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Fake news, Facebook studia ma non si applica

Roberto Capocelli

Se il magazine inglese The Economist  suona la sirena d’allarme sul rischio monopolistico che avvolge l’economia digitale, allora c’è davvero da preoccuparsi.

Quello dell’Economist non è che l’ultimo di una serie di avvertimenti che, da tempo, si susseguono e che riguardano non tanto la pervasività delle nuove tecnologie, quanto piuttosto le conseguenze del modello economico che gli è cresciuto intorno.

Tra tutti, il problema delle cosiddette fake news è saltato alla ribalta della cronaca, in particolare a partire dalle ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti dello scorso novembre.

Dalle fabbriche di fake news nei Balcani, ai siti cospirazionisti, fino agli spam bot di San Pietroburgo ce n’è per tutti i gusti e, senza dubbio, la questione è molto complessa: di sicuro, però, c’è che i social media hanno giocato un ruolo cruciale nella diffusione di notizie false. Un ruolo tanto cruciale che il (mai esistito) endorsement di Papa Francesco a Donald Trump è risultata essere una delle notizie più condivise della campagna elettorale USA.

L’analisi sociologica del fenomeno è cosa complessa, richiede studi approfonditi che incrociano sociologia, economia, antropologia e cultural studies. È possibile, invece, valutare la risposta dei colossi digital:  finiti sotto accusa per il ruolo di “untori” i social, Facebook in testa, hanno prima reagito sulla difensiva affermando che le fake news non avevano influenzato le elezioni perché entrambe le parti ne avevano prodotte. Insomma, una versione più sofisticata del classico ritornello Silicon Valley “noi siamo solo dei facilitatori, permettiamo alle persone di esprimersi, siamo super partes, bla bla bla”.

Poi hanno cercato di correre ai ripari, distribuendo qualche mancetta a grandi media corporation per creare gruppi di fact-checking, a scuole di giornalismo per ”educare” le prossime generazioni, e ad alcune fondazioni giornalistiche per “supportare” la società civile.

Si sa, la filantropia è un atto nobile, infatti tipico delle nobiltà è prima affamare e sfruttare e poi, una volta all’anno, “regalare” il pane ai sudditi e farsi pure baciare le mani. Storia vecchia come il mondo.

Il vero tema però è che, l’impegno di Facebook contro le fake news non è autentico: se lo fosse stato la risposta sarebbe arrivata sul piano del loro algoritmo, e non da una operazione di maquillage tipica delle PR. Sarebbe stata una risposta tecnologica, quella sì efficace, non da salotto bene. Non mancano certo know-how e risorse.

La BBC lo aveva già denunciato: Facebook non rimuove nemmeno i gruppi sospettati di scambiare materiale pedopornografico. Figuriamoci le fake news.

Ma perché, viene da chiedersi, cui prodest?

La risposta con certezza non possiamo conoscerla perché il social network non da’ spiegazioni circa i propri algoritmi e le proprie scelte, ma possiamo ipotizzare con una buona approssimazione che le ragioni siano almeno tre.

La prima: bollare una notizia come fake news può essere facile in alcuni casi, come ad esempio nel menzionato (fantomatico) endorsement di Papa Francesco a Trump.

Ma cosa accede se un articolo mette in discussione, ad esempio, i dati sul lavoro affermando che le statistiche non colgono la situazione reale e argomentando con fatti la propria tesi? Oppure se qualcuno dice che i trattati di libero scambio impoveriscono i paesi che li hanno firmati aumentando l’ineguaglianza economica?

Avete capito dove andiamo a finire, cioè su un terreno difficile e scivoloso che presuppone un giudizio editoriale, cioè una decisione politica con tutte le conseguenze e le responsabilità che ne derivano. Ecco, non è un segreto che Facebook si tiene ben lontano da quelle responsabilità, viste come una minaccia alla crescita del loro impero. Alla fine il core business sono i dati e la pubblicità, quindi perché tagliarsi le gambe perdendo dei pezzi di audience per il bene della società?

Secondo e molto più elementare: se è vero che le fake news sono state le notizie più diffuse delle campagna elettorale americana, significa che hanno generato profitti significativi. Perché rinunciare a quei soldi?

Ultima ragione, vera e propria minaccia mortale: la concorrenza. Immaginiamo un crociata di Facebook contro le migliaia di gruppi che diffondono notizie false; se le persone che affollano quei gruppi dovessero sentirsi, a torto o a ragione, vittime di censura, allora sarebbero tentate di guardare altrove. Ad esempio, alla possibilità di  utilizzare social network decentralizzati, come Diaspora, esperimento creato da un gruppo di ragazzi della New York University dove le informazioni non passano da un server centralizzato, ma rimangono in possesso degli utenti e nessuno può controllarle o lucrarci.

Immaginate che disastro per il business dei dati.

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