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Il Caos dell’Informazione. Il nuovo libro di Antonio Martusciello (Agcom)

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Nei prossimi giorni sarà disponibile il libro “Il Caos dell’informazione” di Antonio Martusciello, Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, edito da La Dante. Pubblichiamo di seguito l’introduzione del libro.

“Negli ultimi decenni la tecnologia, col suo linguaggio e i suoi codici, ha assunto un ruolo sempre più determinante. L’influenza di essa sulle nostre vite si potrebbe collocare in equilibrio tra l’entusiasmo utopistico di Marshall McLuhan e il pessimismo apocalittico di Jean Baudrillard[1], in uno scenario in cui le ere della modernità hanno conosciuto il passaggio da Gutenberg, ai mass media digitali.

Una rivoluzione tecnologica che si tramuta in cambiamento culturale.

A cominciare dal XV secolo, l’Europa passa da una tradizione orale alla stampa. Un processo che si traduce in una vera trasformazione, non tanto con la riproduzione cartacea dei testi latini, quanto con la traduzione dei manoscritti. È però con l’arrivo delle bibbie tradotte che il mutamento si manifesta in tutta la sua complessità e coinvolge i contenuti.

Il XX secolo, invece, conosce l’era della comunicazione elettronica e, con l’avvento della televisione, l’esperienza in termini di fruizione viene focalizzata sugli elementi visivi, quella che – con accezione negativa – è indicata come il passaggio da Homo Sapiens a Homo Videns.[2]

Quest’ultimo, poi, sebbene soggiogato da immagini che prevalgono sulla parola, è, invece, non solo intrattenuto, ma anche educato dal mezzo televisivo.

La tv come strumento di insegnamento per diffondere conoscenza e raccordo tra mondo istituzionale e cittadini, ha favorito (attraverso la qualità dei contenuti e degli impegni imposti soprattutto al servizio pubblico), lo sviluppo di una cultura libera e multi-corale.

Le capacità divulgative proprie del mezzo sono state sapientemente sfruttate al fine di riflettere la molteplicità degli interessi.

Al sistema radiotelevisivo, nato all’interno di una cornice di regole ispirate alla tutela del pluralismo, della libertà di espressione e dei diritti fondamentali della persona, è stata affidata quella «funzione di pubblico interesse» delineata nella prima Direttiva europea sull’audiovisivo[3]. Obiettivo principale delle emittenti è stato quello di fornire programmi ai cittadini, «al fine di informare, intrattenere e istruire».

Il nuovo paradigma comunicativo, realizzato con l’avvento della Rete, invece, ha propugnato una democratizzazione dell’accesso che non si è sempre tradotta in un aumento di conoscenze e competenze per i suoi utenti. La riduzione delle barriere all’ingresso non ha determinato sempre un adeguato processo di crescita.

È senz’altro vero che la disponibilità illimitata di documenti e materiali consente la possibilità di una fruizione e di un utilizzo delle fonti on demand, in qualsiasi luogo e in qualunque momento. In tal modo, si realizza una liberalizzazione del bene “cultura”, inteso come patrimonio non esclusivo, appannaggio di pochi. Un processo però che, per ritenersi compiutamente realizzato, deve essere ispirato a principi capaci di delineare un’offerta armoniosa.

Nell’informazione classica, il consumatore è un attore, piuttosto passivo, di un sistema consolidato; in quella attuale, diviene, di converso, il vero protagonista. I cittadini partecipano alla generazione delle notizie (c.d. citizen journalist) sia perché con le tecnologie comunicative, come tablet o smartphone, anche gli users possono produrre materiale di interesse giornalistico, sia per l’avvento delle piattaforme di condivisione sociale, attraverso le quali essi possono attivamente partecipare al dibattito. Gli utenti sono posti in una posizione spesso privilegiata se consideriamo che, attraverso la “viralità” delle comunicazioni in Rete, diventano potenziali amplificatori delle news.

L’offerta informativa, poi, caratterizzata da una notevole copiosità, si presenta sul web il più delle volte gratuita, almeno in termini monetari. Una caratteristica solo apparente se consideriamo che «if you’re not paying, you are the product».

Questa modalità di funzionamento, analizzata dal punto vista economico, genera fallimenti di mercato sia per la difficoltà di stimolare il pagamento per i contenuti fruiti, sia per l’acquisizione di quote di fatturato pubblicitario a danno degli editori e a favore delle piattaforme di aggregazione, ricerca e condivisione. Un sistema che rischia di innescare una spirale tesa a una drammatica riduzione delle risorse per i media tradizionali, a cui possono venire a mancare i fondi necessari per produrre e stimolare inchieste di qualità.


[1] In questi termini, A. Ercolani, Robert Darnton, la cultura digitale che si oppone alla censura, in un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano, il 2 novembre 2016, nel descrivere la visione dell’intellettuale Robert Darnton in merito all’impatto della tecnologie sulla vita dell’individuo.

[2] G. Sartori, Homo videns. Televisione e post-pensiero, Laterza, 2007.

[3] Il riferimento è a quanto previsto nella Direttiva 89/552/CEE del Consiglio, del 3 ottobre 1989, relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive.

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