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Google smentisce l’accordo con il fisco italiano, ma il caso resta aperto

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Tra Google e il fisco italiano non c’è nessun accordo. L’azienda americana con una nota smentisce quanto riportato stamani dal Corriere della Sera che parla di un accordo da 320 milioni di euro per risolvere il contenzioso tributario in Italia.

Un portavoce di Google ha dichiarato: “La notizia non è vera, non c’è l’accordo di cui si è scritto”.

Tuttavia, come conferma l’azienda, si continua a lavorare alla questione. “Continuiamo a cooperare con le autorità fiscali”, ha detto il portavoce.

Smentisce anche il procuratore della Repubblica di Milano, Bruti Liberati: “Allo stato delle attività di controllo non sono state perfezionate intese con la società”. Lo ha comunicato in una nota, in relazione al caso Google confermando che sono in corso indagini fiscali nei confronti del gruppo, all’esito delle quali “saranno tratte le valutazioni conclusive”.

Nessun passo in avanti quindi, almeno per il momento, nell’annosa querelle che riguarda le tasse eluse dal gruppo americano nel nostro Paese.

E mentre si continua a vociferare dell’intenzione del Governo di rimettere mano alla Web Tax, sostenuta dal presidente della Commissione Bilancio della Camer, Francesco Boccia, e il Parlamento Ue istituisce una commissione di inchiesta sul tax ruling, al momento le cose restano quelle di sempre.

 

L’Europa ha, quindi, bisogno di nuove norme per tassare le web company che grazie alle aggressive pratiche di ottimizzazione riesco a bypassare il fisco.

Servono regole chiare e certe per gli Over-The-Top, come Google, Apple, Amazon o Facebook, che realizzano fatturati milionari ma che riescono a traghettare i loro profitti nei Paesi europei con regimi fiscali agevolati, spesso Irlanda e Lussemburgo.

Secondo il Corriere della Sera, il gigante californiano pagherà circa 320 milioni di euro di tasse su 800 milioni che riconosce come imponibile prodotto in Italia dal 2008 al 2013.

Un accordo simile a quello che Google avrebbe raggiunto con il fisco francese ma sul quale ancora si attende una conferma ufficiale.

La contestazione in Italia, spiega il quotidiano, nasceva dal fatto che “i profitti della raccolta pubblicitaria nel nostro Paese venivano registrati in Irlanda e a Bermuda“.

La decisione della web company appare, secondo il Corsera, “come un colpo di scena in quanto non gli sarebbero mancate le armi giuridiche per provare una resistenza a oltranza, né l’opportunità di attendere a maggio l’atteso decreto legislativo fiscale che sottrarrà “l’abuso del diritto, cioè le operazioni che, pur nel rispetto formale delle norme, realizzano vantaggi fiscali indebiti”. Invece, dopo una riunione tra penalisti, tributaristi, magistrati e Gdf, è stata raggiunta un’intesa”.

Un’intesa che però Google smentisce, sebbene ammetta di continuare a “cooperare con le autorità fiscali”.

Francesco Boccia: ‘Di fronte a Google inadeguatezza della politica italiana’

“La verifica a Google, l’ipotetico accordo sui 320 milioni e la pronta smentita arrivata questa mattina a stretto giro, rappresentano la fotografia più cruda dell’inadeguatezza della politica di fronte a un fenomeno così grande e importante per il moderno sistema economico”, ha commentato Francesco Boccia.

“Da due anni – aggiunge Boccia – il Parlamento italiano ha fatto da ariete per arginare l’emorragia senza precedenti di risorse finanziarie che vengono, quotidianamente, portate via esentasse e spostate, attraverso il Double Irish, in paradisi fiscali. Le scelte fatte in ordine sparso dall’Italia con il ruling, dalla Francia con gli accertamenti, dalla Gran Bretagna con la ‘Diverted profits tax’, dalla Germania con gli accordi tra amministrazioni fiscali e multinazionali del web, danno il senso dell’ennesimo sfilacciamento dell’Europa su un tema così delicato”.

“Ribadisco un concetto – ha detto ancora Boccia – la strada maestra in tutta l’Unione Europea sarebbe la definizione di un’imposta indiretta obbligatoria da pagare nei Paesi in cui avviene l’erogazione del servizio, ricalcando il modello che stanno seguendo, su richiesta dei singoli stati, gli Usa. In alternativa, visto che un accordo in tal senso lo vedo sempre più problematico, la scelta inglese di tassare i redditi delle web companies del 25% sarebbe sicuramente quella più semplice anche se metterebbe definitivamente fine all’idea di un fisco europeo omogeneo”.

“Una cosa è certa – conclude il presidente della commissione Bilancio – e spero lo capisca anche il governo italiano: le multinazionali del web devono pagare le tasse che eludono ormai sistematicamente. Se la magistratura, anche stavolta, dovesse arrivare prima sarebbe l’ennesima sconfitta della politica”.

 

Il problema è la stabile organizzazione

Il nodo sono le pratiche di profit-shifting e gli accordi ‘agevolati’ concessi da alcuni Governi europei alle multinazionali.

La Commissione Ue ha avviato alcune inchieste in materia e l’Irlanda, dopo una forte pressione, ha già deciso dal 1° gennaio di cancellare il famoso Double Irish che permetteva a tante multinazionali, spesso operanti sul web, di pagare tasse irrisorie.

Google ha sempre ribadito che “rispetta le normative fiscali in Italia e in tutti i paesi in cui opera. La realtà dei fatti è che la maggior parte dei governi usa gli incentivi fiscali per attrarre investimenti stranieri e questo crea posti di lavoro e crescita economica e, naturalmente, le aziende rispondono a questi incentivi. E’ una delle ragioni per cui Google ha stabilito la propria sede europea in Irlanda, unitamente alla possibilità di assumere personale qualificato. Se ai politici non piacciono queste leggi, loro hanno il potere di cambiarle”.

Pare che il Governo italiano si stia nuovamente interessando alla questione e pare che sia allo studio la revisione in primis della nozione di ‘stabile organizzazione’ che è quella che finora ha permesso alle multinazionali di bypassare il fisco.

Sappiamo, infatti, che le filiali delle web company non figurano mai, o quasi, come ‘stabile organizzazione’ ma come società di servizi.

Dei profitti realizzati ne rispondono invece le case madri che spesso hanno sede europea in un Paese a regime fiscale agevolato.

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