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Il mercato unico frena e il 28° regime sì allontana. Che cosa non funziona?

Il mercato unico che non c’è e il 28° regime che diventa un miraggio. I punti chiave della Relazione annuale della Commissione

Il prossimo 12 febbraio, nel castello medievale di Alden Biesen, in Belgio, il Presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha convocato un vertice informale di capi di Stato e di Governo dei membri dell’Unione europea, dedicato al rafforzamento del mercato unico, a cui prenderanno parte anche Mario Draghi ed Enrico Letta.

Un appuntamento estremamente importante, anticipato dal collegio dei commissari di mercoledì 4 febbraio, interamente dedicato all’agenda per il rilancio economico europeo, sia per la gravità dell’attuale assetto geopolitico, sia per i risultati emersi dalla relazione annuale della Commissione sul mercato unico e la competitività dell’Unione europea.

Il punto debole è il fattore più importante su cui si basa l’intero architrave del progetto comunitario: il mercato unico europeo. Non un semplice obiettivo strategico, ma il vero punto di forza su cui l’Europa intera deve contare per superare questo momento storico particolarmente difficile negli equilibri mutevoli tra potenze e superpotenze.

Un fattore chiave che invece di rafforzarsi, si va indebolendo proprio nella parte più critica del suo percorso di attuazione. A dirlo non sono solo economisti, imprese o think tank, ma la Commissione europea stessa, nel Rapporto annuale 2026 sul mercato unico e la competitività. Il documento certifica ciò che a Bruxelles molti evitano di dire ad alta voce: l’integrazione economica interna dell’Unione si è fermata e in alcuni casi sta persino arretrando.

Ed è proprio su questo terreno fragile che la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen prepara il lancio di “Eu Inc.”, il progetto simbolo della nuova fase annunciato nei giorni scorsi: un “28° regime” europeo, opzionale, pensato per consentire ad alcune imprese di operare più liberamente in tutti gli Stati membri. Un’idea affascinante, già evocata proprio da Enrico Letta e rilanciata da Mario Draghi, ma che rischia di restare un esercizio teorico se il mercato unico reale continua a incepparsi.

Nel suo intervento al World Economic Forum di Davos, von der Leyen ha detto: “Presto presenteremo il nostro 28° regime. L’obiettivo finale è creare una nuova struttura societaria autenticamente europea. La chiameremo Eu Inc”.

Abbiamo bisogno di un insieme di regole unico e semplice, che si applichi senza soluzione di continuità in tutta l’Unione europea”. In questo modo, ha spiegato la Presidente della Commissione, “le imprese potranno operare in tutti gli Stati membri molto più facilmente” e gli “imprenditori potranno registrare una società in qualsiasi Stato membro entro 48 ore, completamente online”.

Bruxelles ammette il problema: il mercato unico rallenta

Il Rapporto 2026 utilizza 29 indicatori chiave per misurare lo stato di salute del mercato unico. Il risultato è una fotografia poco confortante: sei indicatori migliorano, sei peggiorano, 15 restano sostanzialmente invariati.

Tra i dati più allarmanti c’è la diminuzione della quota di PIL generata dagli scambi commerciali tra Paesi UE, uno degli indicatori più diretti del grado di integrazione del mercato unico. Il commercio intra-Ue di beni è sceso dal 23,5% al 22% in un solo anno. I servizi restano fermi.

È un segnale che pesa. Perché il mercato unico non è un concetto astratto: funziona solo se le imprese vendono, investono e crescono oltre confine con facilità. Quando questo non accade, significa che le barriere interne continuano a frenare l’economia europea.

Tornano in mente le parole della Presidente del consiglio del nostro Parse, Giorgia Meloni, in occasione dell’assemblea annuale di Confindustria di maggio 2025: “Consideriamo fondamentale, a maggior ragione in un quadro di instabilità dei mercati internazionali, che l’Europa abbia il coraggio di rimuovere quei dazi interni che si è autoimposta in questi anni“.

Basti questo dato – ha specificato Meloni a Bologna – secondo il Fondo monetario internazionale, il costo medio per vendere un bene tra gli Stati dell’Unione europea equivale a una tariffa di circa il 45%, rispetto al 15% stimato per il commercio interno negli Stati Uniti. Per non parlare dei servizi, dove la tariffa media stimata arriva al 110%: non può essere sostenibile“. Un modo per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai dazi che annunciava il Presidente americano Donald Trump, in quei giorni, ma anche un problema reale su cui intervenire.

Ostacoli nazionali, burocrazia e direttive mal recepite

Il Rapporto individua chiaramente le cause del rallentamento che ormai caratterizza il percorso verso il mercato unico europeo. Non sono nuove, ma si stanno aggravando:

In pratica, anche quando l’Unione decide una regola comune, l’applicazione resta frammentata. Ogni Stato aggiunge requisiti, interpretazioni, controlli. Il risultato è quello che molti definiscono ormai senza imbarazzi “dazi interni”: costi nascosti che non compaiono nei trattati, ma pesano come tariffe.

Secondo stime citate nel dibattito europeo, questi “dazi” possono equivalere a decine di punti percentuali, soprattutto nei servizi. Per le imprese, significa meno convenienza a espandersi nel mercato interno e più difficoltà a raggiungere dimensioni competitive a livello globale.

Secondo la Banca centrale europea i dazi interni ammontano al 67% per i beni e al 95% per i servizi.

Investimenti in calo e competitività sotto pressione

Il Rapporto segnala anche un altro dato critico: l’investimento privato in percentuale del PIL è diminuito. Dal punto di vista dei mercati finanziari, è un indicatore chiave di fiducia. Quando le imprese investono meno, non è solo per ragioni macroeconomiche, ma perché percepiscono un ambiente complesso, incerto e poco prevedibile.

In questo contesto, la Commissione punta molto sulla semplificazione normativa, introducendo un nuovo indicatore che stima in circa 15 miliardi di euro i risparmi amministrativi attesi. È un passo nella direzione giusta, ma insufficiente: semplificare le regole Ue non elimina automaticamente le barriere nazionali, che restano il vero freno al Mercato Unico.

Eu Inc.: perché il 28° regime è importante

È qui che entra in gioco il progetto Eu Inc. L’idea del 28° regime nasce da una constatazione semplice: il Mercato Unico europeo è grande, ma non è davvero unico dal punto di vista operativo.

Un regime europeo opzionale potrebbe offrire: regole societarie armonizzate, minori costi di compliance per operare in più Paesi, maggiore attrattività per investitori e capitali, più facilità di crescita per startup e imprese innovative.

In sostanza, una “corsia preferenziale” europea per chi vuole crescere senza scontrarsi ogni volta con 27 sistemi diversi, come più volte ricordato da Letta e Draghi. Un vantaggio competitivo potenziale enorme, soprattutto in un mondo dominato da grandi mercati integrati come Stati Uniti e Cina.

Perché però non vedrà la luce a breve

Il problema è che Eu Inc. poggia su un mercato unico che oggi non funziona come dovrebbe. E questo rende il progetto politicamente e tecnicamente fragile.

Primo: le barriere principali sono nazionali. Se gli Stati membri continuano a introdurre ostacoli e la Commissione fatica a far rispettare le regole, anche un 28° regime rischia di restare teorico.

Secondo: l’enforcement è debole. Il Rapporto mostra che il deficit di applicazione del diritto Ue è in crescita. Senza un ruolo più deciso della Commissione come “guardiano” del Mercato Unico, le imprese continueranno a fidarsi più delle prassi locali che delle promesse europee.

Terzo: il campo di applicazione sarà probabilmente limitato. Se Eu Inc. riguarda solo una parte ristretta di imprese, l’impatto sistemico sarà ridotto e il rischio è che diventi un’operazione simbolica più che una riforma strutturale.

Infine, toccare temi come fisco e diritto del lavoro significa entrare nel cuore della sovranità nazionale. Ed è qui che molti progetti europei rallentano o si bloccano.

Un’Europa tra ambizione e realtà

Il Rapporto 2026 manda un messaggio chiaro: la perdita di competitività europea è in parte auto-inflitta. Il mercato unico, nato come grande progetto politico ed economico, è oggi frenato da inerzie nazionali e da un’applicazione discontinua delle regole comuni.

Come ha ricordato Letta a Roma pochi giorni fa in occasione dell’evento della Fondazione Restart: “L’Europa ora più che mai deve remare tutta nella stessa direzione, se vuole evitare il declino”.

Il 28° regime è un’idea giusta, forse necessaria. Ma non può sostituire il funzionamento del Mercato Unico reale. Senza una vera rimozione delle barriere interne, senza più coraggio nell’enforcement e senza una strategia comune sugli investimenti, Eu Inc. rischia di diventare un elegante cerotto su una frattura strutturale.

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