Con le linee guida anticipate oggi da Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, la Commissione europea prova a fare quello che finora nessun singolo Stato membro era riuscito a realizzare con efficacia da solo: costruire un impianto di protezione dei minori online che non si limiti a vietare l’accesso, ma intervenga sul design stesso e sull’architettura delle piattaforme.
È un obiettivo fondamentale. La domanda che conta ora è se il testo ufficiale, atteso domani, riuscirà a evitare gli errori strutturali che hanno già fatto naufragare tentativi simili a livello nazionale.
Introdotta soglia netta
La proposta introduce una soglia netta: divieto sotto i 13 anni per l’accesso autonomo ai servizi digitali considerati a rischio, mentre tra i 13 e i 15 anni la navigazione sarà consentita solo tramite un account limitato, supervisionato dai genitori e con un tetto di un’ora al giorno. “Nessun social media sotto i 13 anni. Nessun account personale sotto i 15“, ha scandito von der Leyen a Strasburgo. Una seconda dichiarazione, pronunciata nel medesimo discorso, traccia la vera svolta di lungo periodo: “Stiamo invertendo l’onere della prova. Saranno le piattaforme a doverci dimostrare di essere sicure“. Si tratta di un principio di accountability significativo: la sicurezza dei minori online dovrebbe essere dimostrata in anticipo, non accertata a posteriori quando il danno si è già accumulato. Resta da vedere, nel testo integrale, come questo principio si tradurrà in pratica.
Stop immagini sessualizzate dall’AI
Nel discorso è emerso anche un passaggio cruciale che merita di essere sottolineato: “Non dobbiamo accettare che le ragazze vedano le proprie foto usate per immagini sessualizzate generate dall’AI“. È una delle prime volte che un annuncio di questo livello evidenzia esplicitamente la dimensione di genere del danno digitale, un tema su cui insisto da tempo e che finora è rimasto ai margini delle risposte regolatorie tradizionali.
Il precedente più istruttivo, che fa da sfondo a questa iniziativa, resta quello francese. Il divieto per gli under-15 approvato a Parigi è stato dichiarato incostituzionale dal Conseil constitutionnel lo scorso agosto, per due motivi distinti: una restrizione ritenuta sproporzionata della libertà di espressione, applicata in modo indifferenziato a tutte le piattaforme e a tutti i minori senza distinzione; e separatamente l’assenza di garanzie giuridiche adeguate su come verificare l’età senza esporre l’identità dei minori. È esattamente il doppio cortocircuito che l’EU Kids Act deve evitare di replicare su scala continentale.
Slegare l’age verification dall’identità personale
La bozza del testo tecnico introduce una soluzione significativa: l’obbligo di basare l’age verification su protocolli di zero-knowledge proof (ZKP), tecnologie crittografiche che permettono di dimostrare il superamento di una soglia d’età senza trasmettere o conservare l’identità o la data di nascita dell’utente. Se questo punto reggerà nel testo finale che verrà presentato domani insieme alla Commissaria Henna Virkkunen, passeremo da una semplice raccomandazione europea a un obbligo di legge stringente.
Sperimentazione age verification
Tuttavia, la distanza tra il principio giuridico e l’implementazione sul campo resta il primo punto debole del pacchetto. Il progetto pilota europeo di verifica dell’età, testato quest’anno in sette Stati membri, ha mostrato falle di sicurezza non indifferenti, tra cui PIN archiviati in modalità non protetta e funzionalità di tutela della privacy non attive nelle build effettivamente distribuite. Scrivere una buona legge non basta se non si definisce chiaramente quale autorità indipendente effettuerà gli audit tecnici sugli algoritmi delle piattaforme prima del loro rilascio sul mercato.
Responsabilità scaricate sulle famiglie
Il secondo nodo riguarda lo scarico di responsabilità sulle famiglie. Il sistema dei “mini-account” per i ragazzi tra i 13 e i 15 anni richiede ai genitori una supervisione costante e l’approvazione preventiva dei contatti. Un genitore può controllare il tempo trascorso davanti allo schermo, ma non ha gli strumenti tecnologici per tracciare se i sistemi di raccomandazione stanno spingendo il minore verso dinamiche algoritmiche difficili da individuare dall’esterno. Delegare alle famiglie la vigilanza su processi opachi che persino i regolatori faticano a monitorare senza audit specializzati non è una soluzione sostenibile.
La sfida dei chatbot e dei companion AI
Infine, la sfida dei chatbot e dei companion AI. La bozza impone restrizioni sul design per evitare la dipendenza emotiva e prevede la disattivazione della memoria conversazionale di default. Il riconoscimento che queste intelligenze artificiali relazionali pongano problemi diversi rispetto ai social tradizionali è un passo avanti importante. C’è però un rischio di frammentazione normativa: le sanzioni per le violazioni sui chatbot conversazionali richiamano l’impianto dell’AI Act (con multe fino al 6% del fatturato), separando la vigilanza rispetto al resto dell’EU Kids Act e creando potenziali sovrapposizioni tra autorità di controllo differenti proprio sul fronte più delicato del testo.
Il testo passa al vaglio del Parlamento e del Consiglio
Il testo passerà ora al vaglio del Parlamento europeo e dei 27 Stati membri, in un contesto internazionale in cui le regole tecnologiche europee sono già oggetto di tensioni commerciali con gli Stati Uniti. L’impianto provvisorio ha il merito di utilizzare, finalmente, le parole giuste sulla sicurezza di design e sulla dimensione di genere del danno online. Ma il successo di questa legge non si misurerà sulla scelta della soglia d’età, bensì sulla robustezza dei dettagli attuativi che scopriremo solo nelle prossime ore.
Ivana Bartoletti è fondatrice di Women Leading in AI, co-autrice dello studio del Consiglio d’Europa su intelligenza artificiale e genere, ed è stata inserita nella AI Policy 100 2026. Il suo prossimo libro sui companion AI sarà pubblicato da Polity nel gennaio 2027.
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