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Il prezzo del gas stritola la “piastrella valley” di Sassuolo. Le aziende che rischiano lo stop

Il distretto di Sassuolo, punto di riferimento mondiale per la produzione di ceramica, guarda con timore all’inarrestabile rally del prezzo del gas che fa ritardare l’accensione dei forni delle principali aziende. Perché? Perché è impossibile, a questi prezzi del gas, cuocere la ceramica a oltre mille gradi senza andare in perdita, prima della crisi, infatti, la produzione di un metro quadro di piastrelle costava un euro, ora ce ne vogliono quasi dieci.

La “piastrella valley”: top mondiale della ceramica

Le aziende della “piastrella valley”, fino agli anni ’90 principali esportatrici mondiali prima che la globalizzazione cambiasse le carte in tavola con l’ingresso di Cina e India nel mercato del grès, valgono in Italia 15 mila posti di lavoro, 30 mila se di considera l’indotto. E anche se L’Italia non è più il primo esportatore (e il principale operatore del distretto di Sassuolo è in realtà una società americana) in ballo c’è ancora un fatturato di 7,5 miliardi di euro. Certo, forse la prima azienda del settore (quella americana appunto, l’unica con fatturato che arriva a nove zeri come mostra l’infografica in apertura) non rischia di chiudere i forni ma tutte le altre si. Come MoMa Ceramiche, più di 100 milioni di fatturato e 350 dipendenti, tra le prime aziende a decidere di spegnere momentaneamente i forni.

Il distretto delle ceramiche di Sassuolo

Il nome dell’azienda che fa la parte del leone nel distretto delle ceramiche è  Mohawk e opera con diversi marchi in Italia: American Olean, Dal-Tile, KAI, Kerama Marazzi, Marazzi e Ragno. La Marazzi, in particolare, è stata acquisita nel 2012 per più di un miliardo di euro ed è proprio una delle eccellenza del distretto delle ceramiche di Sassuolo ma, appunto, da 7 anni non è più di proprietà della famiglie dei fondatori. Con i suoi marchi la Mohawk è passata da un fatturato di 2,9 miliardi nel 2017 a uno di 3,4 miliardi nel 2020.

Quanto vale la ceramica italiana

A fare concorrenza agli americani c’è la Iris ceramica, anche lei del distretto della ceramica di Sassuolo in provincia di Modena, chiamato anche “piastrella valley” per la concentrazione di imprese ceramiche. Iris, però, oltre a essere diverse lunghezze dietro al fatturato degli americani, nel 2020 ha visto scendere il proprio giro d’affari di ben 175 milioni, passando dai 590 del 2017 ai 415 del 2020. Al terzo posto la Florim, anche lei attiva con diversi marchi come Casamood e Cerim. E anche Florim registra nel giro di 5 anni ingenti perdite. Il fatturato nel 2017 era di 425 milioni, nel 2020 è scesa a 381. La crisi energetica in corso, con il prezzo del gas che è arrivato al record di 343 euro per megawattora il 26 agosto, potrebbe rappresentare per le aziende del distretto della ceramica (che escono già a fatica dalla pandemia) un colpo da cui sarà difficile riprendersi.

Chi guadagna con le ceramiche Sassuolo

In sostanza, a parte gli americani, tutti i grandi gruppi italiani hanno perso fatturato, compresa Ceramica Imola, un’altra delle eccellenze italiane, mentre nell’elenco dei principali produttori non c’è Iperceramica che è sostanzialmente un distributore, con decine di negozi e punti vendita in Italia. E non c’è nemmeno un marchio iconico del settore, la Ceramica Bardelli che ha sede sempre nel distretto della ceramica di Sassuolo.

I dati si riferiscono al: 2017-2022

Fonte: Pambianco

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