L’interrogazione di Antonio Iaria sull’impatto dei data center sulla rete elettrica nazionale e milanese
È una domanda che in molti iniziano a farsi, a partire dalle regioni dove i data center sono più numerosi. Ovviamente la politica se ne sta occupando, forse in ritardo rispetto ad altri Paesi in cui la trasformazione digitale corre a una velocità maggiore che in Italia, ma l’interesse sul tema sta crescendo.
In un’interrogazione a risposta immediata in IX Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni, presentata dal deputato del Movimento 5Stelle Antonio Iaria al ministero delle imprese e del made in Italy, si solleva proprio questo argomento e si accende un faro sull’impatto dei data center sulla rete elettrica nazionale.
“Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta accelerando la realizzazione di nuovi data center, infrastrutture che richiedono grandi quantità di energia elettrica e consumi idrici significativi per il raffreddamento. In alcune aree del Paese, in particolare attorno a Milano, la rete elettrica risulta prossima alla saturazione, con rischi di ritardi nelle connessioni e nell’entrata in esercizio”, ha affermato Iaria.
In effetti, stando ai dati del Politecnico di Milano, è proprio in Lombardia che si concentra il 62% della potenza energetica installata italiana (317 MW IT), di cui 238 MW IT proprio a Milano, con una crescita del +34% su base annua.
Milano è l’hub digitale che sta crescendo più rapidamente in Europa, i dati
Ovviamente, il confronto con le grandi capitali europee del digitale rimane improponibile, basti pensare che Londra supera i 1.000 MW, ma è rilevante il trend di crescita del capoluogo lombardo, soprattutto in confronto ad altre città come Madrid o dell’Europa dell’Est.
L’Osservatorio Data Center della School of Management del PoliMi non ha esitato ha parlare chiaramente di nuovo acronimo per rappresentare il gruppo di hub europei dei data center, da FLAPD (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino) a FLAPDM (che prevede l’aggiunta di Milano).
A spingere la piazza milanese sono soprattutto i nuovi data center ad alta potenza, quelli sopra i 10 MW, che da soli rappresentano il 37% della potenza totale attiva e che sono concentrati per il 70% proprio nell’area metropolitana. Sono queste le infrastrutture preferite dai grandi cloud provider, secondo un’analisi del Sole 24Ore, interessati a operare in Italia tramite accordi con i colocator.
Ma tutto questo potrebbe avere un prezzo da pagare, che dalle grandi aziende scende fino al consumatore finale, il cittadino, che potrebbe ritrovarsi in bolletta un aggravio inaspettato, ma anche a livello sistemico e ambientale.
Iaria (M5S): “L’aumento della domanda di elettricità legata ai data center si scaricherà i costi sulle bollette delle famiglie?”
“La competizione internazionale per attrarre investimenti impone rapidità, ma senza una pianificazione energetica e infrastrutturale adeguata si rischiano allungamenti dei tempi, costi di sistema e impatti sulle emissioni. Risulta quindi necessario garantire trasparenza su disponibilità di rete, tempi di allaccio e criteri autorizzativi, assicurando al contempo efficienza energetica, approvvigionamento da rinnovabili e sostenibilità idrica”, ha precisato Iaria nel suo testo.
Nella domanda del deputato M5S si pone il tema critico, cioè “se il Governo intenda adottare iniziative specifiche per evitare che l’aumento della domanda elettrica legata ai data center scarichi costi sulle bollette di famiglie e Pmi e/o determini una compressione della capacità di rete a danno delle attività produttive già insediate, e quali strumenti intenda utilizzare per garantire equità, trasparenza e priorità di accesso alla rete”.
D’altronde, ci sono i dati riportati da Milano Finanza. Dietro a questa crescita straordinaria si cela un possibile squilibrio, che è quello rilevato da Iaria: il fenomeno della saturazione virtuale, segnalato anche da Terna e paragonata da Boston Consulting Group alla bolla della fibra ottica dei primi anni Duemila.
Diverse le cause, ad esempio l’accumulo di richieste di connessione speculative (molte richieste di connessione non hanno alle spalle effettivi progetti di costruzione, ma servono solo a bloccare capacità di rete sulla carta), o il fenomeno degli impianti sovradimensionati e costruiti troppo in anticipo rispetto alle reali esigenze tecnologiche (dell’AI).
La risposta del sottosegretario di Stato al Mimit Bergamotto
Ha risposto il sottosegretario di Stato al Ministero delle imprese e del made in Italy, Fausta Bergamotto, sottolineando che proprio “per accompagnare in modo ordinato questo processo di trasformazione, il Governo è intervenuto recentemente sul piano normativo”.
Nella risposta si legge che nel recente DL Energia si introduce “un procedimento unico per le autorizzazioni relative alla realizzazione e all’ampliamento dei data center e delle reti di connessione, da avviare mediante istanza alla regione o provincia autonoma per impianti con potenza termica nominale pari o superiore a 50 MW, oppure al Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica per impianti pari o superiori a 300 MW, prevedendo un approccio integrato con durata massima di 10 mesi e termini dimezzati per la VIA”.
Una norma che si pone l’obiettivo di rendere “più chiaro e prevedibile il quadro autorizzativo e offrire maggiore certezza sui tempi di realizzazione delle infrastrutture”, anche per “attrarre gli investimenti esteri” per accelerare e potenziare lo sviluppo dei data center in Italia.
Un quadro normativo che secondo il Mimit è “volto a governare la crescita dei data center in modo ordinato, trasparente e compatibile con le capacità delle infrastrutture esistenti”.
Ma non una parola sui timori di un aumento dei costi sulle bollette di famiglie e Pmi.
Il Governo privilegia le Big Tech o tutela famiglie e imprese italiane?
Per Iaria le risposte fornite dalla sottosegretaria Bergamotto non sono soddisfacenti, perché non chiariscono due temi sollevati dall’interrogazione: l’entità degli investimenti che il Governo è chiamato ad effettuare nel settore per potenziare la rete elettrica nazionale, necessari ad accogliere i nuovi data center; e le esigenze di tutela dei cittadini e delle piccole e medie imprese, che potrebbero essere gravemente penalizzati dall’incremento del costo dell’energia elettrica connesso agli interventi di adeguamento della rete.
Come anticipato, l’argomento è affrontato già in altri grandi Paesi, come negli Stati Uniti, dove nei giorni scorsi e anche nel Discorso alla Nazione, il Presidente Donald Trump ha assicurato che la realizzazione dei data center necessari a sostenere lo sviluppo dell’AI, quindi anche i costi energetici, dovranno essere sostenuti dalle aziende, non dai cittadini.
La preoccupazione di Iaria, quindi, è proprio questa: il Governo privilegia i grandi gruppi industriali a scapito delle piccole e medie imprese del tessuto produttivo italiano e magari anche dei cittadini, o è pronto a garantire delle tutele forti?
Negli Stati con la più alta concentrazione di data center, le bollette energetiche degli americani sono aumentate
Una promessa del Presidente USA quasi obbligata (tutta da verificare nei fatti), anche in chiave elettorale in vista del voto di midterm a novembre 2026, perché i dati ufficiali di novembre 2025 dicono che nei tre Stati con la più alta concentrazione di datacenter negli Stati Uniti i prezzi delle bollette energetiche, per via della legge della domanda e dell’offerta (di energia), sono aumentati dal 12 al 16%. Il doppio della media nazionale.
Come riportato su L’Espresso da Alessandro Longo, Terna (gestore della rete elettrica italiana) ha ricevuto richieste di connessione alla rete pari a 65 gigawatt, per via del boom datacenter. Ossia più di quanto ora consuma tutto il Paese. Il Gestore, però, si aspetta che solo una piccola parte delle richieste si realizzerà e che al 2030 l’aumento reale di consumi italiani sarà di 2 gigawatt, rispetto a oggi.
Di conseguenza, si legge nell’articolo, “non si prevede che l’aumento di consumi faccia salire le bollette, perché in parallelo crescerà l’offerta di energia, anche da fonte rinnovabile“.
