Finestra sul mondo

Il prezzo del petrolio si avvia verso gli 80 dollari al barile, Tensioni Usa-Iran, L’Europa contro il governo M5S-Lega

Poteri, economia, finanza e geopolitica nelle ultime 24 ore.

di Agenzia Nova |

Finestra sul mondo è una rubrica quotidiana con le notizie internazionali di Agenzia Nova pubblicate in collaborazione con Key4biz. Poteri, economia, finanza, lette in chiave di interdipendenza con un occhio alla geopolitica. Per consultare i numeri precedenti, clicca qui.

Il prezzo del petrolio si avvia verso gli 80 dollari al barile

16 mag 11:05 – (Agenzia Nova) – Il prezzo del petrolio negli ultimi giorni e’ quasi triplicato in meno di tre anni e si sta avvicinando agli 80 dollari al barile: dal minimo di circa 30 dollari registrato nel 2016, la varieta’ Brent di greggio ora e’ arrivata a 78 dollari; a questa inversione di tendenza della principale fonte energetica mondiale il settimanale britannico “The Economist” dedica un articolo di analisi per individuare le ragioni della risalita dei prezzi e per cercare di prevedere le prospettive future del mercato petrolifero. L’aumento dei prezzi, indica in particolare la rivista, e’ provocata dalla congiunzione di due fattori: da un lato la maggiore richieste di petrolio sulla spinta della ripresa economica globale; dall’altro la minore disponibilita’ della materia prima sui mercati, soprattutto a causa del crollo della produzione in Venezuela e delle tensioni intorno al Medio Oriente ed all’Iran. Come conseguenza, secondo “The Economist” nel prossimo futuro potrebbero cambiare di segno anche gli sforzi fatti negli scorsi anni dai paesi dell’Opec e dai loro alleati per ridurre la produzione e sostenere i prezzi: l’Arabia Saudita attualmente ha una capacita’ di produzione non sfruttata di circa 2 milioni di barili al giorno; ma se decidesse di sfruttare appieno il suo potenziale rischierebbe di entrare in rotta di collisione con altri paesi produttori, sia all’interno che all’esterno dell’Opec, timorosi di veder erodere la loro fetta di mercato. D’altro lato il settimanale britannico nota come le industrie statunitensi dello “shale gas” stiano gia’ rispondendo all’aumento dei prezzi intensificando le loro attivita’: solo la scorsa settimana ben dieci nuovi impianti di estrazione sono stati messi in funzione negli Stati Uniti, portando la produzione del paese ai suoi massimi da tre anni a questa parte. La conclusione che “The Economist” ne trae e’ che probabilmente la produzione petrolifera mondiale tornera’ a risalire, ma soltanto nel medio periodo: nessun petroliere infatti, scrive il settimanale, desidera che il periodo di vacche grasse termini troppo presto.

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Colombia, sei anni di libero commercio con gli Usa: il petrolio torna protagonista

16 mag 11:05 – (Agenzia Nova) – La Colombia celebra oggi il sesto anniversario della firma del Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, patto che – scrive il quotidiano “El Espectador” – ha vissuto alti e bassi in gran parte determinati dall’andamento del prezzo del petrolio, e che si trova ora a un possibile punto di svolta. Secondo i detrattori, l’accordo ha favorito soprattutto gli Usa e penalizzato la manifattura colombiana, mentre sono soddisfatti gli esportatori anche se credono si sarebbe potuto ottenere di piu’. Nei primi due anni di vita del trattato, il 70 per cento delle esportazioni dalla Colombia agli states e’ stato rappresentato dagli idrocarburi, complici gli alti prezzi del greggio sui mercati internazionali, mentre il paese andino faceva soprattutto entrare prodotti lavorati. Con la crisi dell’oro nero, il volume complessivo delle esportazioni – e i conseguenti guadagni – e’ calato e il paese e’ stato costretto a diversificare il proprio ventaglio di offerte. Con effetti non trascurabili: dal 2012 al 2017 le esportazioni non minerarie sono cresciute del 18 per cento e sono passate dal rappresentare il 15,6 per cento del totale all’attuale 38,2 per cento. Ora che il prezzo del petrolio torna pero’ a salire, la Colombia deve decidere “se il futuro del patto commerciale continuera’ sulla strada degli idrocarburi o se continueranno gli sforzi per diversificare l’economia”.

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Medio Oriente, ambasciatore Usa all’Onu Haley: Israele ha contenuto sua reazione militare a Gaza

16 mag 11:05 – (Agenzia Nova) – L’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite (Onu), Nikki Haley, ha sostenuto oggi che Israele ha contenuto la sua reazione militare nei confronti dei manifestanti al confine con Gaza e ha respinto ogni accusa che le violenze siano da imputare all’apertura della nuova ambasciata Usa a Gerusalemme. Lo riferisce il quotidiano “Washington Post”. Haley ha affermato durante una riunione del Consiglio di sicurezza Onu che Hamas, ha dato in via alle proteste sollecitando con gli altoparlanti i palestinesi ad oltrepassare le barriere e lanciare bombe molotov. “Chiedo ai miei colleghi del Consiglio di sicurezza: chi di noi accetterebbe questo tipo di attacchi ai nostri confini? Nessuno, nessun paese in questa sala avrebbe agito in maniera piu’ contenuta di quanto abbia fatto Israele”, ha affermato Haley. La riunione di emergenza e’ stata richiesta dal Kuwait per discutere della morte ieri di almeno 60 palestinesi e di migliaia di feriti dopo la reazione militare di Israele al confine con la Striscia di Gaza. Molti ambasciatori di paesi alleati e avversari degli Stati Uniti hanno espresso la propria contrarieta’ all’iniziativa Usa di aprire una sua sede diplomatica a Gerusalemme.

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Usa-Iran, nuove sanzioni da Washington contro capo della Banca centrale di Teheran

16 mag 11:05 – (Agenzia Nova) – L’amministrazione del presidente Donald Trump ha indicato il capo della Banca centrale iraniana come un terrorista internazionale per aver “convogliato denaro all’organizzazione Hezbollah”, imponendo cosi’ ulteriori restrizioni finanziarie a quel paese dopo aver ripristinato le sanzioni sospese in seguito all’accordo sul nucleare siglato nel 2015 dall’allora presidente Barack Obama. Lo riferisce il quotidiano “New York Times”, precisando che la nuova iniziativa non e’ legata al ripristino delle sanzioni conseguente al ritiro dall’accordo sul nucleare con l’Iran della scorsa settimana. Trump aveva annunciato l’intenzione degli Usa di sanzionare qualsiasi compagnia, banche incluse, che avesse fatto affari con Teheran. La scorsa settimana il dipartimento del Tesoro statunitense, in collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti, aveva tentano di smantellare la rete di cambio valutario iraniano che operava con la Banca centrale del paese per trasferire denaro al corpo delle Guardie della rivoluzione per finanziare il gruppo libanese Hezbollah. E’ raro, rimarca il “Wsj”, che il governatore di un banca centrale finisca nella lista dei terroristi internazionali. “Gli Stati Uniti non consentiranno lo sfrontato abuso del sistema finanziario da parte dell’Iran”, ha dichiarato oggi il segretario al tesoro Usa, Steven Mnuchin, aggiungendo che la “comunita’ internazionale deve restare vigile nei confronti dei tentativi ingannevoli dell’Iran di finanziare il terrorismo”. Sempre con la motivazione di aver aiutato finanziariamente Hezbollah, Washington ha anche inserito nella lista dei terroristi internazionali un altro dirigente della Banca centrale dell’Iran, Ali Tarzali, oltre a Aras Habib, presidente della banca islamica al Bilad con sede in Iraq.

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Spagna, Rajoy non partecipera’ al Summit europeo sui Balcani

16 mag 11:05 – (Agenzia Nova) – Il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, non partecipera’ al Vertice dei Balcani che iniziera’ domani mattina in Bulgaria. Lo riferiscono i quotidiani spagnolo “El Mundo” e “Abc” che sottolineano come l’assenza non sia dovuta alla presenza di altri impegni in agenda, ma sia piuttosto una questione di “principi e prospettive”. Se c’e’ una questione prioritaria per il governo spagnolo in questo preciso momento storico e’ la questione nazionale e dell’indipendenza catalana. Per questo motivo, nonostante le forti richieste da parte delle istituzioni europee, Rajoy non partecipera’ all’incontro a causa della presenza del Kosovo, non riconosciuto da Madrid come Stato. Rajoy ha descritto questa decisione come “coerente”, dal momento che la Spagna non riconosce l’indipendenza di questa provincia, e ricorda come dei 193 membri delle Nazioni Unite, solo 111 l’abbiano riconosciuta. Al summit sara’ pero’ presente l’ambasciatore permanente della Spagna presso l’Unione europea. Il quotidiano “Abc” riferisce inoltre che Rajoy ha incontrato ieri a Sofia il primo ministro bulgaro, Boiko Borisov, nell’ambito di una riunione bilaterale prima del summit tra Ue e Balcani. Il capo del governo spagnolo ha ribadito la posizione “costruttiva” della Spagna nei Balcani Occidentali e il sostegno a tutte le misure che contribuiscano allo sviluppo e alla stabilita’ della regione.

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Francia, l’evoluzione dell’immagine del presidente Macron durante il primo anno di governo

16 mag 11:05 – (Agenzia Nova) – In un anno il presidente francese, Emmanuel Macron, ha perso 16 punti nei sondaggi, passando dal 57 per cento di opinioni favorevoli al 41 per cento. E’ quanto afferma “Le Figaro”, in un editoriale in cui si spiega l’evoluzione dell’immagine del capo di Stato francese. La caduta nell’opinione pubblica dopo l’elezione e’ un fenomeno naturale. Nei primi 12 mesi del suo mandato, Jacques Chirac perse 20 punti, mentre Nicolas Sarkozy e François Hollande ne persero entrambi 31. Per Macron la discesa e’ cominciata dopo l’estate, con le dimissioni del generale de Villiers e la riduzione degli aiuti all’affitto. Tuttavia, il presidente francese mantiene una base elettorale forte. L’82 per cento delle persone che lo hanno votato al primo turno ne approvano l’operato. La vera forza del capo di Stato francese sta nella debolezza delle opposizioni. Da punto di vista sociologico, l’immagine del presidente e’ particolarmente complessa. Macron ha perso 12 punti tra i dirigenti e le professioni nel settore culturale, 26 tra gli impiegati e 29 tra chi non e’ diplomato. Aumenta il divario anche tra le classi sociali. Non appena eletto, Macron aveva la fiducia del 69 per cento dei cittadini appartenenti alle classi agiate e il 50 per cento di quelle modeste. Uno scarto di 19 punti che oggi sono saliti a 28.

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Francia, il rallentamento della crescita non frena la creazione di nuovi posti di lavoro

16 mag 11:05 – (Agenzia Nova) – Malgrado il rallentamento della crescita registrato nel primo trimestre dell’anno, in Francia continueranno ad essere creati nuovi posti di lavoro. E’ quanto afferma “Les Echos”, riportando i dati diffusi ieri dall’Istituto nazionale delle statistiche (Insee). Secondo le stime, tra gennaio e marzo del 2018 sono stati creati 57.900 nuovi impieghi. Un aumento dello 0,3 per cento rispetto all’ultimo quadrimestre del 2017. “Non c’e’ una relazione aritmetica” ha detto Sylvain Larrieu, analista per l’Insee, sottolineando che l’evoluzione dell’impiego non dipende solo dal periodo preso in considerazione ma anche dal trimestre precedente. Quelle dell’istituto sono delle “stime flash”, a cui seguiranno dati definitivi. Il quotidiano economico sottolinea che nonostante la crescita economica abbia subito una frenata, arrivando allo 0,3 per cento nei primi tre mesi dell’anno, “non ci sono stati impatti alla creazione di impieghi”. Il rallentamento si spiega osservando la “contro-performance” del settore industriale, con l’impiego che e’ calato all’inizio dell’anno. A questo si aggiunge poi la frenata nel settore interinale, che nei primi tre mesi dell’anno e’ stato dello 0,3 per cento, dopo il 2 per cento registrato nell’ultimo trimestre del 2017.

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Germania, il ministro delle Finanze Scholz ritiene inutili maggiori spese militari

16 mag 11:05 – (Agenzia Nova) – Il ministro delle Finanze tedesco, il socialdemocratico Olaf Scholz, ha respinto le critiche di quanti gli imputano la scarsita’ di risorse per gli investimenti. Il progetto di bilancio per l’anno in corso prevede un aumento della spesa per investimenti a 37 miliardi di euro. “E’ quasi il dieci per cento in piu’ rispetto all’anno scorso”, ha detto Scholz martedi’ all’inizio delle discussioni sul bilancio nel Bundestag. Scholz ha riconosciuto, tuttavia, che non tutti gli investimenti nel bilancio federale sono riconoscibili, perche’ avrebbero dovuto essere riallineati con progetti concreti. Il Parlamento sara’ impegnato a discutere il bilancio fino a venerdi’ e nella Grosse Koalition prosegue la disputa circa l’utilizzo dei fondi supplementari. Scholz ha respinto le richieste di un aumento delle spese per la Difesa: “Un concetto di politica per la Difesa non diventa buono solo perche’ e’ costoso”. La politica della sicurezza internazionale non ha successo se costa sempre di piu’, ma se garantisce sicurezza, ha sostenuto il ministro. Un pilastro essenziale e’ quindi una politica attiva di pace e sviluppo, basata non solo su spese per la Difesa piu’ elevate, ma anche su diplomazia e aiuti umanitari. L’Unione e l’Spd stanno discutendo di questo argomento. Finora, 38,5 miliardi di euro sono stati stanziati alla Difesa per l’anno in corso. Secondo Scholz, un totale di 173 miliardi di euro saranno spesi per le Forze armate tra il 2019 e il 2022. Tuttavia, il ministro della Difesa, la cristiano democratica Ursula von der Leyen (Cdu), ritiene che ne siano necessari altri miliardi per i prossimi anni. Von der Leyen sta pianificando un budget per la Difesa dell’1,5 per cento del prodotto interno lordo entro il 2025. Cio’ significherebbe che la Repubblica federale manchera’ l’obiettivo della Nato di almeno il due per cento del Pil. In particolare, gli Stati Uniti insistono sul fatto che tutti i partner della Nato investano quella cifra entro il 2024 al piu’ tardi. Cio’ significherebbe una spesa di circa 60 miliardi di euro all’anno per la Germania. Invece di un piu’ elevato bilancio per la Difesa, Scholz ha fatto una campagna nel Bundestag per un’Europa piu’ forte. “L’Europa e’ la preoccupazione nazionale piu’ importante per la Germania”, ha affermato il ministro. “Essendo il paese piu’ popoloso e l’economia ad alte prestazioni orientata all’esportazione nel centro del continente, dipendiamo da un’Unione europea di successo”, ha affermato. Il ministro delle Finanze ha inoltre richiesto una trasformazione del fondo di salvataggio Mes in un Fondo monetario europeo, ma controllato dai parlamenti. Ci sarebbe inoltre bisogno di un meccanismo di salvataggio europeo per le banche in difficolta’. I prestiti inesigibili delle banche dovrebbero diminuire.

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Come la Bce e’ diventata una fortezza

16 mag 11:05 – (Agenzia Nova) – La Banca centrale europea (Bce) sembra una fortezza sia da un punto di vista architettonico, con il suo palazzo imponente a Francoforte, sia per la gestione che esercita senza alcun controllo esterno, sostiene il quotidiano “Handelsblatt”. Il suo presidente, Mario Draghi, ha ignorato le critiche del mediatore dell’Unione europea circa la sua adesione, in potenziale conflitto d’interessi, al G30, un forum internazionale di banchieri, banchieri centrali e accademici. Leo Hoffmann-Axthelm, di Transparency International, ha dichiarato al quotidiano tedesco: “L’indipendenza della Bce e’ cosi’ ampia che ci basiamo interamente su meccanismi interni alla Banca stessa per individuare e risolvere conflitti di interesse, insider trading e simili. Sarebbe meglio per la Bce essere soggetta a un controllo piu’ diretto, ad esempio attraverso la Corte dei conti europea e il Mediatore europeo”. I presidenti delle banche centrali nazionali nell’area dell’euro sono anche membri del Consiglio direttivo della Bce, che prende tutte le decisioni importanti di politica monetaria. E poiche’ e’ cosi’, un presidente della banca centrale nazionale puo’ essere deposto solo se viene condannato, e non gia’, finche’ c’e’ solo un sospetto nei suoi confronti. “Handelsblatt” cita a questo proposito il caso del lettone Ilmars Rimsevics, accusato di corruzione. Un altro punto e’ il rifiuto della Bce di cooperare pienamente con la Corte dei conti europea nell’audit della vigilanza bancaria. Inoltre la Banca centrale, come altre istituzioni europee, puo’ in gran parte scrivere le proprie regole. L’eurodeputato cristiano sociale Markus Ferber (Csu) avverte: “L’indipendenza politica della Bce non e’ una licenza che consenta a lei o ai suoi rappresentanti di fare quello che vogliono”. In molti in Germania percepiscono inoltre il fatto che Draghi agisca come un italiano nell’interesse dell’Italia. Ma domani, nel 2019, allo stesso tavolo potrebbe esserci un tedesco, l’attuale presidente della Bundesbank Jens Weidmann e il problema potrebbe rimanere.

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Italia, l’Europa e’ il principale ostacolo per il governo Cinquestelle-Lega

16 mag 11:05 – (Agenzia Nova) – In Italia la Lega sta facendo pressioni sul Movimento 5 stelle (M5s) perche’ accetti posizioni piu’ forti verso l’Unione Europea e le divergenze tra i due partiti populisti sull’approccio all’Europa sta complicando non poco i negoziati per la formazione di un governo: lo sostiene il quotidiano “The Financial Times”, il quale presenta il leader della Lega, Matteo Salvini, come “piu’ conflittuale” verso Bruxelles ed il capo del Ms5, Luigi Di Maio, come “piu’ conciliante”. I loro collaboratori nelle trattative per il governo, sostiene il giornale economico britannico, hanno ammesso che questo diverso atteggiamento sta diventando un ostacolo al tentativo dei due partiti euroscettici di forgiare un’alleanza per guidare la terza economia dell’eurozona. “Stiano continuano a trattare ed e’ ancora possibile che si raggiunga un accordo ma c’e’ molto confusione sull’Europa e questo e’ un rischio”, ha detto il deputato della Lega Guglielmo Picchi, che il “Financial Times” presenta come un “importante consigliere di politica estera”. A confermare che e’ proprio l’Europa il principale ostacolo alla nascita del governo Cinquestelle-Lega poi sono arrivate le rivelazioni del sito d’informazione “Huffington Post Italy” sulla bozza di programma di governo che i due partiti stanno negoziando: nel testo, come riferisce il “Financial Times”, c’e’ l’idea di creare un meccanismo che consenta al paese di uscire dall’euro e di chiedere alla Banca centrale europea (Bce) di cancellare 250 miliardi di euro del debito pubblico dell’Italia. Se queste proposte fossero davvero inserite nell’agenda di un governo M5s-Lega, scrive il giornale economico britannico, cio’ significherebbe che i due partiti populisti usciti vincitori dalle elezioni del marzo scorso in Italia stanno preparando una drastica rottura con l’ortodossia economica dell’Eurozona: nel testo filtrato alla stampa si legge che “e’ necessario modificare radicalmente la struttura di governo dell’Europa, basata sul dominio del mercato, e il rispetto di regole rigide e insostenibili da un punto di vista sociale ed economico”. La bozza di accordo di programma prosegue dicendo che “e’ necessario introdurre specifiche procedure tecniche di natura economica e legale per consentire ai paesi membri di ritirarsi dall’unione monetaria e quindi recuperare la propria sovranita’ monetaria”. Che la situazione politica in Italia stia mettendo a rischio la crescita dell’intera Europa e’ un’opinione condivisa ance dal Fondo monetario internazionale (Fmi): il rapporto pubblicato ieri martedi’ 15 maggio tra i rischi politici che minacciano la crescita europea include infatti proprio la nuova coalizione di governo populista in Italia. Il rapporto dice che “rischi esterni minacciano di spingere al ribasso la spinta dell’intera regione combinando le debolezze finanziarie, la possibile diffusione globale di politiche localistiche e diversi fattori non-economici”: in un velato riferimento agli sviluppi politici a Roma e Londra, il FMI nelle sue previsioni scrive: “Un vasto e complesso sistema finanziario espone la Gran Bretagna e l’intera economia globale a rischio legati alla transizione verso nuove regole del gioco. Inoltre ci sono anche incertezze politiche connesse al nuovo governo di uno dei maggiori paesi europei”.

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