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Google mette il naso (e 2 miliardi di dollari) anche nelle rinnovabili. Le accuse dei lavoratori

Ambiente oggi fa rima con business. Tutti sappiamo che bisogna fare di più per tutelare il pianeta, la sua biodiversità ed evitare le peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici e del surriscaldamento globale, ma anche che si fa presto a trasformare un impegno etico in un affare miliardario.

Agire è complicato, sia a livello individuale che di comunità, sia di Istituzioni, sia di impresa e industria, i problemi da affrontare sono davvero grandi (passare da un’economia basata sulle fonti fossili a una sulle rinnovabili é un cambiamento epocale e come tale è lento e incontra resistenze di ogni tipo), ma nel frattempo è possibile cavalcare l’onda emotiva globale, il sentiment generale che circonda questi temi così importanti (soprattutto in rete, dove oggi passa tutta la nostra vita).

Google, ad esempio, è una di quelle aziende che col passare degli anni ha diversificato enormemente i suoi interessi economici. Non è più solamente un gigante delle tecnologie informatiche e digitali, ma molto di più. I suoi affari si sono radicati in diversi mercati e la rete di aziende ad essa collegate ormai si allarga a tutto il mondo.

Uno dei settori oggi più convenienti in cui investire, come detto, è quelle delle green technologies: quindi, soluzioni che non inquinano, consumano pochissimo e hanno un bassissimo impatto ambientale, a cui vanno aggiunte le fonti energetiche rinnovabili e i materiali ecosostenibili.

Google ha annunciato un grande piano di investimenti in questo settore, nello specifico più di 2 miliardi di dollari in infrastrutture per le fonti rinnovabili negli Stati Uniti, in Europa e in Sud America.
Si tratta di un pacchetto green da 1.600 megawatt di energia solare ed eolica, con 18 progetti internazionali da avviare, che garantiranno alla multinazionale risorse energetiche pulite oltre il 40% del proprio mix energetico aziendale.
La sostenibilità ambientale è stata uno dei valori chiave dell’azienda fin dall’inizio. Nel corso degli anni abbiamo lavorato duramente per ridurre l’impronta di carbonio delle nostre operazioni, per sviluppare prodotti pensando alle persone e al pianeta, per guidare il cambiamento su larga scala attraverso le nostre supply chain in giro per il mondo”, ha affermato il CEO di Google, Sundar Pichai, nella lettera ufficiale in cui annunciava alla comunità globale il nuovo piano di spesa green.

Un tempo Google andava fiera del motto “Don’t be evil”, poi sostituito da “Do the right thing”, ora a quanto pare quasi scomparso dai documenti ufficiali.
Nonostante i piani faraonici annunciati, gli stessi dipendenti di Google si dicono molto scettici sulle strategie decise nel cosiddetto Googleplex. Le critiche sono state sottoscritte da centinaia di lavoratori del colosso tecnologico, “per non aver preso mai abbastanza seriamente le questioni ambientali”, per non aver mai fatto abbastanza per ridurre l’impatto ambientale dei suoi data center, per aver sempre finanziato e sostenuto politici apertamente negazionisti sul tema dei cambiamenti climatici e del surriscaldamento globale.

D’altronde, l’annuncio del CEO relativo alla spesa in tecnologie verdi è arrivato in tempo per inserirsi all’interno del meccanismo mediatico del “Friday’s Global Climate Strike” (eventi mondiali oggi e soprattutto il 27 settembre), i venerdì dello sciopero globale per la salvaguardia del clima e dei suoi fragili equilibri, che vede la presenza della celebre Greta Thunberg proprio negli Stati Uniti, a New York in questi giorni, in vista del summit Onu sul clima del 23 settembre.

Questa settimana oltre 1.600 dipendenti Google hanno firmato una lettera che conteneva una lista di obiettivi climatici che l’azienda dovrebbe considerare come strategici: la tecnologia non è verde di per sè, serve un’etica; i data center inquinano quanto gli aerei, se non di più.

È facile parlare di sostenibilità, affermare che le proprie attività commerciali in tutto il mondo sono “carbon neutral” o che in futuro (ma senza nessuna data precisa) il proprio consumo energetico sarà totalmente a zero emissioni, il problema “è che questi annunci non raccontano l’intera storia”. E secondo i dipedenti Google, la verità è un’altra.

Google ha speso nel 2018 quasi 22 milioni di euro in attività di lobbying negli Stati Uniti, secondo dati del Center for Responsive Politics. Come altri grandi aziende tecnologiche (come Amazon e Facebook, Microsoft e Apple), Google spende soldi per influenzare a suo favore le attività regolatorie e anche legislative.

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