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Frequenze 700 Mhz: ecco perché l’Italia ha un asso nella manica

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A livello internazionale, il potere negoziale dell’Italia sull’uso televisivo della banda 700 Mhz (694-790) è uscito rafforzato dalla Conferenza Mondiale delle Telecomunicazioni (WRC15) dell’ITU che si è chiusa il 27 novembre a Ginevra. Ma il nostro paese dovrà farsi forte dei circa 7.000 impianti coordinati a livello internazionale (su un totale di 20.000 presenti nel nostro paese). Sono questi 7.000 impianti l’arma a disposizione per rispondere alle prevedibili pressioni anti-interferenze dei nostri vicini, Francia in testa, ansiosi di accendere la banda 700 per il broadband mobile.

La decisione dell’ITU ci favorisce

L’ITU (International Telecommunications Union), l’agenzia dell’Onu che gestisce le politiche mondiali dello spettro radio, ha stabilito di destinare in modo esclusivo i 700 Mhz alla banda larga mobile, ma nel contempo ha garantito la protezione (almeno fino al 2023) di quegli impianti che l’Italia, tra molte difficoltà, è riuscita a coordinare in modo legittimo. In definitiva, la protezione garantita agli impianti televisivi in banda 700MHz dalla WRC15, rende più difficile il coordinamento delle frequenze che la Conferenza di Ginevra del 2006 non aveva assegnato all’Italia ma valorizza frequenze e impianti coordinati nel rispetto delle regole ITU e inseriti nel Master Register dell’ITU.

In definitiva, dal coordinamento internazionale delle frequenze non c’è soltanto da rimetterci, visto che le emittenti che sono in regola in questo caso guadagnano anni di trasmissione legittima su una banda di pregio come la 700.

L’esito del WRC15 è, quindi, una buona notizia per i broadcaster di casa nostra, che non dovranno spegnere in fretta e furia il segnale legittimo sulla banda 700 Mhz (694-790) per evitare interferenze con il segnale Lte dei paesi confinanti.

Nel nostro paese, inoltre (diversamente da Francia e Germania), non c’è alcuna asta all’orizzonte per assegnare i 700 Mhz al broadband mobile. Le telco non hanno alcuna fretta, anzi.

Al contrario di Parigi, che ha da poco chiuso l’asta da 2,8 miliardi di euro con la quale ha assegnato la banda 700MHz agli operatori mobili per l’LTE.

Quindi tutto bene?

 

Non esattamente, perché a casa nostra secondo stime diffuse da Antonio Sassano, docente dell’Università Sapienza di Roma e tra i massimi esperti di frequenze in Italia, su un totale di 20.000 impianti attivi nella banda Tv soltanto 7.000 sono legittimamente coordinati nel Master Register delle frequenze di Ginevra. Quindi, se da un lato dovremo difendere i diritti acquisiti dall’altro saremo molto più deboli nel difendere usi dello spettro non coordinati e, ora, difficilmente coordinabili. La liberazione della banda 700 dalle Tv secondo Sassano sarà più complessa dello switch off dell’analogico.

Perché?

La Francia ha da poco assegnato l’uso dei 700 Mhz alla banda larga mobile e, secondo la roadmap pubblicata sul sito dell’Arcep, l’Autorità delle comunicazioni francese, l’obiettivo degli operatori è di accendere il segnale Lte in Costa Azzurra e Corsica su queste frequenze entro la fine del 2017.

Cosa potrebbe succedere?

La Francia e gli altri paesi confinanti potrebbero dunque intensificare le pressioni sull’Italia, largamente inadempiente in materia di spettro radio per la storica mancanza di coordinamento internazionale dello spettro. Potrebbero chiedere, ad esempio, di spegnere tutti gli impianti televisivi non coordinati a livello internazionale che interferiscono con i segnali radiotelevisivi o il segnale del mobile sul loro territorio (sono 13.000 su tutto il territorio nazionale).  Pena l’apertura di una procedura d’infrazione da parte della Ue.

Per inciso, il segnale televisivo è in grado di oscurare l’Lte nel raggio di 300 Km. Quindi, un impianto in Toscana e/o Liguria operante su una frequenza non assegnata all’Italia avrebbe i giorni contati se la Francia facesse pressing a livello internazionale. Lo stesso discorso vale ad esempio per la Slovenia – propensa anch’essa ad accelerare il passaggio dei 700 Mhz alle telco – per quanto riguarda gli impianti del versante adriatico.

La forza negoziale dell’Italia

La forza dell’Italia risiede però nel fatto che, in base alla decisione finale ‘prudente’ del WRC15 nei confronti dei broadcster (con la regia del direttore dell’ITU François Rancy), i 7.000 impianti televisivi legittimamente coordinati sono protetti almeno fino al 2023. In futuro, questi impianti non dovranno chiudere in automatico, nemmeno se provocassero interferenze all’Lte in Francia.

Perché rappresentano un piccolo tesoretto?

Perché la difesa di questi diritti sarà l’unico punto di forza dell’Italia in sede di negoziati bilaterali con i nostri vicini, in particolare con la Francia che dovrà garantire l’avvio del servizio Lte prima della fine del 2017. La convivenza tra televisione in Italia e larga banda in Corsica e Costa Azzurra non sarà possibile. Potremo allungare i tempi, ma l’inevitabile conclusione sarà lo switch-off del digitale terrestre nella Banda 700. Ginevra 2015 ha concesso un orizzonte certo di 8 anni a questo processo. L’Italia dovrà allora vendere a caro prezzo lo spegnimento anticipato dei propri impianti, con soluzioni che dovranno tener conto della nostra esigenza di ricollocare il massimo numero di multiplex nelle frequenze nella banda sub-700 (470-694). Si tratta di un obiettivo fondamentale per il nostro paese che è l’unico e in Europa ad aver autorizzato più di 10 multiplex TV e che, attualmente, vede 20 multiplex nazionali e circa 500 multiplex locali in esercizio.

Una roadmap per liberare i 700 Mhz

Non potremo  dunque dormire sugli allori ma dovremo organizzare una roadmap che in un tempo non molto lungo (i francesi non potranno rimandare troppo la scadenza del 31 dicembre 2017) conduca allo spegnimento del segnale Tv dei 700 Mhz; dovremo fare un lavoro serio di controllo e monitoraggio su ogni singolo impianto di trasmissione televisivo, cercando di ottenere il coordinamento del massimo numero di multiplex per contenuti nazionali e regionali e la possibilità di coordinare anche le frequenze che la Conferenza di Ginevra 2006 non ha assegnato all’Italia per un servizio provinciale compatibile con il servizio televisivo nei paesi confinanti.

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