Il settore tecnologico indiano, spesso celebrato come motore della crescita economica del paese, si trova oggi in una crisi profonda, segnata da burnout diffuso, ondate di licenziamenti e un aumento allarmante dei suicidi tra i lavoratori.
L’industria, che impiega oltre 5 milioni di persone e rappresenta circa 280 miliardi di dollari, è messa a dura prova dalla crescente pressione derivante dall’adozione accelerata dell’AI.
I lavoratori, in particolare quelli più giovani e provenienti da contesti rurali, denunciano condizioni di lavoro estenuanti, turni prolungati fino a 15 ore al giorno, aspettative irrealistiche e una cultura aziendale tossica che promuove la produttività a scapito del benessere psicologico.
L’articolo racconta la storia tragica di Nikhil Somwanshi, un brillante ingegnere assunto dalla startup AI Krutrim, che ha perso la vita in circostanze riconducibili a stress lavorativo estremo. Il suo caso è emblematico di un sistema che, pur promettendo mobilità sociale e successo, schiaccia le aspirazioni individuali sotto il peso di carichi insostenibili.
Le statistiche mostrano che l’83% dei lavoratori IT in India soffre di burnout, e il 25% lavora oltre 70 ore settimanali. Le testimonianze raccolte evidenziano un peggioramento della qualità della vita post-pandemia, con il lavoro da remoto che ha dissolto i confini tra vita privata e professionale.
Mentre l’AI automatizza i compiti di base e rende superflue molte figure junior, la competizione per mantenere il posto di lavoro alimenta il timore e l’isolamento.
Le proteste per migliori condizioni rimangono isolate, frenate dalla debolezza dei sindacati e dalla paura di rappresaglie. Intanto, le aziende continuano a tagliare personale e spingere sulla produttività, aggravando un ambiente già precario.
In questo scenario, la promessa dell’AI come strumento di progresso rischia di trasformarsi in un meccanismo di esclusione e pressione, soprattutto per chi ha meno strumenti per difendersi.
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OpenAI ha generato oltre 1 miliardo di dollari al mese da attività diverse da ChatGPT
La crescita economica di OpenAI sta assumendo una configurazione più articolata rispetto alla percezione pubblica che la associa quasi esclusivamente a ChatGPT. Un flusso di ricavi estremamente rilevante proviene infatti dal business delle API, una componente infrastrutturale che consente a imprese e sviluppatori di integrare modelli avanzati di AI all’interno di prodotti proprietari, strumenti professionali e piattaforme operative.
Secondo quanto comunicato dal vertice aziendale, tale segmento ha registrato nell’ultimo mese un incremento superiore a 1 miliardo di dollari in ricavi ricorrenti annualizzati, confermando il ruolo strategico dell’offerta B2B nel sostenere la sostenibilità finanziaria dell’organizzazione.
Questo risultato evidenzia come l’AI venga sempre più adottata come ‘infrastruttura invisibile’, capace di abilitare servizi ad alto valore aggiunto in settori eterogenei, dalla ricerca legale alla produttività aziendale, fino ai motori di risposta basati su linguaggio naturale.
Parallelamente, l’articolo mette in luce le forti pressioni legate ai costi computazionali, ai data center e agli impegni di investimento di lungo periodo, che spingono OpenAI a diversificare ulteriormente i modelli di monetizzazione.
In questo contesto emergono ipotesi fino a poco tempo fa considerate marginali, come l’introduzione ponderata della pubblicità o la concessione in licenza dei modelli, con meccanismi di partecipazione ai ricavi generati dai clienti finali.
Nel complesso, la traiettoria descritta segnala una transizione significativa: da fornitore di applicazioni consumer a piattaforma tecnologica centrale nell’ecosistema digitale globale, ridefinendo le logiche economiche e strategiche dell’AI contemporanea.
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