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Eurovisioni, Stefano Rolando (IULM): ‘Tv pubbliche e crossmedialità, i dossier sul tavolo di Juncker’

Stefano Rolando

Non entrerò nel merito tecnico di alcuni temi, importanti, che questa sessione di Eurovisioni affronta con particolare riferimento alle risorse finanziarie e alla mission dei servizi pubblici televisivi in Europa.

Mi è stato chiesto di fare un survey sul dibattito tra istituzioni e sistemi professionali e di impresa che – in materia di comunicazione e comunicazioni – si sta svolgendo in questo scorcio finale di anno e che coincide con il semestre di presidenza italiana della UE.

Come sapete chi presiede la seconda metà dell’anno gode di un’agenda più limitata perché l’agosto è neutralizzato. E in più la presidenza deve fa i conti ora con il cambio di governo della Commissione. Fino a ottobre l’interlocutore è la Commissione Barroso (e in materia di comunicazioni la commissaria Kroes), per gli ultimi due mesi sarà all’opera la Commissione Juncker, con il commissario Oettinger. Il cambio di linea è, sul tema, annunciato. Dunque è evidente che in questa fase l’istruttoria (convegnistica, incontri informali) fa i conti con limitate possibilità di tradurre le intenzioni in decisioni incidenti in seno ai Consigli formali dei ministri di settore.

Per avere un colpo d’occhio sul calendario fatemi dire che l’agenda e’ fitta. Parliamo di comunicazione (cioè relazione informativa tra istituzioni, cittadini e imprese) e parliamo di comunicazioni (cioè politiche per infrastrutture e contenuti riguardanti il sistema dei media e della rete.

Qualche annuncio di rilancio dell’uso della parola per rivalutare l’europeità degli europei è venuto il 2 luglio dall’intervento dello stesso premier italiano Matteo Renzi al Parlamento a Strasburgo in avvio di semestre.

Il 24 settembre c’è stato il consiglio informale Cultura, dal 29 settembre al 3 ottobre si è affrontato il tema delle tecnologie per l’innovazione sociale, il 2 e 3 ottobre a Milano il consiglio informale telecomunicazioni, dall’8 ottobre al 9 dicembre una agenda in quattro tappe sul tema dell’integrazione delle reti (comunicazioni, energia, trasporti).

In parallelo al calendario ufficiale, il 12-13 settembre a Roma Commissione e governo italiano hanno convocato un “evento di spicco” per cercare un trait-d’union tra comunicazione e comunicazioni. E dunque per parlare di “quale Europa” e di “quale modo per veicolarne sfide, valori e opportunità”. Nei prossimi giorni (15 e 16 ottobre) a Bruxelles il Comitato Regioni e Città convoca la quinta edizione di Europcom sullo stesso tema – con particolare attenzione alla prossimità – ma con quasi mille operatori professionali presenti, soprattutto giovani che vengono da tutti i paesi e che in generale credono all’Europa malgrado i silenzi e gli “impasse” dell’Europa degli ultimi anni. Il Comitato Economico e Sociale riunisce a Milano il 27 e 28 novembre 150 operatori di media e tv, sempre sullo stesso tema. E ancora i direttori della comunicazione istituzionale (paesi membri e istituzioni comunitarie) si ritrovano a Roma il 13 e 14 novembre, con il segretariato del Club of Venice che opera presso il Consiglio UE.

Che questa fitta agenda definisca certamente nuove politiche non è detto.

Per le cose accennate ma anche per una certa transizione di velocità in un campo in cui capire le sfide e trovare vie efficaci per affrontarle non è automatico.

Oltre al tema accennato della ripresa di una politica di comunicazione (competenza che Juncker ha annunciato di avocare a sé, a partire dal dato pesantemente negativo dell’esito della partecipazione dei cittadini all’ultima tornata elettorale del P.E.), sono sul tavolo almeno un paio di dossier riguardanti l’Economia digitale (quello dell’integrazione delle reti e quello della cosiddetta Internet governance, che apre un salto di qualità nelle sfide dentro i processi globali e dentro una competitività difficile tra Europa, USA e Asia). E vi è naturalmente il dossier su contenuti, media e tv (in cui si colloca il dibattito su mission e finanziamenti del sistema delle tv pubbliche).

E’ molto difficile far sintesi dei nodi in discussione. Alcuni sono altamente tecnici, altri sono metodologici. Il programma di Eurovisioni coglie alcuni aspetti e altri con più competenza ne parleranno. Mi si chiede di dar conto della conferenza di Roma del 12 e 13 settembre, i cui lavori sono stato chiamato a moderare. Sarebbe stato più agevole se fosse stato licenziato nel frattempo un documento finale, ma credo che ciò non sia ancora avvenuto malgrado alcuni sintesi fatte. Al fondo si è chiarita una domanda che è precondizione di qualunque politica di comunicazione e di mission di soggetti comunicativi: metà dell’Europa (cittadini e governi) crede che il fattore identitario comune sia considerare strategico il mercato; l’altra metà crede che sia strategica l’unità politica (Eurobarometro, luglio 2014). Se la politica non riesce a far sintesi le due tendenze continueranno a remare l’una contro l’altra e la comunicazione avrà missione marginale.

Roma (il titolo della conferenza era “The Promise of the EU”) ha poi posto il problema del “recupero” al sistema dei media (carta stampata e tv generaliste) dei giovani e dei giovanissimi (almeno la generazione Erasmus, costruttori di nuova Europa). Forse una mission impossible, ma è un modo di cercare la via della crossmedialità e quindi delle sinergia di sistema per guardare alla prospettiva sciogliendo qualche incubo.

E’ stato anche ripreso il tema degli statuti valoriali ed etici negli ambiti professionali compresi nel vasto campo delle comunicazioni (tema di lotta alla propaganda e di libertà e indipendenza nelle organizzazioni di lavoro). Si e’ posto il problema degli indirizzi crossmediali delle tv pubbliche (una sinergia fondamentale tra tv e web che dipende da risorse e regole) e infine si è toccato il tema del governo di Internet acquisendo i termini prima accennati di sfide che sono ormai sfide di potere.

Vedremo dai documenti e dalle influenze su eventuali prossime decisioni cosa tutto ciò farà maturare nel breve e medio termine.

Vorrei solo segnalare – in conclusione – che il cambio di velocità degli annunci della Commissione Junker e del prossimo commissario Oettinger (su cui anche il nostro governo, per bocca del sottosegretario Giacomelli, ha detto di concordare) porta con sé l’annuncio più infrequente nelle recenti vicende europee, quello della priorità fissata.

Non vorrei entrare nel merito di cosa si deve avere alle spalle per essere coerenti con tale “priorità” ma è evidente che chi conosce un po’ le questioni di amministrazione pubblica conosce la regola infausta delle “nozze con i fichi secchi” e non può immaginare risultati senza adeguati modelli organizzativi di fronteggiamento di un diverso rapporto con la qualità legislativa e soprattutto con i sistemi di controllo e valutazione (per i quali in Europa è davvero venuto il momento di rinunciare alle autorità nazionali compiacenti con le politiche degli stati per rendere omogeneo e qualitativamente più elevato il traino a quella sintesi tra regole generali e mercato che deve essere l’Europa di domani).

Ecco, la parola “priorità” viene spesso usata in modo ambiguo cioè contenendo – attraverso diversi annunci nel tempo – alla fine tante piccole diverse priorità.

Che è esattamente la negazione della parola priorità. Qui sta la questione del “modello tedesco” che da un lato spinge avanti, dall’altro introduce proprio per questa questione fattori che producono le dinamiche della due o delle tre velocità.

L’Europa degli Stati soffre in buona sostanza la parola “priorità” perché essa comporta salti di metodo e di organizzazione e mette procedure a ciò che oggi va sotto il nome di “flessibilità”.

Ma se il sistema delle comunicazioni è divenuto primaria economia planetaria e’ perché esso è evidentemente luogo di conflitti e sfide appunto planetarie. Hic Rhodus hic salta. Vedremo come si comporrà la partita a governance europea completata.

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