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‘Gig economy, perché dico No a una legge nazionale’. Intervista a Luca Solari (UniMilano)

Il dossier per normare la Gig economy, l’economia dei “lavoretti” a chiamata, è sia sulla scrivania di Luigi Di Maio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, sia su quella di Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio e in corsa per diventare il leader del partito democratico. In sostanza il tema è al centro dell’agenda politica, che punta al più presto ad approvare una legge o a trovare un accordo tra gli attori interessati per garantire la tutela e la sicurezza dei rider, i lavoratori che consegnano il cibo.
“Sono contrario a una legge nazionale”, ha detto a Key4biz Luca Solari, professore ordinario di Organizzazione aziendale presso l’Università degli Studi di Milano, che si occupa di management, di innovazione strategica collegata ai modelli di gestione delle risorse umane e di cambiamento istituzionale ed organizzativo in relazione alla diffusione delle nuove tecnologie con una particolare attenzione a come cambia il mondo del lavoro.

Key4biz. Luigi Di Maio ha incontrato, giorni fa, i rappresentanti di alcune aziende digitali che si occupano della consegna di cibo nelle nostre città: l’obiettivo è, ha detto il ministro del Lavoro, “normare la gig economy per garantire dignità ai rider”. Secondo lei qual è il miglior modo per farlo?

Luca Solari. Credo si debbano separare due aspetti. Chiunque svolga un lavoro retribuito deve avere la possibilità di accedere a una serie di diritti minimi, che rispettino la dignità umana e che di fatti sono collegati alla vita individuale: penso a una copertura infortunistica-assistenziale, più le coperture contributive. Altro discorso è che si debba regolare questa forma di lavoro con una legge nazionale, personalmente sono contrario.

Key4biz. Perché?

Luca Solari. Per una serie di ragioni. Questo lavoro non è diverso da quello dei Pony Express degli anni ’80, che venne riconosciuto rapidamente come attività di lavoro autonomo e non subordinato. L’unica differenza è che oggi si utilizzano piattaforme digitali che consentono un’automazione differente. In secondo luogo perché i dati ci dicono, nonostante il clamore politico, che il rider è il lavoro principale solo per il 5% della categoria, per la restante parte è un’attività con cui si integra il reddito, per cui non stiamo parlando del lavoro concepito nella Costituzione italiana, ma uno dei tanti possibili lavori che consentono alle persone un arrotondamento.
Ora pensare di regolare in maniera massima questo tipo di attività ci fa precipitare di nuovo allo stato delle relazioni industriali italiane degli anni ’70-’80. E non mi sembra un’apertura verso il futuro. Inoltre una legge nazionale sarebbe anche molto difficile da applicare, perché tutti parlano di Gig economy facendo riferimento ai rider, in realtà esistono diverse forme di lavoro simili a queste. Allora andrebbero anche queste regolate a sua volta con una legge ad hoc?

Key4biz. In attesa del Governo, la Regione Lazio ha chiuso il 14 giugno la consultazione pubblica per scrivere insieme ai cittadini e a tutti i soggetti interessati il “Foglio dei diritti primari del lavoro digitale”. Il testo della proposta di legge per la tutela e la sicurezza dei rider è stato approvato dalla giunta Zingaretti e ora approderà al Consiglio regionale. 

Luca Solari. Le indicazioni fornite prima dal Comune di Bologna e ora dalla Regione Lazio sono utili a fornire una cornice minima e necessaria di regole, ma non serve una legge.

Key4biz. Qual è la sua controproposta?

Luca Solari. Definire un assetto minimo di regole legate alle coperture contributive e infortunistiche e lasciare la contrattazione decentrata ai sindacati per definire le condizioni lavorative.

Key4biz. Ora focalizziamo l’attenzione su un altro lavoro nato grazie alle nuove tecnologie. La direttiva sul lavoro agile nella PA ha istituzionalizzato lo smart working nel settore: può essere chiesto dai dipendenti e saranno le amministrazioni a valutare quali attività potranno essere svolte nella modalità di lavoro agile. “Potrà essere concesso fino al 10% del personale”. È un buon inizio?

Luca Solari. È un buon inizio perché nella PA è molto radicata la cultura del lavoro che richiede la presenza fisica in ufficio. Però definire un tetto del 10%, dal punto di vista tecnico, non ha nessun significato, perché nessuno è in grado di sapere quale sia la quantità di attività praticabile in smart working, ma serve, forse, per tranquillizzare rispetto a quella che può essere la richiesta nelle Pa in sede locale.

Key4biz. Nel settore privato italiano, invece, come si sta sviluppando lo smart working?

Luca Solari. Sta assumendo quasi le caratteristiche di una moda tanto si sta diffondendo, declinata in due modi: attraverso l’attività da remoto e la riprogettazione dei luoghi di lavoro, con la creazione di nuovi spazi multifunzionali, open space e con postazioni non più fisse, ma libere. In realtà il concetto di smart working va oltre queste due applicazioni: riprogetta l’esperienza di lavoro perché soddisfa, contestualmente, anche le esigenze del lavoratore.

Key4biz. Infatti quali sono i vantaggi?

Luca Solari. Potenzialmente aumenta la qualità del lavoro e l’entusiasmo del lavoratore, ma solo quando avviene davvero un cambiamento culturale nei datori di lavoro, che devono comprendere che i dipendenti vanno valutati in base ai risultati e non alle ore effettive di lavoro.

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