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Eustema Day 2015. ITcomeITalia: ecco le priorità dell’Informatica italiana

ITcomeITalia

Come rendere più forte l’industria italiana dell’informatica e dei servizi digitali? Come rilanciarla e far ripartire con essa l’Italia? L’IT italiano non è un panda da proteggere, ma un’industria sana, sul fronte dell’impresa e della PA, che ha però bisogno della politica per ripartire. Sono questi alcuni dei temi salienti del primo Eustema Day 2015 “ITcomeITalia: come far ripartire l’Italia?”, l’evento che si è tenuto oggi a Roma per celebrare i 25 anni di Eustema, che ha chiamato a raccolta la community dell’IT del nostro paese (più di 600 registrati da 13 diverse regioni) per un confronto dal quale emerge una lista ben chiara delle priorità del settore, in via di elaborazione, da sottoporre ai decisori e alla politica per il suo rilancio.

All’evento, le cui conclusioni sono state affidate all’onorevole Pier Paolo Baretta, Sottosegretario di Stato, Ministero Economia e Finanze e la moderazione al Direttore di Key4biz Raffaele Barberio, hanno partecipato: Enrico Luciani, Amministratore Delegato, Eustema; Annamaria Di Ruscio, Amministratore Delegato, NetConsulting cube; Cristiano Cannarsa, Presidente e Amministratore Delegato, Sogei; Paolo Aielli, Amministratore Delegato, IPZS – Poligrafico di Stato; Domenico Casalino, Esperto di Sistemi Informativi ed Appalti; Pierluigi De Marinis, Direttore Centrale Sistemi Informativi, ANAS; Luca Attias, DG della Direzione Generale Sistemi Informativi, Corte dei Conti; Mauro Minenna, Direttore Generale, ACI Informatica; Pasquale Lavacca, DG Responsabile dei Sistemi Informativi ed Automatizzati, Arma dei Carabinieri; Massimo Di Virgilio, Founder Partner, Admiral; Stefano Tomasini, Direttore Centrale per l’organizzazione Digitale, INAIL; Alberto Tripi, Presidente, Almaviva; Valerio Zingarelli, Chief Technology Officer, Rai; Antonio Palmieri, Responsabile internet e nuove tecnologie, Forza Italia; Giorgio Ventre, Professore di sistemi di elaborazione delle informazioni, Università degli Studi di Napoli Federico II; Gianluca Pancaccini, Chief Information Officer, Telecom Italia; Cristiano Radaelli, presidente ANITEC; Ennio Lucarelli, Presidente, Confindustria Servizi Innovativi; Alessandro Musumeci, Presidente, CDTI; Paolo Galdieri, Docente di Informatica Giuridica, Università LUISS; Paolo Pandozy, Amministratore Delegato, Engineering; Sergio Boccadutri, Coordinatore Area Innovazione, Partito Democratico.

 

IT: un’industria sana che va valorizzata

 

L’evento segna un incontro della industry italiana dell’IT, per scegliere cosa fare, come e quando intervenire per riguadagnare il terreno perduto con la crisi. Una industry che nel passato ha espresso eccellenze come l’Olivetti di Ivrea, per intendersi, e che ora invece arranca ma non vuole essere considerata come “un panda da proteggere”, perché è un’industria sana che va valorizzata.

 

Il quadro e i dati

 

“Noi vogliamo festeggiare i 25 anni di vita guardando al futuro – ha detto Enrico Luciani, Amministratore Delegato di Eustema – Certo, il mercato dell’Information Technology continua a decrescere, come il paese. Ma è un dovere di tutti farlo ripartire dopo anni di silenzio e indifferenza in cui il settore italiano dell’IT sta morendo, con un calo annuo del 4% negli ultimi 7-8 anni”.

Ma può questo paese fare a meno del settore IT? “Certamente no – aggiunge Luciani – ma certe storture, come le gare al massimo ribasso, vanno eliminate”.

 

Il tunnel della crisi economica “è molto lungo e non ne usciremo presto – dice Annamaria Di Ruscio, Amministratore Delegato di NetConsulting cube – Basti pensare che secondo i dati Ocse, l’Italia per tornare in termini di PIL ai valori del 2007 dovrà aspettare il 2025, gli investimenti sono crollati del 30%”. A livello globale, “gli unici Brics rimasti sono India e Cina – continua Di Ruscio – e il ritardo dell’Italia non è solo una questione di banda larga, ma anche di digital skill e di come stiamo utilizzando la tecnologia. L’integrazione della digital technology nel tessuto economico del paese è scarsa. Le aziende dispongono di diverse componenti tecnologiche e siti web, ma concretamente ci fanno pochissimo. Abbiamo bisogno di fare sistema, non subappalto”.

 

Eppur si muove

Detto questo, Di Ruscio concede che qualcosa si sta muovendo nella giusta direzione. Le aziende hanno superato l’ossessione del taglio dei costi e timidamente si parla anche di digital transformation. Il problema è che “la resistenza al cambiamento è grande – dice – siamo un paese ancora fermo”, ancora scottato da una perdita di valore enorme: in tre anni i servizi IT e la componente Tlc hanno perso 5 miliardi.

Il mercato digitale del nostro paese è contratto, con un gap di 23 miliardi rispetto alla Ue. Per anni non abbiamo più investito in formazione tecnologica.

In cosa stiamo sbagliando? “C’è un grande tema che si chiama IoT (Internet of Things) che il Governo sta sottovalutando – dice Di Ruscio – al Cebit di Hannover grandi paesi come Germania e Cina hanno fatto sapere che spendono 700-800 milioni l’anno per l’industria 4.0, un investimento fatto in primo luogo per contrastare l’ondata degli OTT. Anche il nostro paese deve ripartire, perché gli OTT sono già qui e per questo le grandi aziende e la PA non possono fare affari sulla pelle dell’ICT. Basta dire che l’ICT ruba posti di lavoro. L’indice di fiducia dell’Italia è bassissimo, tre volte inferiore a quello della Germania. Bisogna ripartire di qui. Netflix è alle porte, è un grande fenomeno di cambiamento e stimolo, non dobbiamo erigere muri. La PA deve essere motore di questo Paese, non esiste che un fornitore IT rifiuti per mancanza di trasparenza”.

 

La domanda pubblica

 

Visto il contesto, come riqualificare la domanda pubblica? “Al Governo dobbiamo chiedere di fare un grande uso della leva informatica: in Italia abbiamo bisogno di pochi grandi progetti necessari che siano aggregatori della domanda, quale il 730 precompilato”, dice Cristiano Cannarsa, Presidente e Amministratore Delegato di Sogei.

In Italia non possiamo più permetterci di manutenere mille CED. L’offerta IT è molto frammentata, basti pensare che ci sono 5,4 milioni di partite IVA” – aggiunge Cannarsa – “di queste 5,3 milioni fatturano meno di 5 milioni di euro. Le aziende di settore sono 41mia, con una media di 3,4 addetti per azienda. Il mercato ha una visione a brevissimo termine e l’indebitamento è troppo elevato per fare investimenti a lungo termine, ma il salto tecnologico non lo fai se non guardi al futuro”.

“Oggi”, rileva Cannarsa, “la leva informatica è come la leva finanziaria di qualche anno fa: è necessaria per accelerare la rotazione delle vendite”.

Gli ingredienti per il rilancio dell’industria informatica italiana sono “i grandi progetti, la razionalizzazione delle infrastrutture, l’integrazione delle banche dati e” – conclude Cannarsa – la centralità delle competenze”.

Nella PA servono grandi progetti

“Il 90% delle nostre attività riguarda la produzione e la gestione di documenti di identità, dei sistemi per gestire la tracciabilità dei medicinali e prodotti alimentari e la gestione delle banche dati sensibili, mentre il 10% riguarda la monetazione – ha detto Paolo Aielli, Amministratore Delegato, IPZS della Poligrafico di Stato – in Italia, le ragioni della limitata digitalizzazione non sono da ricondurre solo alla carenza di risorse ed alla mancanza di una organica politica industriale, bensì anche al deficit di capacità di realizzazione mostrato sia da alcuni enti pubblici che da società private coinvolte nella esecuzione. A partire dagli anni ’80, ci sono stati grandi progetti ICT che invece di essere un’occasione per modernizzare i servizi della PA hanno determinato una dispersione di risorse che andrebbe esaminata con attenzione per richiamare operatori privati e pubblici ad una maggiore responsabilità”.

“I grandi progetti pubblici – aggiunge Aielli – in altri Paesi sono tesaurizzati e diventano un’occasione di sviluppo di competenze del Paese e di export (come USA, Francia, Germania). In Italia le principali cause dell’arretratezza nel digitale sono: la mancanza di una reale pianificazione dei progetti strategici, la mancanza di un sistema di valutazione e verifica, i criteri di assegnazione di appalti che penalizzano lo sviluppo di competenze reali, le carenze in fase realizzativa”.

Che fare? Gli strumenti ci sono, secondo Aielli: “Agenda Digitale, AGID, piano banda larga. Occorre puntare, quindi, su progetti qualificanti della domanda pubblica attraverso la forte cooperazione pubblico-privato. Il Poligrafo è un importante centro di competenza per i progetti di sicurezza e per la tracciabilità finalizzata alla anticontraffazione ed investirà nel prossimo triennio oltre il 15% del suo fatturato per questo”.

Troppe 36 mila stazioni appaltanti

 

In Italia, cosa non ha funzionato negli ultimi 20 anni nel digitale? “Due spunti: polverizzare la domanda media non è stato un grande affare – dice Domenico Casalino, Esperto di Sistemi Informativi ed Appalti, ex amministratore delegato di Consip – il sistema delle gare al massimo ribasso con 36 mila stazioni appaltanti ha logorato il sistema, contribuendo a generare corruzione”.

“Imprenditori, tirate fuori lo spirito imprenditoriale – dice Casalino – il rischio estinzione, soprattutto per le PMI, è concreto. La Nina, la Pinta e la Santa Maria l’impresa l’hanno fatta insieme, per questo è necessario guardare sempre più ad alleanze industriali”.

Infine, chiude Casalino, l’ICT non deve più accontentarsi di essere un subfornitore dell’innovazione: “Le aziende ICT partecipano soltanto alle gare ICT – dice – mentre le aziende di altri settori (Logistica, Finance ecc) partecipano sempre più spesso alle gare ICT”. Come a dire, il rischio cannibalizzazione è dietro l’angolo e bisogna reagire.

Sulla necessità di ridurre le stazioni appaltanti è d’accordo anche Pierluigi De Marinis, Direttore Centrale Sistemi Informativi, ANAS: “In Italia la dotazione ICT delle aziende è inferiore a quella dei singoli cittadini – dice – le priorità per far ripartire il settore sono la semplificazione degli appalti nel settore IT; la valorizzazione del capitale umano, visto che manca un contratto unico per il settore; favorire la formazione e il ricambio generazionale del personale IT. Infine, per quanto riguarda le gare al massimo ribasso, 120 euro di prezzo minimo è vicino a quanto guadagna una colf e va corretto”.

  

Il digitale per combattere la corruzione

 

Sul legame fra scarso livello di digitalizzazione e aumento della corruzione punta il dito Luca Attias, DG della Direzione Generale Sistemi Informativi della Corte dei Conti: “Civiltà è sinonimo di digitalizzazione – dice Attias – Noi in Italia viviamo in un contesto di emergenza sanità, emergenza corruzione, scuola, immigrazione. Lo sappiamo tutti. Ma nessuno sa che se non approcci e non risolvi l’emergenza digitale non scalfisci nemmeno tutte le altre emergenze che ci sono nel paese”.

Il vero dramma dell’Italia, secondo Attias, è il numero enorme di infrastrutture e servizi digitali, il più alto del mondo. “Abbiamo 10 mila CED in Italia, con un numero incalcolabile di applicazioni singole, su cui lavorano centinaia di migliaia di persone, che svolgono così un lavoro dannoso – dice – come possiamo pensare che il Comune di Frascati si informatizzi da solo? Con 8.100 comuni in Italia, è necessaria una serie di applicazioni della PA replicabili, da mettere e condividere in Cloud”.

 

Autorità dei processi

La proposta di Mauro Minenna, Direttore Generale di ACI Informatica, punta sulla creazione di un’autorità dei processi, preposta alla standardizzazione della gestione dei processi digitali nel rapporto fra PA e cittadini, ad esempio. “Bisogna creare un unico ambiente che automatizzi tutti i passi BPM per creare degli standard al servizio del cittadino – dice Minenna – abbiamo l’AGID e quest’autorità dei processi si può fare. Inoltre, servono più servizi digitali documentati”.

 

“Oggi l’Arma dispone di una governance totale dei mezzi operativi – dice Pasquale Lavacca, DG Responsabile dei Sistemi Informativi ed Automatizzati dell’Arma dei Carabinieri – basti pensare che dal pc del comandate di una regione è possibile vedere ad esempio quante auto sono in strada, chi le guida, quanto consumano. Lo stesso può essere fatto dal CED centrale, che quindi ha il controllo completo di tutte le auto in circolazione. Dal punto di vista amministrativo, abbiamo un unico centro nazionale dal quale si gestiscono i 730 e i cedolini di tutti gli appartenenti all’Arma. In questo modo, l’IT ci ha permesso di togliere risorse dagli uffici e recuperare qualche migliaio di uomini che possiamo destinare al nostro core business, che è la sicurezza delle persone”.

Serve una politica industriale

 

“In Italia l’80% delle aziende sono PMI, siamo ancora in una società feudale fatta di valvassori, valvassini e servi della gleba – attacca Massimo Di Virgilio, Founder Partner di Admiral – Un sistema, quello degli appalti, che affonda non solo le PMI”. Una situazione insostenibile, secondo Di Virgilio, che mette sul tappeto alcuni pochi accorgimenti che potrebbero migliorare la situazione. Vietare i cartelli (“per legge”), basta pagare gli ingegneri al prezzo di una colf (“basterebbe fissare un tetto minimo di almeno 250 euro”).

La nuova legge sugli appalti, intanto, sta facendo il suo iter in Parlamento.

 “Non è più sostenibile la separazione del mondo IT da quello del business – ha sostenuto con forza il dott. Stefano Tomasini, direttore centrale per l’organizzazione digitale dell’INAIL, nel suo apprezzato intervento al convegno – ed è assolutamente urgente che le resistenze al cambiamento vengano superate rapidamente sia a livello decisionale che operativo in ogni azienda. Occorre, pertanto, una capillare operazione culturale di educazione all’information technology”.

In tema di appalti e subappalti, Tomasini ha sottolineato che la Direzione centrale per l’organizzazione digitale dell’INAIL sta puntando, da qualche anno, su una ridefinizione del ruolo dei fornitori IT all’interno dell’Istituto, focalizzato sul concetto di partnership, ossia sull’identificazione di ruoli ben distinti e definiti. “Tendiamo – ha proseguito – ad un approccio ‘disruptive’ coi nostri fornitori, per non generare una loro assuefazione a comportamenti standardizzati e per verificare la loro capacità di affrontare il cambiamento e sollecitare in tal modo un’offerta di servizi all’avanguardia sul mercato”.

I grandi fornitori che operano con i subappalti – ha affermato – devono essere consapevoli che i subfornitori sono un elemento di innovazione e di flessibilità e non un mezzo per la riduzione dei costi. In tal senso l’Istituto, nella sua qualità di committente, può essere in grado di individuare quelle aree d’innovazione che possono essere coperte anche con subforniture.

Il costante monitoraggio dei contratti di subappalto è alla base della riuscita di qualunque progetto“.

“I qualificati fornitori di cui ci avvaliamo – ha puntualizzato – conoscono alla perfezione le direttive del piano strategico triennale dell’INAIL, peraltro da noi sistematicamente verificato. Comunque, è necessario introdurre meccanismi di controllo che consentano di valutare la capacità dei vari Raggruppamenti temporanei delle imprese (RTI) fornitrici di soddisfare le esigenze dell’Istituto in linea con gli indirizzi prefissati dall’amministrazione. E tutto ciò perché – ha concluso Tomasini – la P.A. è un bene che non appartiene ai singoli ma alla comunità, è quindi una preziosa risorsa da tutelare”.

Problemi di execution

“Noi in Italia nella PA abbiamo grandi qualità – dice Alberto Tripi, Presidente di Almaviva – d’altro canto, l’amministrazione del digitale nel nostro paese è troppo frammentato fra comitati, Digital Champion, ministeri, sottosegretari, ministri, controllori. Sono tutte persone in gamba, con le loro idee, ma l’execution ne risente quando le idee di tante persone in gamba confliggono fra loro. Le aziende in questo modo hanno troppe controparti”.

Un altro problema, aggiunge Tripi, “è l’esportazione all’estero delle nostre applicazioni, perché i nostri concorrenti sono sostenuti da Governo e Banche”.

Broadcaster, è ora di rifare i palinsesti

 

Prima di analizzare l’industria dei media, Valerio Zingarelli, Chief Technology Officer della Rai, fa un excursus sulla perdita di competitività e di valore del settore ICT negli ultimi 30 anni. “Oltre ad Olivetti, 30 anni fa c’erano realtà come Italtel che oggi sono in crisi mentre dagli anni ’90 prevale la cultura finanziaria rispetto a quella industriale – ha detto –  Vodafone, Telecom Italia, ma anche Wind e Fastweb, sono aziende non più italiane. E così nel tempo il nostro paese ha perso la manifattura, non ha ancora l’infrastruttura e nemmeno i servizi. Non abbiamo più nemmeno brevetti e ingegneri”.

Nel settore dei media si prospetta un periodo di opportunità da non perdere per Rai, Mediaset e Sky: un treno da non perdere, quello della trasformazione della fruizione dei contenuti, anche se il target televisivo, è bene ricordarlo, ha 60 anni. “I broadcaster devono creare nuovi palinsesti partecipativi, da fruire dove, come e quando si vuole, in ottica di media company dice ZingarelliDobbiamo creare la radio cloudizzata, in totale agnosticismo tecnologico”. Tanto più che l’arrivo di Netflix è vicino e Netflix è agnostica dal punto di vista tecnologico.

Competenze digitali e turn over

 

Il ruolo della ricerca e sviluppo è importante, ma i problemi sono sempre gli stessi: “Tempi e mancanza di fondi – dice Giorgio Ventre, Professore di sistemi di elaborazione delle informazioni all’Università degli Studi di Napoli Federico II – e non ci sono giovani nelle Università”. Secondo Ventre, il problema non è tanto di competenze, quanto di mancanza di rapporti fra università e mondo delle imprese. I brevetti si possono anche fare, ma se non c’è rapporto con le aziende non si possono sviluppare in prodotti. Ed è qui che servirebbe un intervento più deciso ed efficace del Governo.

Secondo Ventre, l’università italiana non ha un problema di competenze digitali, mentre la classe dirigente invece sì. “Quanta informatica si studia alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione o a Giurisprudenza? Penso zero”, dice il professore.

Per quanto riguarda l’innovazione, un esempio classico è la fatturazione elettronica. “Ora c’è la fatturazione elettronica, ma le aziende continuano a stampare le fatture come prima per archiviarla”, chiude Ventre.

 

“Il capitale umano, risorsa fondamentale per ripartire, sia nel pubblico come nel privato”, dice Gianluca Pancaccini, Chief Information Officer di Telecom Italia, aggiungendo che c’è un forte problema di turn-over (età media nelle grandi aziende IT non meno di 47 anni) su cui il Governo può intervenire. “Serve inoltre una classe dirigente più sensibile ai temi del “digitale” che indirizzi al meglio gli investimenti IT per la digitalizzazione della nostra economia. Infine, bisogna definire un nuovo patto tra domanda e offerta in un clima di reciproca fiducia e in ottica di crescita comune”.

Massimo ribasso, vietarlo per legge

“Quello che manca alle imprese è la consapevolezza che il digitale è il futuro – ha detto Cristiano Radaelli, presidente ANITEC – senza questa consapevolezza sono solo chiacchiere”.

Un futuro che si può costruire soltanto se “le aziende sono giovani, ma perché ciò avvenga bisogna assumere personale nel tempo – dice Ennio Lucarelli, Presidente di Confindustria Servizi Innovativi – Guenther Oettinger, commissario Ue per l’economia digitale, ha posto l’accento sull’innovazione delle piattaforme digitali. Un’occasione da cogliere in tempi strettissimi, nell’ordine di qualche mese, per arrivare all’Economia 4.0”. Il salto digitale nella Ue, insomma, è urgente: “L’industria manifatturiera tedesca ha paura di Google, che potrebbe diventare un concorrente per il settore auto tedesco – aggiunge – ed è per questo che le case automobilistiche tedesche usano l’ICT per rispondere a questa minaccia. I fondi nella Ue ci sono, pari a 80 miliardi. Noi come CSIT abbiamo investito per incidere in Europa ma per quanto riguarda le gare bisogna che in Italia ci sia più concorrenza e che possano emergere i migliori”.

Ha le idee molto chiare sulle priorità per l’industria ICT Alessandro Musumeci, Presidente di CDTI: “Per ripartire bisogna fare dei progetti, bisogna tagliare i data center, l’Italia non si può permettere 8 mila data center; bisogna vietare per legge le gare al massimo ribasso, che danno un risparmio illusorio; bisogna controllare il subappalto e pagare le grandi aziende soltanto quando è stato pagato il subappalto”.

Gli appalti nella PA “devono essere trasparenti, per far vincere il migliore”, ribadisce anche Paolo Galdieri, Docente di Informatica Giuridica all’Università LUISS, che si occupa di diritto informatico, una materia per la quale non c’è mai stato un concorso dal ’90. “La legislazione informatica in Italia è all’avanguardia, peccato però che poi in Tribunale non accettino la PEC”, dice.

L’aggregazione dei piccoli

Un’azienda che in questi anni nonostante la crisi ha saputo crescere è Engineering. Come? “Negli ultimi anni abbiamo raddoppiato i dipendenti con una serie di acquisizioni, prevalentemente di filiali italiane di aziende internazionali sull’orlo del fallimento e di PMI italiane che si finanziavano senza il pagamento dei contributi – dice l’amministratore delegato Paolo Pandozy – Se sei troppo piccolo, o vieni acquisito o sei destinato a sparire. Molte di queste aziende sono sopravvissute appoggiandosi a noi. I piccoli devono aggregarsi alle grandi aziende. Engineering ora fattura 850 milioni di euro all’anno, di cui il 20% all’estero, la concorrenza è sempre più globale”.

Per quanto riguarda i rapporti con la PA, “Oggi si fanno soltanto spezzatini di appalti – dice Pandozy – per poterli distribuire. Grandi appalti non se ne fanno più, ma l’industria informatica italiana può crescere ancora molto”.

Servono aziende di grandi dimensioni

 

Per Sergio Boccadutri, Coordinatore Area Innovazione del Pd, “Oltre all’infrastrutturazione del paese, servono aziende di grandi dimensioni in Italia, per poter competere a livello globale – dice – con la banda ultralarga, come già avvenuto con l’elettrificazione, la cultura digitale si potrà diffondere in modo capillare”.

Sarà una rivoluzione, basata sul “valore dei dati – aggiunge – ma bisogna arrivare a breve all’armonizzazione fiscale dell’Europa, ce lo dice l’Ocse. Per l’innovazione, poi, servono regole: l’innovazione potrà creare nuovi posti di lavoro, basti pensare ai servizi post vendita e alla customer exeprience. Certo, i consumatori dovranno accettare il fatto che in cambio di certi servizi, come i call center, bisogna pagare”.

Infine, per quanto riguarda i pagamenti digitali, “noi abbiamo il bancomat, ma per assurdo continuiamo a ritirare i contanti – ricorda Boccadutri – bisogna capire che l’ePayment è anche un trasferimento di informazioni molto importante in chiave anti evasione e non solo un trasferimento di denaro”.

 

Conclusioni

Le conclusioni dell’evento sono affidate a Pier Paolo Baretta, Sottosegretario del Ministero Economia e Finanze: “Dal dibattito di oggi emerge con chiarezza che si può fare un salto in avanti ma si può tranquillamente fallire. La situazione è molto delicata: nella percezione generale, serve una forte integrazione e un maggior coordinamento ma soprattutto ci vuole fiducia e spirito imprenditoriale. Il massimo ribasso è una iattura”. Il Sottosegretario aggiunge poi che è necessario scegliere qual è la politica industriale del paese e serve una struttura infrastrutturale per sostenere tutto: la nostra industria, il made in Italy, il turismo. L’industria IT e il digitale non sono “fini a se stessi”, ma fondamentali per il Sistema Paese. Infine, accanto all’infrastruttura e alla capacità di competere, c’è la dimensione sociale.

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