Digital Decade 2026, gli europei chiedono sovranità tecnologica e più made in Eu (anche se costa di più)
La nuova edizione del Digital Decade package della Commissione europea arriva in un momento in cui la trasformazione digitale non è più soltanto una questione di innovazione, efficienza amministrativa o competitività industriale. È ormai, pienamente, una questione di sovranità. Il dato politico più rilevante del pacchetto 2026 non riguarda infatti solo la copertura 5G, la fibra, il cloud o l’adozione dell’intelligenza artificiale (AI) da parte delle imprese. Riguarda prima di tutto la percezione dei cittadini europei: l’82% ritiene che l’Unione europea debba ridurre la propria dipendenza dalle tecnologie digitali provenienti da Paesi terzi, l’85% chiede di dare priorità agli investimenti in servizi digitali sviluppati e controllati in Europa, mentre il 58% si dichiara disposto a passare a un fornitore digitale europeo anche a fronte di costi leggermente più alti.
È un segnale politico forte, che va ben oltre la dimensione del mercato. Gli europei stanno dicendo che la tecnologia non può essere lasciata soltanto alla logica dell’offerta globale più efficiente o più economica. Vogliono infrastrutture, piattaforme e servizi su cui l’Europa possa esercitare controllo, capacità industriale, garanzie democratiche e sicurezza strategica. In altre parole, la sovranità digitale non appare più come un concetto astratto discusso nei vertici di Bruxelles, ma come una richiesta sociale crescente.
Il Special Eurobarometer on the Digital Decade 2026, condotto tra febbraio e marzo 2026, conferma questa tendenza. Il 79% dei cittadini considera la politica digitale una priorità per il futuro dell’Unione europea, l’80% ritiene importante fare dell’Ue un leader globale nelle infrastrutture tecnologiche e l’87% vede nella manipolazione online, nella disinformazione, nelle interferenze straniere, nei deepfake e nei contenuti generati dall’intelligenza artificiale una minaccia per i processi democratici. Ancora più netto il dato sulla protezione dei minori: il 92% degli europei ritiene che rafforzare la tutela di bambini e giovani online debba essere una priorità dell’Ue.
La domanda di sovranità, quindi, non nasce soltanto da una preoccupazione industriale. Nasce dall’intreccio tra sicurezza, democrazia, protezione dei diritti, autonomia economica e controllo delle infrastrutture critiche. È questo il vero messaggio politico del Digital Decade 2026: l’Europa non può permettersi di essere una semplice utilizzatrice di tecnologie progettate, controllate e governate altrove.
Infrastrutture critiche insufficienti in Europa
Sul piano infrastrutturale, il quadro mostra progressi significativi ma ancora insufficienti rispetto all’ambizione del 2030. La copertura 5G di base ha raggiunto il 96,8% delle famiglie europee, avvicinandosi alla quasi universalità del segnale mobile. Anche la connettività fissa continua a crescere: la copertura complessiva nell’Ue a 27 ha raggiunto il 98%, quella delle reti di nuova generazione il 95,3%, mentre le reti fisse ad altissima capacità sono arrivate all’85,6%. La fibra fino ai locali dell’utente, il cosiddetto Fibre to the Premises o FTTP, ha toccato il 74,1% ed è diventata per la prima volta la tecnologia fissa più diffusa in Europa.
È un passaggio importante. Il sorpasso della fibra sulle tecnologie tradizionali segna l’ingresso dell’Europa in una nuova fase della connettività, anche se il ritmo non è omogeneo. I Paesi che hanno investito presto in strategie “fibre first” e nello spegnimento progressivo del rame sono oggi più avanti nella copertura ad altissima capacità. Al contrario, gli Stati ancora legati a reti storiche in rame o cavo mostrano ritardi più marcati. Anche il ritiro delle vecchie reti DSL procede a velocità diverse: tre Stati membri hanno già completato o accelerato in modo significativo la dismissione del rame, mentre altri restano più indietro.
Il 5G, intanto, si avvicina alla copertura universale, ma il dato più strategico riguarda la banda 3,4-3,8 GHz, fondamentale per servizi avanzati e applicazioni industriali: qui la copertura è al 74,8%. Significa che l’Europa ha quasi completato la dimensione “estensiva” della connettività mobile, ma deve ancora rafforzare quella qualitativa, industriale e ad alte prestazioni. Per la manifattura avanzata, la mobilità connessa, la sanità digitale, le reti energetiche intelligenti e la difesa, non basta che il segnale arrivi: serve capacità, latenza ridotta, sicurezza, continuità e controllo europeo delle infrastrutture.
Il rapporto evidenzia inoltre una crescente rilevanza del Fixed Wireless Access nelle aree a bassa densità e nei territori geograficamente complessi, insieme al possibile ruolo dei sistemi satellitari in orbita bassa per la connettività remota. Anche questo è un tema di sovranità. In un continente segnato da divari territoriali, aree rurali, regioni periferiche e infrastrutture disomogenee, garantire accesso digitale significa ridurre disuguaglianze economiche e rafforzare la coesione strategica dell’Unione.
Lontani dall’autonomia tecnologica: rischiamo di regolamentare qualcosa che è sempre prodotta da altri
Il quadro generale del Digital Decade 2026 restituisce un’Europa in movimento, ma ancora lontana da una piena autonomia tecnologica. Gli Stati membri hanno inserito nelle rispettive tabelle di marcia nazionali 1.934 misure per un valore complessivo di 289,3 miliardi di euro, di cui 205,9 miliardi provenienti da bilanci pubblici, pari a circa l’1,09% del Pil dell’Ue. Il 64% delle raccomandazioni specifiche per Paese del 2025 è già stato affrontato. Sono stati inoltre avviati due nuovi European Digital Infrastructure Consortia, mentre proseguono gli IPCEI su microelettronica, cloud e sanità basata sull’intelligenza artificiale.
La Commissione individua però un nodo strutturale: l’esecuzione su larga scala. Il problema europeo non è più soltanto la mancanza di strategie. Negli ultimi anni Bruxelles ha prodotto un quadro normativo e programmatico imponente, dall’AI Act al Chips Act, fino alle iniziative su cloud, quantum, identità digitale, cybersicurezza e portafogli digitali. Il problema è trasformare questa architettura in capacità industriale, infrastrutture operative e mercato integrato.
Il punto più critico resta la sovranità tecnologica. L’Unione europea rappresenta solo il 9% del mercato globale dei semiconduttori, molto al di sotto dell’obiettivo del 20% fissato per il 2030. Le dipendenze da fornitori non europei restano elevate nel cloud, nella cybersicurezza e in altre tecnologie strategiche. È qui che la retorica dell’autonomia strategica incontra il limite più concreto: senza chip, capacità di calcolo, cloud sicuro, data infrastructure e competenze, l’Europa rischia di regolamentare tecnologie che altri producono, controllano e monetizzano.
Solo il 20% delle imprese Ue usa l’AI. Europa lontana dagli obiettivi del 2030
Anche l’adozione delle tecnologie avanzate da parte delle imprese procede, ma con forti squilibri. Nel 2026 il 46,7% delle aziende europee utilizza servizi cloud, il 39,9% ricorre all’analisi dei dati e quasi il 20% impiega soluzioni di intelligenza artificiale. L’adozione dell’AI è cresciuta del 48% nel 2025 rispetto all’anno precedente, un dato che segnala un’accelerazione importante. Tuttavia, le piccole e medie imprese continuano a incontrare ostacoli legati alla carenza di competenze, all’accesso ai dati, alla disponibilità di infrastrutture e alla capacità di investimento.
È un punto decisivo per l’Italia e per l’Europa. La transizione digitale non si misura soltanto dal numero di grandi campioni tecnologici, ma dalla capacità di portare cloud, AI, cybersicurezza, automazione e data economy nel tessuto produttivo diffuso. Senza le PMI, la sovranità digitale resta un progetto istituzionale. Con le PMI, può diventare politica industriale reale.
Il capitolo delle competenze conferma il ritardo strutturale. Oltre il 60% degli europei possiede oggi almeno competenze digitali di base, ma gli specialisti ICT rappresentano soltanto il 5% dell’occupazione nel 2025, la metà dell’obiettivo del 10% previsto per il 2030. Ancora più preoccupante è il divario di genere: le donne sono meno del 20% degli specialisti ICT. Questo significa che l’Europa rischia di investire in infrastrutture e tecnologie senza disporre del capitale umano necessario per governarle, svilupparle e proteggerle.
Investire nel digitale fa crescere la produzione economica dell’Ue
Il rapporto insiste anche sulla necessità di garantire continuità finanziaria. Una ricerca congiunta di DG ECFIN, DG CNECT e Joint Research Centre stima che ogni euro investito in misure digitali attraverso il Recovery and Resilience Facility generi 1,50 euro di produzione economica nell’Ue e 2 euro a livello globale entro la fine del Decennio digitale. Il ritorno economico degli investimenti è dunque significativo. Ma quasi metà dei fondi pubblici indicati nelle roadmap nazionali è destinata a esaurirsi entro la fine del 2026. Senza nuove risorse, il rischio è che molti progetti restino incompiuti proprio nella fase più delicata.
Per questo la Commissione collega esplicitamente il Digital Decade 2026 al prossimo Quadro finanziario pluriennale dell’Ue, ai futuri National and Regional Partnership Plans e al futuro EU Competitiveness Fund. Il messaggio è chiaro: la sovranità digitale europea non può essere finanziata con strumenti episodici o emergenziali. Richiede programmazione pluriennale, coordinamento tra Stati membri e capacità di concentrare risorse su tecnologie strategiche: connettività avanzata, semiconduttori, cloud sicuro, infrastrutture dati, intelligenza artificiale, quantum e cybersicurezza.
Rafforzare il mercato unico e ridurre la frammentazione, una strada per sviluppare e controllare nuove tecnologie
In questo quadro si inseriscono le iniziative già annunciate o in corso, dal Cloud and AI Development Act al Chips Act 2.0, dal Digital Networks Act alla Quantum Europe Strategy, fino allo European Business Wallet e ai pacchetti di semplificazione digitale e AI. L’obiettivo dichiarato è rafforzare il mercato unico, ridurre la frammentazione, proteggere infrastrutture critiche e costruire un ecosistema europeo capace non solo di adottare tecnologie, ma di svilupparle e controllarle.
Il Digital Decade 2026 mostra quindi un’Europa più consapevole, più attrezzata sul piano regolatorio e più sostenuta dall’opinione pubblica. Ma mostra anche un’Europa ancora vulnerabile nelle catene del valore decisive. La vera sfida dei prossimi anni sarà trasformare la domanda politica di indipendenza digitale in capacità industriale concreta.
Il 2027 sarà un passaggio importante, perché la Commissione rivedrà gli obiettivi del Digital Decade Policy Programme per adattarli alla nuova legislazione, all’evoluzione del mercato e alle priorità post-2030. Ma il tempo della sola misurazione sta finendo. L’Europa ha definito i target, ha costruito il quadro normativo e ha ottenuto un chiaro mandato politico dai cittadini. Ora deve dimostrare di saper eseguire.
La sovranità digitale europea non si misurerà nelle dichiarazioni di principio, ma nella capacità di costruire reti, cloud, chip, competenze, servizi pubblici digitali e imprese tecnologicamente autonome. È su questo terreno che si giocherà la competitività dell’Europa nel prossimo decennio. Ne saremo capaci?
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