicina di candidati, quindi meno del 10 % del totale…

Interventi tutti complessivamente brevi e succosi, senza particolare sforzo da parte del moderatore Andrea Melodia.

È intervenuto per primo Stefano Ciccotti, “Chief Technology Officer” di Viale Mazzini (già Ad di Rai Way dal 2000 al 2017), candidato dall’Associazione dei Dirigenti Rai (Adrai), che ha lamentato l’assenza ormai di “comunicazione interna”, tra i vertici aziendali (il Cda soprattutto) e la base, una sorta di blocco infra-aziendale che ha reso il “settimo piano” (ove opera il Consiglio di Amministrazione) un corpo isolato, con l’elaborazione di “piani industriali” ormai paradossalmente appaltati all’esterno (alle solite multinazionali della revisione e della consulenza), e spesso zeppi di bei concetti ma inconcludenti, e comunque soggetti a procedure di approvazione lente e complicate. Divertente la battuta sul concetto di “progetto iconico”, che caratterizza una delle bozze di piano industriale voluto dall’ex Direttore Generale Antonio Campo Dall’Orto.

Il candidato “interno” Emidio Grottola (funzionario della Direzione Acquisti Rai), che ha ritirato la propria candidatura a favore di Riccardo Laganà di IndigneRai, ha focalizzato l’attenzione sul problema dei lavoratori Rai, che versano “in condizioni penose, all’età della pietra, demotivati e maltrattati…”. Ha ricordato come qualsiasi impresa normale che si trovasse con una situazione di contenzioso legale rispetto ad 1 dipendente su 10 sarebbe destinata ad inevitabile fallimento. Ed ha sostenuto “in verità, potenzialmente 1 dipendente su 2, in Rai, sarebbe propenso a muovere azione legale verso la propria azienda…”. Ormai viene appaltato tutto, incluso… il piano industriale, appunto!

Sulla stessa linea Riccardo Laganà, esponente di IndigneRai, che ha evidenziato lo stato di malessere e di insoddisfazione dei dipendenti, correlandolo alla bassa qualità tecnologica dei mezzi di cui dispone attualmente il servizio pubblico radiotelevisivo italiano, che determina talvolta situazione semplicemente vergognose.

Approccio diverso quello proposto dall’avvocato Michele Lo Foco (già nel Consiglio di Amministrazione di RaiNet e Rai Trade e consigliere per la fiction dell’ex Direttore Generale Mauro Masi: “consigliere inascoltato”, ha precisato), che ha denunciato la struttura “pletorica” della Rai, “con troppi canali”, e 2 persone che godono di un “potere smisurato”, nella fiction e nel cinema italiano, come Eleonora Andreatta (a capo di Rai Fiction) e Paolo Dal Brocco (a capo di Rai Cinema). “La Rai è formata da 7 o 8 ‘repubbliche indipendenti’, che da anni la occupano ‘manu militari’, a partire da trasmissioni come ‘Porta a Porta’”, ha sostenuto con tono pacato ma deciso. Secondo Lo Foco ci sono “troppi canali” e la Rai “dovrebbe essere il meno possibile produttrice”.

La già colonna del quotidiano confindustriale “il Sole 24 Ore” (ed attualmente collaboratore di “Key4biz”), nonché apprezzato economista dei media, Marco Mele, ha alzato il tiro, ricordando che accordi come quelli in materia di diritti del calcio, l’intesa tra Mediaset e Sky Italia evidenziano delle profonde mutazioni complessive del mercato, rispetto alle quali la Rai sembra totalmente passiva, inerte, dormiente. Ha lamentato come nessuno in Italia abbia segnalato che il Presidente del “psb” francese abbia proposto una Netflix europea (con maggiore concretezza – riteniamo – rispetto alla bislacca idea del Vice Premier Luigi Di Maio su una Rai possibile “Netflix italiana”: vedi “Key4biz” del 2 luglio, “Rai da privatizzare e Netflix italiana, parole in libertà di Grillo e Di Maio?”): si deve ragionare in una prospettiva europea, globale, planetaria. “È scandaloso che sia il Ministero del Tesoro azionista della Rai per il 99,5 per cento”, ha sostenuto Mele: in questo modo, il Consiglio di Amministrazione è accessorio, ed è il Governo “a controllare tutto”.

Breve intervento di un ex dirigente apicale Rai (tra l’altro Vice Direttore di Rai Uno, ha lasciato l’azienda nel 2000), Mario Maffucci, che ha ricordato come “un tempo” la Rai avesse, nel sistema della politica, degli interlocutori culturalmente di livello, il che attualmente non sembra essere…

Roberto Natale, candidato dall’Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai), già Portavoce della ex Presidente della Camera Laura Boldrini, ha lamentato come su tematiche strategiche fondamentali (le alleanze, a livello nazionale e globale) non si sia ascoltata “una parola una”, dai vertici della Rai, nemmeno rispetto all’accordo Mediaset-Sky. Ha segnalato gli attacchi di Urbano Cairo, nell’asse “Corriere della Sera” – La7, rispetto ad un canone da non riservare più esclusivamente alla Rai ed a un servizio pubblico senza pubblicità. Anche Natale ha criticato le posizioni assunte da Milena Gabanelli sul “Corriere” (non a caso, in mano a Cairo). Ora ci si trova in una situazione curiosa: chi ci governa deve rispettare una “brutta legge”, approvata da una maggioranza che non esiste più. Ha rimarcato come quel concetto di “coesione sociale” introdotto dal contratto di servizio, deve essere l’asse portante di una riforma dello spirito identitario dell’azienda.

Un “vecchio saggio” (in verità non così anziano, essendo classe 1948) come Stefano Rolando ha ricordato la propria esperienza in più mondi, pubblico-privato, istituzionale-aziendale, prima di approdare nelle lande universitarie (lo Iulm di Milano, da 2001): “sono andato via dalla Rai alla metà degli anni Ottanta, quando c’era un consiglio di amministrazione di 16 membri, ma di ben alta qualità…”. Ha segnalato l’eccesso di autoreferenzialità che caratterizzerebbe ancora il dibattito interno della Rai, una sorta di “pallottola autoreferenziale” che ha poca chance di farcela, nello scontro con una politica che ha scardinato i paradigmi classici della democrazia e della dialettica. Rolando, con un discorso alto e dotto (e facendo riferimento ad una scaletta che pure aveva diligentemente redatto), ha auspicato che si promuova un “codice interno contro il rischio di propaganda politica”, che è la patologia principale che deve affrontare Rai in questa nuova fase politica. Ha invocato un “piano vocazionale”, ovvero un “piano identitario” per il servizio pubblico italiano… Va segnalato che Rolando è stato l’unico candidato al cda che ha integrato, nella lettera di trasmissione del proprio cv per l’autocandidatura, alcune considerazioni sulla propria “vision” della Rai.

Il moderatore Andrea Melodia ha poi letto un breve messaggio di Giorgio Balzoni (che ha lasciato la Rai nel 2014 dopo essere stato Vice Direttore del Tg1), che ha proposto l’unificazione delle testate Rai, la riforma della radiofonia, lo sviluppo di iniziative per l’estero…

Patrizio Rossano, giornalista e studioso (dimessosi nel 2016 da Rai World, di cui è stato Responsabile delle Relazioni Esterne), ha sostenuto che il Presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, Angelo Marcello Cardani, in occasione della presentazione della “Relazione Annuale” Agcom, qualche giorno fa, avrebbe sostenuto tesi “false” (!), come una presunta stabilità della televisione nel consumo dei media da parte degli italiani: in verità, la tv perde colpi (ed audience), giorno dopo giorno… La legge renziana è “brutta sporca e cattiva”, ma qualcosa “da salvare” in Rai ancora c’è, se si supera la logica difensiva della… Fortezza Bastiani (efficace citazione da “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati).

Alessandra Paradisi (attualmente Vice Direttore Coordinamento Attività di Standardizzazione e Progetti Speciali Area “Chief Technology Officer” Rai, già a capo della Copeam, l’associazione delle tv pubbliche del Mediterraneo), unica donna a partecipare al dibattito, ha ricordato come dovrebbe essere “la politica” – interpretando “la società” – e non “la Rai” a prospettare una visione complessiva del sistema valoriale. La Rai, fin dall’epoca dei “Professori” (avviata nel 1993), subisce un continuo processo di “demolizione” (ha ricordato che l’allora Presidente De Claudio Demattè arrivò a prospettare “portiamo i libri in tribunale”). A fronte di questa “continua demolizione scientifica” dell’azienda, una difesa è venuta dall’Europa, ovvero dai “Protocollo di Amsterdam”, che ha consentito ai “public media service” di continuare ad avvalersi di un sistema di finanziamento misto. Ha lamentato il continuo impoverimento delle produzioni interne, il crescente ricorso alle multinazionali dei format…

Gianluca De Matteis Tortora, giovane funzionario Rai e candidato da ben quattro sindacati aziendali (Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil, Ugl Informazione), ha sostenuto che sarà interessante osservare cosa farà il nuovo Governo (ed il nuovo Cda) nelle prossime settimane: penserà “prima… ai dirigenti o prima… ai piani editoriali”. Viale Mazzini soffre di una crescente “crisi di identità” e ha perso, negli ultimi anni, la capacità di interloquire – da pari a pari – con il sistema politico. “Non si deve avere nostalgia dell’età dell’oro, ma si deve denunciare che un contratto di servizio sempre più generico e sfuggente non ha aiutato la Rai, ma l’ha affossata”, riducendo il suo profilo identitario, con un processo a cascata, che ha finito per demotivare anche i lavoratori: “diviene difficile rispondere, ad un amico, a cena, ad una domanda come… ‘ma perché diavolo io dovrei pagare il canone’?!”.

Piero De Chiara (già dirigente Telecom Italia e La7, Presidente di Dgtvi, e fino a pochi mesi fa consigliere del Commissario Agcom Antonio Nicita) ha sostenuto come il “servizio pubblico” sia ormai “il baluardo contro la frammentazione” che caratterizza sempre più la nostra società digitalizzata. De Chiara crede molto nel concetto di “coesione sociale” (che, nel confronto di ieri, è stato introdotto da Melodia e richiamato da Natale), come elemento distintivo di una auspicabile nuova Rai. Ma questa “coesione sociale” va studiata, valutata, misurata, in modo serio, avvalendosi di un indice ben strutturato e metodologicamente validato.

Giuseppe Sangiorgi (già Direttore de “Il Popolo” e membro del Consiglio dell’Agcom dal 1999 al 2005) ha apprezzato la “passione civile” che emerge dall’incontro odierno, ed ha proposto una lettura alta, molto politica, della situazione in cui ci troviamo: “parlare di Rai significa parlare di politica”, ma di una politica che diviene sempre più “battaglia di potere, e non di democrazia”. Ha sostenuto che “la democrazia ormai non si basa più sull’ideologia, ma sull’uso dei mezzi di comunicazione”. La Rai deve divenire “un argine nei confronti dello strapotere delle nuove multinazionali dell’immaginario”, che ci costringono ad una subalternità rispetto a valori non tipici della nostra cultura umanista. Sangiorni ha anche ricordato come sia riuscito ad introdurre – quando era consigliere giuridico dell’allora Ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni – il concetto di “qualità”, e quindi di misurazione della qualità nel “contratto di servizio” Rai, scontrandosi con la resistenza di un conservatore come Giancarlo Leone (attualmente Presidente dell’Associazione dei Produttori Televisivi – Apt). Il nome di Leone è stato evocato negli interventi di diversi oratori, come figura-simbolo di una Rai troppo autoreferenziale.

Alessandro Currò, giurista d’impresa (lavora per la Direzione Corrispondenti Esteri di Viale Mazzini), iscritto Cisl del Coordinamento delle Sedi Regionali Rai, ha rimarcato l’esigenza di superare lo stato di diffusa depressione che caratterizza buona parte dei dipendenti Rai.

L’avvocato Giovanni Galoppi (già nel Consiglio di Amministrazione di RaiWay ed anche di Cinecittà) ha sostenuto che uno deficit principali della Rai sia da ricercare nella modesta capacità di internazionalizzazione, ed ha raccontato come suoi tentativi di sviluppo in quella direzione siano stati vanificati tra scontri politici tra l’allora Ministro dei Beni e delle Attività Culturali Giuliano Urbani e l’allora Direttore Generale Claudio Cappon

Marco Giudici, Direttore di Rai Italia ovvero del canale Rai World, unico tra gli intervenuti a non essere “candidato” al Cda, ha raccontato – in modo simpatico ed accattivante, ma alla fin fine deprimente – le condizioni disastrose nelle quali versa l’attività di Viale Mazzini verso la comunità degli italiani all’estero, ed ha lamentato che il nuovo contratto di servizio preveda un canale internazionale “in inglese”, non dedicando adeguata attenzione agli italofoni nel mondo, ed ai loro figli. Il progetto di canale “in inglese” si sarebbe comunque arenato, dato che il Ministero dell’Economia avrebbe bocciato una proposta della Presidente Monica Maggioni di costituire una società “ad hoc”. E quindi verosimilmente, anche su questo fronte, la Rai è già inadempiente rispetto al contratto di servizio. Senza dimenticare che nessuno ha pensato che a fronte di una simile “prestazione” Rai (prestazione non da poco conto, se si esclude la solita ipotesi “nozze coi fichi secchi”), sarebbe stato indispensabile prevedere una controprestazione (budget adeguato).

Anche chi redige questo resoconto (definendosi autoironicamente “candidato per gioco più che provocazione”) ha voluto dare un proprio contributo, sostenendo che la Rai va riformata radicalmente: “tre le esigenze urgenti ed essenziali: 1. anzitutto, priorità assoluta: le si deve togliere completamente la pubblicità, perché un “servizio pubblico radiotelevisivo” deve essere totalmente indipendente dagli interessi degli investitori commerciali; 2. la si deve aprire radicalmente alla società, intesa come società civile, terzo settore, associazioni che rappresentano la parte più viva, autentica, vivace del nostro Paese, con un coinvolgimento attivo e continuo di queste soggettività; 3. deve proporre una visione del mondo che sia plurale, diversa, anticonformista, altra rispetto a quella che propongono – anche come “agenda setting” – i media commerciali, da Mediaset a Sky a La7; deve dare voce alle infinite minoranze che rappresentano la ricchezza del nostro Paese”.

Va ricordato che anche nel 2012 fu data la possibilità di inviare alla Commissione di Vigilanza Rai (allora presieduta da Sergio Zavoli) la propria autocandidatura al Cda Rai, e 320 volonterosi cittadini l’inoltrarono. Ci fu allora… trasparenza? No. Ci fu allora… valutazione comparativa? No. Ci fu allora… selezione meritocratica? No. Nel 2018, grazie alla zoppicante legge “di riforma” della Rai voluta da Matteo Renzi, ancora una volta, si predica bene e si razzola male. Una trasparenza a metà. Una tecnocrazia teorica. Una dinamica partitocratica in versione “social media”. L’elezione del Consiglio di Amministrazione Rai riproduce la farsa di una politica che teorizza trasparenza e meritocrazia, ma non la sa praticare.

Dopo tre ore di analisi dense, Andrea Melodia non ha voluto trarre alcuna conclusione, ma ha annunciato che le tre associazioni AdpRaiUcsiInfoCivica si faranno presto promotrici, verosimilmente a settembre, di un nuovo pubblico incontro, al quale verranno invitati sia i nuovi membri del Consiglio di Amministrazione Rai, sia gli “ex candidati” che vorranno stimolare un confronto costruttivo.

Uscendo dalla sala, alcuni dei presenti commentavano la strana pratica del Movimento 5 Stelle, i cui vertici lunedì hanno “pre-selezionato” anzi “scremato” 5 candidati al Cda (come, non è dato sapere, ma i maligni sostengono “a cura” della Casaleggio & Co.), e li sottopongono, nella giornata di martedì 17 (dalle ore 10 alle 19) al parere ovvero votazione della piattaforma Rousseau: curiosa interpretazione del concetto di democrazia, per quanto in versione digitale. Ci piace qui riportare il commento di “Lucia”, postato alle ore 22.58 di lunedì 16 luglio, sul Blog delle Stelle, che registra (nella notte tra lunedì e martedì) oltre 250 commenti: “ma che razza di votazione è? chi ha deciso che deve essere uno di questi cinque? ma chi sono? ditemi che è uno scherzo!”. Flavia Donati alle ore 20.07 scrive: “Non voterò dei nomi selezionati da mani ignote. Senza sapere la loro visione della Rai”. Salvatore Milo alle 13.27: “questa votazione è una farsa, avete già scelto nelle stanze chiuse, e poi ci dite di votare questi 5 nomi”. E ciò basti.

Altri intervenuti all’iniziativa si sono domandati se fossero loro gli “alieni” o piuttosto gli abitanti del vicino Palazzo (Monte Citorio o Madama che fosse), nel rispettivo esercizio di elaborare teorie e gestire potere rispetto ad un “servizio pubblico radiotelevisivo” purtroppo sempre più a rischio di evanescenza nella coscienza della politica italiana…

 

  • Clicca qui, per leggere il documento “Un colpo di coda per la Rai” elaborato dall’Associazione Dirigenti Pensionati Rai, che è stato inviato ai candidati al Consiglio di Amministrazione Rai, in preparazione dell’incontro pubblico del 16 luglio 2018.
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