Un anno fa Trump lanciava l’idea del Golden Dome, ma siamo ancora ai nastri di partenza
È passato un anno dall’ordine esecutivo firmato dal Presidente Donald Trump per la costruzione dell’immenso scudo missilistico a protezione del territorio degli Stati Uniti denominato Golden Dome. Secondo quanto scritto dalla Reuters, i lavori per la sua realizzazione sono praticamente ancora fermi e in pochi credono ancora che sarà pronto per il 2028, come frettolosamente promesso dallo stesso numero uno della Casa Bianca.
L’iniziativa statunitense per la realizzazione di uno scudo antimissile nazionale integrato – terrestre e spaziale – è infatti impantanata in dispute tecniche, scelte architetturali non risolte e nel delicato dibattito sulle armi nello Spazio, con il risultato che miliardi di dollari restano ancora inutilizzati.
Cos’è il Golden Dome
Il Golden Dome nasce con un ordine esecutivo firmato il 27 gennaio 2025 da Trump. L’obiettivo dichiarato è estremamente ambizioso: realizzare entro il 2028 un sistema di difesa antimissile completo per la protezione del territorio statunitense, capace di contrastare missili balistici, ipersonici e altre minacce avanzate.
Il mega-progetto prevede:
- il potenziamento dei sistemi terrestri esistenti, come intercettori missilistici, radar e infrastrutture di comando e controllo;
- l’introduzione di una nuova architettura spaziale, basata su costellazioni di satelliti per l’allerta precoce, il tracciamento e – potenzialmente – la neutralizzazione delle minacce già in orbita.
Secondo Trump, il Golden Dome dovrebbe diventare una sorta di “cupola protettiva” per gli Stati Uniti, con un costo complessivo stimato fino a 175 miliardi di dollari nel lungo periodo.
La timeline promessa (e quella reale)
Nel 2024, il Congresso aveva approvato 25 miliardi di dollari per avviare il programma, fondi stanziati nell’estate scorsa e teoricamente già disponibili. Tuttavia, a distanza di un anno, gran parte di quel budget non è stata ancora spesa.
Secondo due funzionari statunitensi citati da Reuters, infatti, sembra che l’architettura finale del sistema non è ancora stata definita, mentre le decisioni chiave, in particolare sulla componente spaziale, sono ancora oggetto di discussione.
Solo una volta sciolti questi nodi sarà possibile avviare contratti di grandi dimensioni e passare a una vera fase esecutiva.
Il Pentagono, da parte sua, afferma che “gli elementi fondamentali dell’architettura sono ormai stabiliti”, pur sottolineando che i dettagli restano classificati.
Il nodo cruciale sembrano essere le armi nello spazio
Il principale fattore di ritardo riguarda proprio la componente space-based del Golden Dome, che rappresenta anche l’aspetto più innovativo – e controverso – del programma.
Secondo le fonti di Reuters, all’interno dell’amministrazione e del Dipartimento della Difesa è in corso un dibattito acceso su sistemi spaziali classificati, che potrebbero includere nuovi standard di comunicazione satellitare ad alta resilienza e capacità di difesa attiva in orbita, ma anche, secondo alcune ipotesi, tecnologie anti-satellite (ASAT).
Quest’ultimo punto è particolarmente delicato. Gli Stati Uniti hanno storicamente criticato l’uso di armi anti-satellite, soprattutto per il rischio di generare detriti spaziali pericolosi per le infrastrutture orbitali civili e militari. Washington aveva duramente condannato, ad esempio, il test ASAT condotto dalla Cina nel 2007.
Integrare capacità di questo tipo in un sistema dichiaratamente “difensivo” solleva quindi questioni strategiche, politiche e normative, che stanno rallentando le decisioni finali.
Pochi contratti
Dal punto di vista industriale, il Golden Dome è ancora in una fase embrionale. Finora la Space Force ha assegnato solo una manciata di contratti di basso valore, circa sei secondo la Reuters, nel novembre scorso.
Si tratta di commesse da circa 120.000 dollari ciascuna, destinate allo sviluppo di prototipi concorrenti, e assegnate a player come: Northrop Grumman, Lockheed Martin, Anduril e True Anomaly.
C’è anche SpaceX di Elon Musk, che sarebbe candidata a costruire 600 satelliti.
Contratti simbolici, più che operativi, che rappresentano i primi passi di un programma che, sulla carta, dovrebbe muovere decine di miliardi.
Golden Dome, un progetto oltre il 2028
Secondo Tom Karako, esperto di sicurezza e armamenti del Center for Strategic and International Studies (CSIS), gran parte dell’ultimo anno è stata assorbita da revisioni di sicurezza, scelte organizzative e processi di approvazione estremamente complessi.
Il risultato? La scadenza del 2028 appare sempre meno realistica.
“Molto può essere fatto nei prossimi tre anni, soprattutto integrando meglio i sistemi esistenti”, spiega Karako, aggiungendo che “è chiaro che il Golden Dome continuerà a evolversi anche dopo il 2028”.
Il problema Groenlandia
Sicuramente sarà così, ma a complicare il quadro si aggiunge anche la dimensione geopolitica. Trump ha più volte collegato il Golden Dome all’idea di un controllo statunitense della Groenlandia, definendola “vitale” per la difesa missilistica.
Tuttavia, secondo un funzionario Usa citato da Reuters, la Groenlandia non fa parte dell’architettura proposta del Golden Dome, anche perché accordi esistenti già consentono una presenza militare americana significativa sull’isola. Un accordo del 1951 con la Danimarca dà a Washington ampio accesso alla Groenlandia, dove non a caso c’è già la base spaziale di Pituffik.
Dato che la rotta di volo più breve per i missili russi o cinesi diretti al Nord America passa sopra Groenlandia e Artico, l’isola è l’area ideale per intercettarli. Tanti sono però i dubbi sulla fattibilità del Dome e sulla necessità che la Groenlandia ne sia parte.
Come spiega Giorgia Bentivogli sull’Ansa, oltre a una possibile violazione dell’utilizzo pacifico dello spazio extra-atmosferico, sancito dal relativo Trattato, anche i modi americani lasciano perplessi: “Se il Pentagono voleva installare nuovi intercettori sarebbe bastato chiedere ai danesi“.
