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EntARTainment: le video-esecuzioni dell’ISIS a chi servono davvero?

Video-esecuzione dell'Isis

In autostrada. Sei in macchina, vuoi tornare a casa e sei bloccato tra mille altre che lentamente defluiscono verso la tua stessa meta, la segnaletica elettronica ti informa che un incidente a qualche chilometro dalla tua attuale posizione potrebbe causare dei rallentamenti; pleonastico, ma veritiero. Procedi a passo d’uomo per qualche minuto e finalmente lo vedi, l’incidente! Ma non è avvenuto nella tua corsia, e nemmeno nella tua carreggiata, lo spartitraffico separa in maniera molto netta il flusso di auto sia in un senso che nell’altro. Ma, allora, se l’incidente è avvenuto dall’altra parte dei guardrail ed il tuo percorso è sgombro da lamiere o mezzi di soccorso, perché le auto che precedono la tua ci hanno messo tanto a macinare una così breve distanza?

 La rubrica EntARTainment, ovvero libere riflessioni sull’economia dei media e della creatività tra nuovi linguaggi, mercati globali e moderne fruizioni. A cura di Bruno Zambardino Docente di Economia del Cinema e dello Spettacolo alla Sapienza e Direttore Osservatorio Media I-Com, in collaborazione con Armando Maria Trotta, autore cinematografico. Per consultare gli articoli precedenti clicca qui.

Perché gli automobilisti sono innanzitutto esseri umani e gli esseri umani, dinnanzi al sangue, al dramma, decelerano per “godersi” lo spettacolo.

Questa dinamica, ben nota nel mondo dell’arte (dalla letteratura al teatro, dal cinema alla televisione), sembra sia saltata all’attenzione anche di organizzazioni politiche che mirano a fare propaganda e proselitismo: stiamo parlando delle video-esecuzioni dell’ISIS diffuse sulla rete.

Mentre la società civile si divide tra favorevoli e contrari alla messa in onda dei video del terrore (Ecco l’editoriale del Direttore di Rai News 24, Monica Maggioni) il Site Intelligence Group, un’organizzazione americana privata e a fini di lucro che si è assunta l’oneroso compito di monitorare le entità terroristiche nel mondo attraverso i loro canali di comunicazione pubblici e privati, continua a vendere i video delle esecuzioni scovati nella darknet jihadista alle testate giornalistiche più influenti del nostro emisfero, traendone un notevole profitto.

C’è da dire che i fini sono certamente nobili e legittimati dall’ossessione compulsiva, tutta occidentale, di documentare la realtà per quanto cruda essa sia e addirittura di prevenire futuri attacchi terroristici.

In pratica, è come se l’auto del SITE decelerasse per poter scattare una foto al metallo contorto col proprio smartphone, comprendere la dinamica dell’incidente avvenuto nell’altra corsia, allo scopo di spiegare al mondo cosa fare per evitare che ciò accada di nuovo.

Verrebbe da chiedersi se diffondere quei particolari “contenuti audiovisivi” alimenti e favorisca la propaganda di cui sono diretta espressione o se, come avviene ormai da decenni a questa parte (ma forse, in Medio Oriente non sono ancora arrivati alla stessa conclusione), la morte sul piccolo schermo desensibilizzi il pubblico inducendolo a metabolizzare l’omicidio come un prodotto di finzione e non come una esecuzione reale, impedendo così che il messaggio possa attecchire sulla nostra psiche.

Infatti, bombardati come siamo da film, videogiochi, serie-tv che ci mostrano uomini e donne morire nei modi più disparati e violenti, ci siamo tutti sorpresi almeno una volta a distogliere lo sguardo dallo schermo per l’uccisione di un agnellino o, peggio ancora, di un cane (infatti, la rete non ha tardato a mettere in ridicolo l’orrore della guerra). L’unica certezza al riguardo è che questi video rappresentano una vera risorsa economica per Rita Katz (Executive Director del SITE e sua co-fondatrice), monopolista del terrore pixelato che, sempre mossa da ottimi propositi, vende questi “piccoli” horror del nuovo millennio a televisioni e giornali. La gente deve sapere, la gente vuole sapere.

Ma quello che sappiamo noi è che i film horror, di solito, raggiungono cifre da capogiro al box-office ma difficilmente vengono annoverati tra i venticinque “film della vita” (questo studio è stato condotto su un campione di 560 persone da Stuart Fischoff, Professore emerito dell’Università di Psicologia di Los Angeles. Soltanto sei persone hanno incluso nel novero delle pellicole “indimenticabili” titoli come “Nightmare” e “L’esorcista”). Quindi, l’orrore, in quanto esperienza semplice e negativa, tende ad essere escluso dalla memoria e marginalizzato.

La fruizione di queste storie deve essere episodica e non può sedimentarsi nella coscienza.

I “sensation seeker”, ovvero le persone alla ricerca di emozioni forti come lo spavento e la repulsione, vogliono praticare brevi incursioni nell’incubo, godere del brivido col contagocce, essere padroni dell’esperienza e poterla sospendere nel momento più opportuno.

Il cinema ci insegna che un messaggio truculento ha una maggiore capacità d’attrazione ma una ridottissima probabilità di successo per ciò che inerisce la ricezione e l’elaborazione del suo contenuto: Sia che si tratti di proselitismo che di condanna al terrorismo, sembra pacifico che diffondere quei video abbia davvero poco senso, almeno da un punto di vista psicologico.

E’ partendo da queste premesse che prepotentemente si fa spazio una domanda scomoda ed inquietante, una domanda che forse non avremmo voluto porci: questi video servono davvero ad informare o vengono distribuiti e fruiti come qualsiasi altro prodotto audiovisivo, facendo arricchire pochi ed emozionare molti, per la gioia di inserzionisti ed editori?

In fondo, chi non decelera incuriosito quando vede un incidente in autostrada?

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