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EntARTainment, il ruolo dell’arte al cinema e in Tv

Cinema

E’ certamente arduo tentare di introdurre un argomento di discussione così vasto ed allo stesso tempo così evanescente come quello che ci proponiamo di affrontare oggi.

Quali possono essere le connessioni tra Arte, Televisione, nuovi e vecchi media?

Qual è il giusto approccio a questa inedita frontiera della comunicazione artistica?

Dove è possibile reperire delle basi teoriche che possano servirci da bussola in questo nostro viaggio?

La rubrica EntARTainment, ovvero libere riflessioni sull’economia dei media e della creatività tra nuovi linguaggi, mercati globali e moderne fruizioni. A cura di Bruno Zambardino Docente di Economia del Cinema e dello Spettacolo alla Sapienza e Direttore Osservatorio Media I-Com, in collaborazione con Armando Maria Trotta, autore cinematografico. Per consultare gli articoli precedenti clicca qui.
Potremmo partire da una definizione poco accademica ma certamente nazionalpopolare di Arte, ovvero una cosa che sappia trasmettere un’emozione.

Stendhal è uno di quelli che ce lo ha insegnato, forse esagerando, soprattutto con gli svenimenti in luoghi pubblici e la sensazione di vertigine che provò al cospetto delle bellezze artistiche di Firenze.

Tuttavia, malgrado la nostra possa apparire come una definizione alquanto riduzionista, può definirsi concettualmente corretta: vi è l’emozione alla base di ogni esperienza estetica. Compierla equivale a percepire qualcosa in grado di coinvolgere tutte le nostre sfere percettive. In pratica, equivale a sentirsi totalmente vivi e partecipi. Un’esperienza “anestetica”, invece, è l’opposto! E’ l’intorpidimento dei sensi e delle percezioni. Insomma, quello che hanno fatto e continuano a fare con buon profitto la maggior parte dei programmi televisivi e alcuni film.

Ma come possono conciliarsi due cose apparentemente così distanti nell’immaginario collettivo: l’una volta al “risveglio” delle menti, l’altra apparentemente votata alla distrazione, all’intrattenimento tanto più di successo quanto più frivolo?

Rudolf Arnheim, uno dei più grandi teorici del cinema e critico dell’arte tentò negli anni ’30 di approcciarsi alla neonata arte cinematografica cercando di comprendere cosa avesse portato il cinema coevo a distanziarsi sempre di più dal mondo dell’arte. La risposta fu trovata nella sovrapposizione dei due linguaggi: quello narrativo e quello visivo. Certamente, il retaggio culturale che accompagna la struttura della narrazione è ben codificato da diversi millenni ed ha una propria e ben spiccata dignità. Che sia sotto forma di favola tramandata oralmente, romanzo, serie-tv, film o web-series poco importa; il modo di raccontare rimane lo stesso e l’emozione che deriva dalla fruizione di uno qualsiasi di questi prodotti è squisitamente razionale, mediata e vagliata dalla nostra ragione. Un’immagine, invece, può significare di per sé, può suscitare un’emozione condivisa, o condivisa solo da alcuni, o addirittura differente per ogni spettatore; è un’emozione che non ha bisogno di avvalersi di sovrastrutture comunicative come le diverse lingue che affollano il mondo, o le vicende diversissime e particolari per ogni angolo del globo.

Quella che si può definire “emozione artistica” è un’emozione pura.

A tal proposito, Arnheim ebbe a dire «Ciò che tocca e commuove l’uomo – soprattutto l’uomo primitivo – non è l’essere, ma l’accadere. Troviamo così rappresentate nell’arte, sin dal principio, non soltanto le cose in sé, ma le cose in azione nei fatti […]» e se l’essere, il pensiero, è affidato in una qualsiasi narrazione per immagini al dialogo, l’accadere è senz’altro la componente alla quale si dovrebbe concedere più possibilità d’azione per potersi riavvicinare a quell’universalità che da sempre costituisce la veste dell’arte.

Venendo all’attualità molti video caricati sul portale ArTVision, progetto di cui abbiamo già parlato, vanno in questa direzione, discostandosi dall’approccio narrativo della consuetudinaria produzione audiovisiva, rinunciando in parte agli intenti didattici e didascalici che mostrano “un’arte da spiegare” ed abbracciando nuove forme di espressione che si sostanziano in “un’arte da esperire”.

E’ questo, forse, quel che dovremmo incentivare: la creazione di nuovi format e linguaggi che fungano da guida per l’ottava arte, quella impossibile da imprigionare tra i neon e gli allarmi di un museo, quella sprovvista di supporto materiale, quella di cui poter fruire in ogni momento della giornata, ovunque siamo, qualsiasi lasso di tempo ci sia concesso per vivere questa nuova esperienza estetica.

Walter Benjamin nel suo “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” ha parlato di “perdita dell’aura” in riferimento alla perdita della funzione cultuale strettamente connessa alla vecchia modalità di fruizione dell’opera d’arte: una fruizione soggettiva, emotiva quanto più esclusiva possa essere, forte di una tangibilità che le arti del nuovo millennio non posseggono per definizione. Per lo studioso, allo spettatore si è sostituito il “pubblico”, alla fruizione il “consumo”.

Quindi, nessun prodotto audiovisivo potrà mai assurgere al rango di opera d’arte? Quindi, la video-arte, le serie televisive, i film, sono ontologicamente impossibilitati a diventare prodotti artistici?

E quando un’opera d’arte viene adoperata in un prodotto creato per lo schermo, smette di essere arte soltanto per via del medium che ne sta trasmettendo la sua apparenza?

Benjamin ci parla da un altro secolo, anzi, da un altro millennio. Non è detto che nel fervore di quegli anni avessero tutti ben chiaro cosa ci si potesse aspettare dai nuovi ritrovati della tecnica e sarebbe giusto prenderci la briga di sconfessare (con tutto il rispetto che è dovuto allo studioso) alcune teorie che continuerebbero ad essere corrette e veritiere, ma solo se riferite ad una realtà che non è più la nostra.

Gli esempi su cui poter contare sarebbero infiniti, dal Cinema Anemico di Marcel Duchamp alle sperimentazioni della video-poesia, della video-scultura, della video-arte, ma a noi basti spenderci e lottare per l’affermazione di un nuovo modo di fare arte e di distribuirla, consapevoli di imbarcarci in una impresa dalla quale, fino ad ora, nessuno è mai riuscito a ritornare vittorioso.

Eppure, unire questi mondi dovrebbe essere ormai un imperativo per tutti, poiché ora più che mai il genere umano ha bisogno di bellezza, di conoscenza, di risvegliarsi dall’anestesia. «l’arte o è plagio o è rivoluzione» soleva dire Gaugìn e una televisione che parla di arte non è necessariamente una televisione che produce arte, da questo rischio dobbiamo ben guardarci, per non far arenare la nostra spedizione nella bassa marea dello storicismo e del più polveroso accademismo artistico.

Dunque, la risposta comune agli interrogativi posti in apertura risiede nella ricerca di un nuovo linguaggio che si alimenti dei precedenti per ristrutturarli e parlare ancora e ancora delle solite vecchie cose. Infatti, come disse uno dei massimi esperti italiani di comunicazione e nuovi media «l’arte non consiste nel rappresentare cose nuove, bensì nel rappresentarle con novità», parola di Ugo Foscolo.

Di questi temi  complessi e di altre problematiche legate allo sconfinamento vicendevole dell’arte nella televisione e nei nuovi media si parlerà domani a Lecce alla presenza di esperti, rappresentanti delle istituzioni e broadcaster all’interno del 16° Festival del Cinema Europeo (13-18 aprile) nel corso di una tavola rotonda promossa dalla Regione Puglia proprio con l’obiettivo di indagare sulle possibili connessioni tra cinema, televisione e il variegato mondo dell’arte contemporanea. Ecco il link per saperne di più

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