il tavolo

G7, agli USA la governance dell’AI? Così chiedono Altman (OpenAi), Amodei (Anthropic) e Hassabis (Google)

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Big Tech e leader del G7 discutono di governance, sicurezza e standard globali dell’AI. Chi guiderà la cordata occidentale? Sullo sfondo, la sfida con la Cina e il rischio di una crescente dipendenza europea dagli Stati Uniti.

Le grandi aziende tecnologiche USA al tavolo del G7 dettano le regole sull’AI

Non è stata una semplice discussione sull’innovazione. Al G7 di Evian-les-Bains, il pranzo di lavoro che per oltre due ore ha riunito undici amministratori delegati delle principali aziende mondiali dell’intelligenza artificiale (AI) con i leader delle grandi democrazie industrializzate si è trasformato in un confronto sulla futura distribuzione del potere globale.

Attorno allo stesso tavolo sedevano il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro canadese Mark Carney, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e i vertici delle aziende che oggi controllano la frontiera tecnologica dell’AI: Sam Altman (OpenAI), Dario Amodei (Anthropic), Demis Hassabis (Google DeepMind), insieme ad altri protagonisti dell’ecosistema internazionale.

Il tema ufficiale era la governance dell’AI. Quello reale era molto più ampio: chi scriverà le regole della tecnologia destinata a ridefinire economia, sicurezza nazionale, capacità militari e rapporti di forza tra le potenze.

Una coalizione internazionale guidata dagli USA. Amodei: “Cooperazione occidentale per regolamentare i modelli più avanzati

Il messaggio emerso dall’incontro è stato chiaro. I leader delle tre aziende che oggi dominano la corsa all’AI, come anticipato OpenAI, Anthropic e Google DeepMind, hanno sostenuto la necessità di costruire una coalizione internazionale delle democrazie avanzate, guidata dagli Stati Uniti, per definire standard, controlli e meccanismi di accesso ai modelli di intelligenza artificiale più avanzati.

Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, come riportato da numerose testate internazionali, è stato il più esplicito. Secondo quanto riferito da persone presenti alla riunione, ha sostenuto che “i Paesi democratici dovrebbero cooperare per regolamentare l’accesso ai cosiddetti frontier models, i sistemi più potenti oggi disponibili, limitandone la diffusione verso Paesi considerati rivali strategici, in primo luogo la Cina.

Amodei ha inoltre indicato alcuni ambiti nei quali la cooperazione internazionale dovrebbe essere immediata: “sicurezza informatica, bioterrorismo, intelligence, commercio dei semiconduttori avanzati e delle infrastrutture critiche”, i settori chiave per lo sviluppo dell’AI.

Dietro questa posizione vi è una convinzione sempre più diffusa negli ambienti strategici occidentali: la competizione sull’intelligenza artificiale non è soltanto una sfida industriale ma una questione di sicurezza nazionale. D’altronde, proprio su questo tema strategico si è sviluppato lo scontro tra Anthropic, il Dipartimento della Guerra americano e la stessa Casa Bianca.

Hassabis: “Non abbiamo più di 5 anni per creare un sistema di governance efficace dei sistemi AI

Demis Hassabis, fondatore e CEO di Google DeepMind, invece ha insistito sulla “necessità di creare rapidamente un sistema internazionale di standardizzazione e controllo”. Secondo Hassabis, l’umanità avrebbe “un orizzonte temporale di appena tre-cinque anni per costruire meccanismi efficaci di governance prima che i sistemi di AI raggiungano livelli di capacità tali da superare l’attuale capacità regolatoria degli Stati”.

Per questo il manager britannico ha proposto la creazione di un organismo tecnico internazionale, sostenuto dai principali laboratori di ricerca, capace di aggiornare trimestralmente standard e procedure di sicurezza in funzione dell’evoluzione tecnologica.

Il punto centrale del suo intervento è stato che una tecnologia di questa portata non può essere lasciata esclusivamente nelle mani degli sviluppatori: “Dobbiamo definirla insieme”, avrebbe detto ai leader del G7.

Altman: servono regole globali, ma “la definizione delle regole spetta alle istituzioni democratiche

La posizione di Sam Altman è apparsa più sfumata. Il CEO di OpenAI ha proposto la creazione di un forum internazionale permanente incaricato di valutare, testare e certificare i modelli più avanzati attraverso standard condivisi e universalmente riconosciuti.

A differenza di Amodei, però, Altman ha anche lanciato un avvertimento ai governi presenti. “Le aziende che sviluppano l’AI – ha sostenuto – non devono diventare le sole arbitre del futuro della tecnologia. La definizione delle regole spetta alle istituzioni democratiche”.

Non cedete le vostre responsabilità ai laboratori di AI come il mio”, avrebbe detto ai leader presenti. Altman ha inoltre evidenziato un rischio, abbastanza concreto, “che la sicurezza venga utilizzata come giustificazione per concentrare troppo potere nelle mani di pochi soggetti privati”.
Il caso di Mythos di Anthropic ricorda molto da vicino questa situazione e impone una riflessione: come garantire il controllo dei rischi senza creare un oligopolio tecnologico ancora più forte di quello attuale?

La nuova ossessione è la sicurezza nazionale, leva per la concentrazione di potere?

Colpisce ciò che non è stato al centro della discussione. Occupazione, automazione del lavoro e disuguaglianze sociali sono rimaste sostanzialmente sullo sfondo. Come anche la sostenibilità ambientale legata a queste tecnologie di punta e strategiche.

La conversazione si è concentrata quasi esclusivamente sulle implicazioni geopolitiche e militari dell’intelligenza artificiale. Secondo le ricostruzioni dell’incontro, Amodei ha affermato che, “se l’attuale traiettoria tecnologica dovesse continuare, l’AI potrebbe diventare la principale fonte di potere economico e militare degli Stati”.

Cyberattacchi, proliferazione biologica, capacità offensive digitali, guerra cognitiva e applicazioni strategiche dell’intelligence sono stati indicati come i rischi più urgenti. Come detto, non sorprende quindi che il dibattito si sia svolto pochi giorni dopo una decisione che ha fatto discutere l’intera comunità tecnologica internazionale: il blocco imposto dall’amministrazione Trump all’accesso ai modelli più avanzati di Anthropic, una misura motivata da esigenze di sicurezza nazionale e controllo delle esportazioni.

Paradossalmente, nonostante la vicinanza temporale dell’episodio, la questione non sarebbe stata affrontata direttamente durante il confronto. Il classico elefante sulla strada che nessuno ha visto, ma che tutti hanno evitato.

Il consenso esplicito del G7 sulla leadership americana

Un dato politico emerge con chiarezza. Nessun leader del G7 si è opposto apertamente all’idea che gli Stati Uniti assumano il ruolo guida nella definizione delle regole globali dell’intelligenza artificiale.

Mark Carney avrebbe espresso disponibilità a riconoscere la leadership americana nel coordinamento di una futura coalizione. Viene da pensare che tutti i capi di Stato e di Governo presenti al G7 avessero in mente solo una cosa: ricucire il più possibile ogni strappo con l’amministrazione Trump.

Lo stesso Macron ha sostenuto la necessità che “un piccolo numero di democrazie cooperi per definire standard comuni” e ha sottolineato l’importanza di impedire che i modelli di frontiera finiscano nelle mani di regimi autoritari. Glissando comunque sulla proposta di leadership americana. Lun altro elefante sulla strada.

Anche Ursula von der Leyen ha ribadito che Europa e Stati Uniti condividono interessi strategici e responsabilità comuni nel governo della nuova tecnologia. Persino il Regno Unito ha riconosciuto che Washington potrebbe svolgere un ruolo centrale nella costruzione del futuro sistema di governance.

La convergenza occidentale appare motivata soprattutto dalla percezione, o dalle necessità di Washington, di una sfida comune ineludibile rappresentata dalla Cina.

L’Europa tra partnership ‘necessaria’ con gli USA e conseguente dipendenza dalle Big Tech

Per Bruxelles il risultato del vertice è però ambivalente. Da un lato, l’Unione europea ottiene il riconoscimento del proprio ruolo come partner strategico degli Stati Uniti nella definizione delle future regole dell’AI. Dall’altro, emerge il rischio che gli standard tecnologici vengano elaborati prevalentemente oltreoceano e successivamente esportati verso il resto dell’Occidente, confermando e consolidando la tanto temuta dipendenza tecnologico-digitale.

Una dinamica già denunciata da Arthur Mensch, fondatore di Mistral AI, secondo il quale la posizione americana rischia di ridursi a un messaggio semplice: “fidatevi di noi, definiremo qui gli standard e poi li esporteremo agli altri”. Ma sappiamo bene che non ci si può fidare.

Macron ha giustamente espresso preoccupazione su questo, avvertendo che eventuali restrizioni unilaterali statunitensi sull’accesso ai modelli più avanzati potrebbero penalizzare l’intera economia occidentale. Dal canto suo, Bruxelles sta parallelamente rafforzando la cooperazione tecnologica con partner come Corea del Sud e Brasile, nel tentativo di costruire una maggiore autonomia strategica.

L’AI Act europeo rimane inoltre l’unico quadro normativo organico già pienamente operativo tra le grandi economie mondiali. Non è da escludere che proprio per questo Washington stia cercando di consolidare la sua leadership politica sull’AI (e quindi regolatoria, o contro-regolatoria).

La vera posta in gioco: le regole servono, ma chi le scriverà?

Dietro il dibattito sulla regolamentazione si nasconde una domanda destinata a segnare il prossimo decennio: l’intelligenza artificiale sarà governata come una tecnologia aperta e diffusa oppure come un’infrastruttura strategica controllata da un ristretto gruppo di Stati e aziende?

Ad Evian-les-Bains è emersa una risposta ancora incompleta ma significativa. I leader delle Big Tech e i governi del G7 condividono la convinzione che l’AI rappresenti una tecnologia geopolitica comparabile, per importanza strategica, all’energia nucleare, ai semiconduttori avanzati e alle reti globali di telecomunicazione.

Il consenso sulla necessità di regole comuni esiste. Molto meno chiaro è chi scriverà quelle regole.

Oggi il baricentro del potere tecnologico resta saldamente negli Stati Uniti. L’Europa è stata invitata al tavolo e riconosciuta come interlocutore indispensabile. Ma il rischio, emerso chiaramente durante il summit, è che nel nuovo ordine dell’intelligenza artificiale il Vecchio Continente partecipi alla governance senza esercitare una vera leadership tecnologica.

Il prossimo passaggio sarà il vertice ministeriale previsto per settembre 2026, dove i Paesi del G7 inizieranno a trasformare le dichiarazioni politiche di Evian in standard concreti. Sarà il rilancio del multilateralismo della governance dell’AI o la sua fine?

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