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I sussidi ai combustibili fossili, 63 miliardi l’anno

Il 2,8% del Pil italiano. Ma i primi in classifica sono Iran, Arabia Saudita e Russia

sussidi ai combustibili fossili sono l’obiettivo principale delle proteste degli ambientalisti, soprattutto di quelli più giovani e radicali, che arrivano a bloccare le strade per sensibilizzare sul tema. Tuttavia i dati più recenti dicono che l’Italia e i Paesi europei, proprio dove queste manifestazioni hanno solitamente luogo, sono tra i più innocenti da questo punto di vista. Non sono loro a spendere di più per finanziare la produzione e l’utilizzo di petrolio, carbone, gas naturale, soprattutto se prendiamo in considerazione, come riteniamo sia corretto, la spesa in proporzione alle dimensioni dell’economia.

Come si vede nella nostra infografica, che riproduce i numeri forniti dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi), l’Italia nel 2022 ha versato sotto varia forma per sussidi ai combustibili fossili 63 miliardi di dollari, che corrispondono al 2,8% del Pil. Si tratta di una percentuale quasi dieci volte inferiore di quella spesa dall’Iran, 27,2% e dall’Arabia Saudita, 27%.

La Cina spende 2.235 miliardi in sussidi ai combustibili fossili

Ai primi posti, dopo Iran e Arabia Saudita, c’è un altro produttore di materie prime e beni energetici come la Russia, con il 23,6% del Pil versano in sussidi ai combustibili fossili, seguita dall’Indonesia, 15,4%, e dalla Turchia, 15,2%. Vengono qui considerati solo i Paesi più importanti e popolosi e nella top ten risultano esserci anche altre realtà emergenti, come il Vietnam e il Sudafrica, ma soprattutto la Cina. Pechino spende per sussidi ai carburanti fossili il 12,5% del Pil, in valore assoluto si tratta di ben 2.235 miliardi di dollari, più dell’intero prodotto interno lordo italiano.

A quanto ammontano i sussidi ai combustibili fossili in Usa

Si tratta di circa il triplo di quanto speso dal secondo Paese che ha versato di più, sempre in termini monetari assoluti, ovvero gli Stati Uniti, che secondo il Fmi hanno sovvenzionato le fonti fossili con 757 miliardi di dollari nel 2022. Nel caso degli Usa, tra l’altro, si tratta di solo il 3,2% del Pil.

Tornando appunto ai termini percentuali meno degli Usa spendono solo gli Stati europei più importanti, oltre all’Italia, cioè la Francia, il 2,1% del Pil, il Regno Unito, 2,3% e la Germania, 3%, e poi Costa Rica, Australia e Canada. Proprio i vicini settentrionali degli Stati Uniti sono quelli che destinano a questi combustibili meno di tutti, il 2% del Pil. Al contrario, il vicino meridionale, il Messico, eroga molte più risorse, sempre in proporzione alle dimensioni della propria economica, il 7,6% del Pil, all’incirca come l’Etiopia, 7,4%, e poco meno della Corea del Sud, 8%.

Cosa si intende per sussidi alle fonti fossili

È doveroso, però, spiegare cosa si intende per sussidi ai combustibili fossili, anche perché sul tema c’è da sempre molta confusione. Il Fmi utilizza una definizione decisamente ampia, molto vicina a quella dei movimenti ambientalisti come Extinction Rebellion. In sostanza misura quello che chiama l’”undercharging” dei costi dei combustibili fossili. In italiano potremmo parlare di sotto-valutazione di tali costi, visto che letteralmente significa “fare pagare meno del dovuto”.

Significa che calcola non solo quanto effettivamente ogni Paese spende per finanziare l’industria petrolifera, del gas, del carbone, ma anche e soprattutto la differenza tra il prezzo effettivo di tale carburante e quello che dovrebbe avere per pareggiare i danni economico-sociali che producono.

Sussidi espliciti ed impliciti, la differenza

Il Fmi, non a caso, parla di sussidi alle fonti fossili espliciti e impliciti.  Quelli espliciti sono calcolati come la differenza, misurata per unità di carburante (per esempio un litro), tra i costi complessivi di produzione, in termini sia monetari che di esternalità negative sull’ambiente, e quelli effettivi di mercato, moltiplicati poi per il consumo che di un determinato carburante viene fatto. Qui sono inserite non solo le risorse spese per sussidiare l’industria petrolifera, per mantenere bassi i loro costi, ma anche i sussidi diretti ai consumatori, come quelli erogati in molti Paesi di fronte all’incremento dell’inflazione.

Quelli impliciti, invece, sono calcolati come la differenza tra i prezzi che un’unità di carburante dovrebbe avere per essere efficiente e minimizzare i danni ambientali e il prezzo di mercato, moltiplicata sempre per il consumo. In questa categoria è misurato quanto gli Stati  dovrebbero far costare, per esempio attraverso la tassazione, un litro di benzina. Chiaramente molto di più, cosicché questo prezzo più elevato servirebbe da un lato per ridurre i consumi di fonti di energia fossili, dall’altro per fornire gettito da utilizzare per spese a favore di ambiente e salute, fino a raggiungere la compensazione dei danni dei carburanti fossili stessi. Non a caso nel conto dei sussidi impliciti c’è anche lo sconto alle imposte sulle fonti di energia, come il taglio delle accise.

Con l’inflazione sono cresciuti i sussidi espliciti ai fossili

Il Fondo Monetario Internazionale ha calcolato che i sussidi ai combustibili fossili spliciti sono una minoranza, il 18% dei 7mila miliardi di dollari pagati in totale da tutti i Paesi del mondo nel 2022, mentre quelli impliciti la grande maggioranza, l’82%.

Sono i primi, però, ad aver visto a livello mondiale il maggiore aumento dal 2020, passando da 500 milioni a 1.300 miliardi di dollari, proprio a causa dei sostegni alla spesa delle famiglie per gas o elettricità. In prospettiva, tuttavia, il Fmi prevede che saranno i secondi, i sussidi impliciti, a salire di più nel tempo, soprattutto per l’aumento dei consumi di carburanti fossili nei Paesi emergenti e ad alta crescita demografica.

Queste aree del mondo, del resto, sono le stesse che già adesso vedono una maggiore produzione di CO2 e di altri inquinanti, in proporzione all’ampiezza delle loro economie ed è per questo motivo che risultano avere sussidi molto alti, soprattutto impliciti, perché il prezzo attuali delle fonti fossili lì applicato non rispecchia il danno elevato che soprattutto in queste aree producono. 

In Italia 53,8 miliardi di sussidi impliciti ai combustibili fossili

Anche in Italia sono molti di più i sussidi impliciti, ammontano, in base ai dati del 2022, a 53,8 miliardi, ovvero il 2,4% del Pil e la parte del leone la fanno i 30 miliardi che secondo il Fmi vengono “spesi” per il diesel. Come abbiamo visto non è esattamente una spesa, ma sono le mancate entrate causate dal livello troppo basso del prezzo del gasolio. Questo per il Fmi dovrebbe costare un prezzo tale da garantire entrate di  30 miliardi, ovvero la cifra che sarebbe necessario spendere per annullare i danni che produce alla salute a all’ambiente.

In Cina si arriva a 1.354,4 miliardi di dollari

Seguendo lo stesso ragionamento i sussidi impliciti al gas naturale ammontano, invece, 19,5 miliardi di dollari, mentre quelli alla benzina solamente 1,7. Il gas è invece protagonista dei sussidi espliciti, tutti i 9,6 miliardi allocati a tale scopo sono destinati proprio a questo settore.

Sono cifre che impallidiscono, comunque, di fronte a quelle cinesi, se consideriamo che in Cina i soli sussidi impliciti al carbone arrivano a 1.354,4 miliardi di dollari a causa del prezzo di mercato estremamente basso in proporzione al danno che produce all’ambiente e al massiccio uso che se ne fa nel Paese. Tuttavia tutto fa pensare che sia difficile vedere a breve blocchi stradali di Extinction Rebellion sull’autostrada Pechino-Shanghai.

Questi dati sono del 2022
Fonte Fmi

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