Key4biz

Emergenza virus. Il dovere di prevenire per lo Stato, il diritto di passeggiare per i cittadini

Una evidenza è incontestabile: che l’Italia, ovvero lo Stato (entità che rappresenta la collettività) è apparso impreparato nella gestione dell’emergenza Covid-19, e che si soffrono le conseguenze di questa inadeguatezza, sia nel prevenire sia nel controllare l’evoluzione della situazione.

Conseguenze che intaccano la vita fisica della popolazione (malati e morti), ma anche il tessuto psico-sociale del Paese (ed è una dimensione non meno importante).

La criticità è evidente anzitutto dal punto di vista comunicazionale: ancora oggi, il Governo non ha assunto una linea informativa univoca, e si accavallano prese di posizione, interviste, dichiarazioni varie ed eventuali.

La criticità riguarda, prima ancora, i processi di intervento della mano pubblica, in frequente contrasto tra i livelli dello Stato, ovvero Regioni e Comuni (le Province sono allo stato attuale degli enti-zombie, e grazie agli dèi la loro voce non perviene): un “decision making” complessivamente polifonico e confuso.

Riemerge, ma in negativo, l’Italia dei Mille Campanili.

Riemerge, in negativo, una visione distorta del federalismo, che si trasforma in assenza di coordinamento, in conflitto tra livelli dello Stato, in frequenti asimmetrie. Si tocca con mano nell’osservare una Italia di “serie A”, un’altra di “serie B”, e finanche un’altra ancora di “serie C”, nella qualità delle prestazioni sanitarie, nella diffusione di strutture tecnologicamente evolute, nella tempistica di intervento…

Il sistema sanitario, già in crisi strutturale da decenni, è, in molte città, ed in alcune Regioni al bordo del collasso. Non a caso il Governo ha impedito in queste settimane la classica “emigrazione interna” nel sistema sanitario: non è più possibile andare a farsi curare in un’altra Regione…

Gli interventi del Governo sui vari fronti appaiono complessivamente come pannicelli caldi.

I modelli previsionali vacillano, la comunità scientifica non è unanime

Va anche dato atto che un eminente esperto, come l’infettivologo Massimo Galli (ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell’Ospedale “Sacco” del capoluogo lombardo), ancora il 10 febbraio, sosteneva che “il coronavirus in Italia non arriverà” (ascoltare le sue parole – a fronte di 3 casi soltanto allora – a distanza di poco più di un mese produce un effetto impressionante). E si tratta dello stesso Professor Galli che, il 9 marzo, dichiarava a “la Repubblica”, a distanza di un mese: “stop alla movida, chiudere tutto. O i giovani contageranno i nonni”. Bene, cioè… male. D’altronde, è indubbio che si ha a che fare con un fenomeno sul quale la scienza non riesce ancora a costruire efficaci modelli predittivi, anche se molti ci provano: il quotidiano “il Sole 24 Ore” ha creato una sezione della propria edizione web, che consente il link a ben 11 fonti informativo-statistiche che propongono analisi della diffusione del virus. E non esiste esattamente una convergenza delle stime, i modelli matematici appaiono erratici…

Come prendersela allora, in fondo, quindi con il Premier Giuseppe Conte e con il Ministro della Salute Roberto Speranza, se la stessa “comunità scientifica” italiana non ha evidentemente subito percepito la pericolosità della minaccia latente?! E non è di grande aiuto osservare che quella del virologo Roberto Burioni è stata “vox clamans in deserto” per molte settimane.

E che dire del sistema italiano di “intelligence”, che – come abbiamo segnalato (vedi “Key4biz” del 6 marzo, “Coronavirus, il pasticciaccio sulla chiusura delle scuole”) – nella sua ultima “Relazione sulla Politica dell’Informazione sulla Sicurezza” (edizione 2019), presentata il 2 marzo scorso, incredibilmente non ha fatto alcun cenno significativo sui rischi per la “sicurezza nazionale” dell’epidemia Covid-19: di grazia, se fossimo il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte faremmo cadere una qualche testa, tra i vertici di Dis e delle agenzie Aisi e Aise, perché ci domandiamo come sia possibile che non abbiano percepito la latente pericolosità del virus, con qualche settimana di “anticipo” rispetto alle prime notizie trapelate dal “sistema informativo” di un Paese totalitario come la Cina?!

Si ricordi che, secondo il “South China Morning Post”, il primo caso di coronavirus in Cina risalirebbe addirittura al 17 novembre 2019, mentre il governo cinese ha ammesso pubblicamente l’epidemia solo il 12 gennaio 2020: un ritardo di quasi due mesi! Una decisione criminale di censura, tipica di uno Stato non democratico.

Ci sarà una qualche barba finta italica in quelle lontane lande, ed in particolare nella provincia dello Hubei, dove si trova Wuhan, la metropoli da 11 milioni di abitanti da cui sarebbe partito tutto?! Sarebbe interessante saperlo. Se c’era, l’agente dei servizi, evidentemente dormiva.

“Infodemia” Covid-19: la ridondanza di informazioni e la loro dissonanza, e l’occasione persa dalla Rai

Il sistema mediale nazionale è, a sua volta, apparso impreparato, anzi ha svolto un ruolo importante sia nell’alimentare la confusione, nella fase iniziale dell’epidemia, sia nel promuovere una cultura della paura che viene rialimentata giorno dopo giorno, in una sorta di gioco al massacro di “escalation” isterica.

Osservando il flusso di notizie alla base del lavoro dei quotidiani, ovvero i dispacci di agenzia, è preoccupante osservare come la quasi totalità, da giorni e giorni, sia dedicata ad informazioni di ogni tipo su Covid 19: una vera bulimia informativa, assai deprimente, una “infodemia” come l’ha definita qualcuno, intendendo una esplosione esponenziale di informazione incontrollata. E stendiamo un velo di penoso silenzio sul quel che avviene sul web incontrollato.

Basti osservare la non coerenza, il disallineamento tra le indicazioni sul Covid 19 proposte dal sito web del Governo (Presidenza del Consiglio), quelle sul sito del Ministero della Salute o del Ministero dell’Interno, senza entrare poi nello specifico di enti come l’Istituto Superiore di Sanità…

Nessuno che offra una “bussola” al cittadino in cerca di informazioni ufficiali, nel “mare magnum” di un sistema comunicativo ridondante e discordante.

E manca giustappunto ancora una fonte primaria, che permetta di ridurre la confusione, di eliminare le “fake news”: una fonte istituzionale univoca che consenta di ridurre l’ansia crescente che viene alimentata dalla confusione pervasiva, gonfiando una vera e propria “bolla isterica” che cresce giorno dopo giorno.

E la Rai?! Boccheggia. Su queste colonne, abbiamo proposto (e con noi anche una fonte specializzata e accurata sugli gli arcani (interna corporis) della tv di Stato, qual è Bloggorai ovvero “La Rai prossima ventura”) che un canale come RaiNews24 venisse “dedicato” completamente al monitoraggio dell’evoluzione dell’epidemia e divenisse la voce ufficiale delle istituzioni, 24 ore su 24, ovvero la fonte primaria di informazione (vedi “Key4biz” del 13 marzo, “Covid-19, la comunicazione del Governo resta confusa”).

Viale Mazzini non ha avuto il coraggio, ed ha assunto misure prudenti e caute… pannicelli caldi, anche in questo caso, introducendo delle “finestre” all’interno dei 3 canali generalisti.

Per la precisione: giovedì 12 marzo, Rai ha comunicato che “per quanto riguarda l’informazione, è stato deciso che si avvarrà anche degli interventi su ogni rete di RaiNews24. Sul Tg1, ci saranno le tre edizioni principali delle 8, delle 13.30 e delle 20; il Tg2 avrà le edizioni delle 8.30, delle 13 e delle 20.30, oltre all’edizione pomeridiana di Rai Parlamento; il Tg3 avrà l’edizione delle 12.00, quella delle 14.20, preceduta dall’’edizione regionale, l’edizione delle 19, seguita dall’edizione regionale, e Linea Notte. Confermate le edizioni quotidiane del Tg di Rai Parlamento. Per l’intera giornata, sarà RaiNews24 a intervenire nelle singole reti costantemente, per offrire aggiornamenti sulla situazione”.

La direzione è certamente quella giusta, ma la decisione assolutamente timida.

Queste decisioni “soft” non bastano, per rilanciare la funzione informativa della Rai in una fase così delicata del Paese.

E peraltro subito c’è stata una qualche reazione interna (in particolare da parte della redazione del Tg1, forte di ben 150 giornalisti), di chi teme che il policentrismo e l’autonomia della tv pubblica siano a rischio (e che questa decisione “contingente” vada a determinare la futura morte delle edizioni minori dei telegiornali). E c’è chi ha evocato lo spettro del “commissariamento” dell’informazione. E c’è chi denuncia che il Direttore di RaiNews Antonio Di Bella – da molti considerato “vicino” al Partito Democratico – finisca per assumere eccessivo potere all’interno dell’azienda. Il timore di molti (conservatori) è che si vada verso quella “newsroom unica”, coraggiosa iniziativa che ha determinato il killeraggio (politico) di Carlo Verdelli e Milena Gabanelli.

L’iniezione di RaiNews24, canale che non ha raggiunto nel corso del 2019 nemmeno una share media dell’1 % (dati Auditel intera giornata), è un palliativo, a fronte delle tante patologie dell’informazione di Viale Mazzini.

Non ancora colta la chance RaiNews24 canale univoco dell’informazione d’emergenza

Trattasi di un “ritocco” estetico, a fronte dell’esigenza di interventi di “chirurgia” profonda.

Nessuno sembra essersi posto il problema reale: ma Rai sta assolvendo al meglio alla propria funzione di servizio pubblico, ancor più in uno scenario così emergenziale?!

Ha scritto il più autorevole critico televisivo italiano, Aldo Grasso sul “Corriere della Sera”: “col coronavirus, la Rai poteva fare il salto di qualità ed entrare nella storia, con intrattenimento, informazione, e lezioni scolastiche”. Qualcosa è stato messo in cantiere, ma poca cosa.

E che dire poi del Governo, che approfitta dell’emergenza per mettere a dieta la Rai: nell’ennesimo decreto emergenziale (quello pubblicato nella Gazzetta Ufficiale di martedì 17 marzo, cosiddetto “Cura Italia”, coi suoi 127 articoli), scompare quel prospettato sostegno di 40 milioni di euro, che avrebbe consentito una boccata di ossigeno, anche per compensare parzialmente gli effetti negativi della parziale sospensione del canone nelle ex “zone rosse”. La misura era in una delle bozze del decreto legge, ma è poi scomparsa, e sarebbe stato decisivo il veto del Ministro Stefano Patuanelli (titolare del dicastero dello Sviluppo Economico) che ha bollato l’intervento come “non prioritario”. Incredibile, ma vero.

È evidente che qualcuno, nell’Esecutivo, ha intenzione di mettere in ginocchio Viale Mazzini, andando nella direzione opposta di un suo necessario rafforzamento strutturale e strategico (soprattutto in queste settimane emergenziali). Con diversa sensibilità, il Governo ha però inserito nel decreto un sostegno straordinario di 130 milioni di euro a favore del cinema e dell’audiovisivo: due pesi, due misure? Chissà perché.

Senza dimenticare che il vigente “contratto di servizio” tra Stato e Rai impone al servizio pubblico radiotelevisivo l’attivazione di due nuovi canali, quello “istituzionale” e quello “in inglese” per l’estero, che non sono stati dotati delle risorse budgetarie minimamente sufficienti a renderli progetti seri.

Ancora una volte, l’italica patologia delle “nozze coi fichi secchi”.

Un “caso di studio”: si può passeggiare o non si può?!

Accantoniamo la voce “Rai”, ed affrontiamo alcune dinamiche di sapore più “sociologico”, a partire da un piccolo “caso di studio”.

A distanza di giorni dai provvedimenti assunti con il decreto governativo dell’11 marzo, irrisolta permane una questione, che può apparire minore e marginale, e che invece riteniamo rappresenti una sorta di “cartina di tornasole” delle “contraddizioni interne” del sistema italiano: ad oggi, 20 marzo 2020, è consentito ai cittadini italiani passeggiare per la via e praticare attività sportiva all’aperto?!

La risposta non è univoca: sì, ma anche no; no, ma anche sì.

E qui l’Italia emerge nel suo classico policentrismo: i decreti governativi non lo vietano, ma il Governo – dal Commissario per l’emergenza Covid Angelo Borrelli al Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora – lo sconsigliano.

E quindi?! Si può, ma con prudenza: prudenza autogestita, affidata alla responsabilità del singolo cittadino: in assenza – ancora una volta – di norma netta e chiara ed univoca. E, anche, magari valida sull’intero territorio nazionale.

La Sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, ha dichiarato a chiare lettere su Twitter, giovedì 12 marzo: “per chiarezza in tema di #coronavirus e comportamenti: lo sport e le attività motorie svolte negli spazi aperti sono ammessi nel rispetto della distanza interpersonale di un metro. In ogni caso, bisogna evitare assembramenti”.

Però l’interpretazione è stata e resta comunque variegata: molte città hanno chiuso i parchi pubblici (e finanche le spiagge), alcuni sindaci hanno emesso ordinanze che prevedono addirittura che si possa sì passeggiare… ma soltanto entro “250 metri” (!) dalla propria abitazione!

La solita confusione italica: norme non univoche, prevale la soggettività interpretativa

Abbiamo vissuto sulla nostra pelle esperienze personali… surreali: durante una corsetta a Villa Borghese, abbiamo incontrato vigili urbani e poliziotti e carabinieri giustamente indifferenti alle nostra attività (e di poche altre decine di cittadini, tutti a distanza di sicurezza), ma una volante, in un momento di riposo dalla passeggiata, si è fermata e ci ha segnalato “lei può correre e passeggiare, ma non può fermarsi” (testuale): alla contestazione dell’ardita tesi, in risposta alla domanda sul senso del monito, il carabiniere – in difficoltà – ha argomentato “se un cittadino si ferma, ciò può determinare emulazione e quindi rischio di assembramento”. Come dire? Logicamente ineccepibile in linea teorica, ragionamento giuridicamente scivoloso. A parte il fatto che giuridicamente il concetto di “assembramento” è anch’esso suscettibile – ahinoi – di interpretazioni non univoche (la Cassazione penale ha considerato “assembramento” una riunione di 10 e più persone con uno scopo prestabilito…).

Peraltro, se per l’attività motoria non è prevista la ormai famosa “autodichiarazione”, in sede di controllo ci si può comunque sentir chiedere il perché dello spostamento.

Mercoledì 18 il Ministro dello Sport Vincenzo Spadafora ha prospettato l’eventualità di irrigidimenti ulteriori, e molti cittadini si sono domandati: niente più jogging, allora, nemmeno nel rispetto dei limiti e delle distanze di sicurezza? L’annuncio della possibile introduzione di un divieto esplicito e netto alle attività sportive all’aperto fatto da Spadafora ha alimentato i dubbi della grande comunità degli sportivi italiani, disorientando anche chi aveva creduto di aver interpretato nel verso giusto le restrizioni anti-Coronavirus. Però, fino a quando il prospettato divieto non sarà messo – se mai sarà messo – effettivamente nero su bianco, valgono le regole del primo decreto del Governo e della successiva circolare del Viminale: l’attività sportiva all’aperto, insomma, per ora almeno, resta consentita (rectius: sconsigliata, ma consentita). Una attività sportiva individuale, naturalmente, non di squadra. E correre, in particolare, si può, purché – ovviamente – non con altri e comunque sempre rispettando rigorosamente la distanza interpersonale di un metro.

Sulla vicenda (passeggiare o no, correre o no?!), consigliamo la lettura di questo post di Mario Fillioley (insegnante, traduttore e scrittore), pubblicato giovedì 19 su “Frontpage Post”, dal titolo “Chiagni e fotti. Corro quasi ogni giorno da circa 22 anni”, che rappresenta bene, con bella narratività, le contraddizioni dell’italiano medio, tra “podisti” ed “odiatori di podisti”.

La “piccola” questione (passeggiata sì / passeggiata no) stimola una riflessione sociologica più ampia: possiamo testimoniare che nelle ultime tre giornate, il Centro Storico di Roma è letteralmente deserto (da Piazza di Spagna a Piazza Navona, forse tre o quattro passanti nell’una e nell’altra, “fotografati” quasi come fossero alieni, alle cinque del pomeriggio…), e senza dubbio questa desertificazione è il risultato del bombardamento allarmistico provocato dai media.

L’emotività vince sulla razionalità, come per il rapporto tra uomo e leone nella savana

La paura è una emozione che agisce nel / dal profondo, e soltanto l’analisi di questo sentimento può consentire di comprendere come la Capitale sia veramente desertificata. I “trasgressori” sono rarissimi.

Come insegna la psicologia, l’uomo della savana, se vede un leone che si aggira nei dintorni, sale su un albero, ben prima di chiedersi se è affamato o no… Prevale il pathos sul logos, l’emotività sulla razionalità. Lo stesso fenomeno si riproduce con il Covid-19.

L’epidemia evoca paure ancestrali.

Il Centro di Roma è silenzioso, alle otto di sera non passa un’auto per strada, silenzio inquietante: se una persona starnutisce o tossisce per la via, quasi quasi attira l’attenzione ansiosa e qualcuno si affaccia dalle finestre… alla ricerca dell’untore. Incredibile, ma vero.

Chiariamo subito: è giusto che lo Stato prevenga in nome della salute pubblica, ma non è giusto che lo Stato abusi delle proprie facoltà.

Non si può imporre, per il comportamento irresponsabile di poche migliaia di cittadini in tutta Italia (chi hanno organizzato scampagnate fuori porta e festicciole nei parchi), imporre a decine di milioni di cittadini la limitazione di diritti essenziali, come quello alla libertà di movimento.

Chi, rispettando la normativa attuale, passeggia o corre non può essere accusato di tradimento del sentimento di solidarietà. Esercita un diritto (ancora) consentito, e non arreca nocumento alcuno alla comunità. La criminalizzazione per comportamenti legittimi e leciti è tipica delle derive autoritarie. Il rischio che tra poco si sia costretti tutti agli “arresti domiciliari” non è poi così lontano…

Nella serata di giovedì 19, la Regione Lazio ha dato notizia di una ordinanza che prevede una prima “zona rossa” nella Regione, ovvero la “chiusura totale” – intesa come divieto di accesso e uscita – del Comune di Fondi (in provincia di Latina), nel quale si sarebbero registrati 50 casi “positivi” (tutti anziani), a seguito di… una festa di Carnevale (!): gli irresponsabili untori vanno identificati, circoscritti e puniti (ed i malati ovviamente presto curati), ma questo “piccolo” grande caso (si consideri che nella città – che ha circa 40mila abitanti – opera un grande Mercato Ortofrutticolo) non deve determinare nuove misure repressive radicali per tutta la popolazione del Lazio, che consta di poco meno di 6 milioni di abitanti.

Lo Stato deve prevenire in modo intelligente, non costringere decine di milioni di persone a restare barricate in casa

Lo Stato può imporre norme di sicurezza, procedure di precauzione, finanche una qualche restrizione delle libertà costituzionali, ma non può costringere decine di milioni di persone a restare barricate in casa.

Anche perché si tratta di una misura, questa, sproporzionata al rischio reale (non al rischio proiettato nelle menti allarmate). Come si legge in modo univoco sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), rispetto al Coronavirus:

“ll virus si trasmette soltanto con queste modalità: i coronavirus umani si trasmettono da una persona infetta a un’altra attraverso:

(1.) la saliva, tossendo e starnutendo;

(2.) contatti diretti personali;

(3.) le mani, ad esempio toccando con le mani contaminate (non ancora lavate) bocca, naso o occhi;

(4.) una contaminazione fecale (raramente)”.

Tutte le altre teorizzazioni (per esempio, che il virus si trasmetta anche attraverso la suola delle scarpe) sono un cocktail allarmismo, paura, isteria, paranoia. “Fake news”, per lo più.

È stato peraltro lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo messaggio del 9 marzo a sostenere: “l’insidia di un virus nuovo provoca preoccupazione, questo è comprensibile e richiede a tutti senso di responsabilità, ma dobbiamo assolutamente evitare stati di ansia immotivati e spesso controproducenti”.

E non vanno dimenticate le conseguenze di questa “chiusura delle città”: sono conseguenze di cui non percepiamo l’effetto nell’immediato, processi profondi ed intimi, conseguenze che vanno ricercate nelle dinamiche infra-psichiche, di bambini, adulti, vecchi…

La “sindrome Coronavirus”, nella sua versione immateriale, produce una condizione psicologica ed esistenziale del tutto inedita, che obbliga a cambiare abitudini radicate, genera un timore diffuso e la sensazione di avere di fronte un pericolo non del tutto controllabile e prevedibile.

Covid-19 minaccia la salute psichica di milioni di persone

Evoca paure ancestrali.

Il costringere la cittadinanza a “stare a casa” stimola una repressione di quella libertà cui siamo abituati in democrazia, e ricorda le fasi più buie della storia nazionale, in primis la Seconda Guerra Mondiale. Non a caso molti politici evocano giustappunto “la guerra”, per cercare di giustificare misure estreme.

Sostiene giustamente Daniele La Barbera, Direttore dell’Unità operativa di Psichiatria del Policlinico “Giaccone” di Palermo: “il virus non minaccia solo la salute fisica, ma anche, forse ancora in modo più ampio e generalizzato, la vita psichica di tutti noi”.

Ed il Governo è cosciente delle conseguenze di queste decisioni radicali, che costringono la cittadinanza a restare a casa?!

Quali profondi danni stanno arrecando questi provvedimenti – assunti con erratica razionalità – al tessuto psico-sociale del Paese, in decine di milioni di persone?!

E, su altro fronte, non meno importante, che rischio di promozione di una cultura dell’autoritarismo “necessario” stanno alimentando?! Dopo l’epidemia Covid 19, la quota di italiani che voterà centro-destra verosimilmente crescerà, avendo compreso che “a male estremo, estremo rimedio”: che si tratti di virus o di migranti, alla fin fine, poco importerà. Chiudere le città, chiudere i confini, proteggere, difendersi dall’Altro, portatore di diversità e malattia, disturbatore dell’ordine sociale…

E, dietro l’angolo, c’è anche chi chiede… l’intervento dell’esercito. Apprezzabile la pronta reazione del Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che il 15 marzo ha dichiarato: “esercito più epidemia evoca brutte cose, nessuno si permetta. L’esercito? Sì, così gli facciamo prendere l’infezione pure a loro. Non è che per sgombrare una piazzetta da chi beve una birra serve l’esercito”.

Il sistema mediale sta amplificando oltre ogni misura lo stato d’ansia provocato dalle decisioni governative: provvedimenti finanche corretti, in una strategia di contenimento particolarmente prudente, ma eccessivamente severi.

Walter Ricciardi: bene “chiudere” la Lombardia, ma non tutta l’Italia

Vogliamo ricordare ancora una volta che è stato Walter Ricciardi, professore di Igiene e Medicina Preventiva, già Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, attualmente esperto dell’Oms nonché consigliere del Ministro della Salute, ad aver sostenuto, pochi giorni fa, che era cosa buona e giusta “chiudere” la Lombardia, ma non tutto il Paese.

Ed una decina di giorni fa, lo stesso Ricciardi dichiarava, in una intervista curata dall’esperta del “Corriere della Sera” Margherita De Bac, che non era necessario assumere decisioni radicali: per esempio, rispetto a teatri e cinema, sosteneva: “basta attenersi al principio di distanziamento sociale”, ma, più in generale, “l’Italia è un Paese democratico, con abitudini sociali che non possono essere stravolte”. Era l’8 marzo 2020, l’intervistato era il saggio Walter Ricciardi, non Vittorio Sgarbi.

La decisione radicale di “chiudere l’Italia” è stata assunta dal Premier e/o dal Comitato Tecnico Scientifico di cui si avvale (del quale fa parte anche Ricciardi, appunto)?! La questione è controversa. Qualcosa non quadra.

Per reprimere pochi idioti, si limitano i diritti di tutti

Qualcuno si è anche domandato se la “democrazia” è il sistema politico in grado di far fronte ad una “emergenza” di questo tipo: quesito profondo, che non vogliamo affrontare in questa sede.

Una precisazione metodologica: lungi da noi proporre tesi epidemiologiche (non possiamo vantare alcuna competenza), ma ci limitiamo a segnalare che, per prevenire comportamenti irresponsabili di una infima minoranza, sono state adottate disposizioni draconiane da applicare ad un intero Paese, tipiche di una mano pubblica autoritaria, con dinamiche proprie di un latente Stato di Polizia. Ce n’era proprio bisogno, o, in nome dell’isteria collettiva (e facendo leva su paure ancestrali), sono state assunte con un deficitario “evidence-based policy making”?!

Guardando fuori i confini nazionali, si segnala che mercoledì 18 in Albania il Governo ha imposto il “coprifuoco” (il primo Stato al mondo, dopo la Cina): il premier Edi Rama ha annunciato che la circolazione sarà permessa solo in due fasce orarie, la mattina dalle ore 6 alle 10 e nel tardo pomeriggio dalle 16 alle 18, e sarà vietato camminare in gruppo o comunque con altre persone a fianco… Dobbiamo forse attenderci misure così poliziesche anche in Italia, nei prossimi giorni?!

Prudenza sì, paranoia no. Ogni giorno in Italia muoiono “normalmente” 1.800 persone, di cui 170 per malattie respiratorie e infettive

Accantoniamo per un attimo il “casus” Coronavirus, e proponiamo una piccola provocazione teorica “statistica”.

Esempio: è come se lo Stato, “improvvisamente”, si rendesse conto che in Italia muoiono ogni anno centinaia di migliaia di persone per tumori afferenti all’apparato respiratorio, parte significativa dei quali può essere attribuita allo smog, ed allora adottasse la radicale decisione di impedire a tutti il trasporto in automobile… Paradossalmente, una simile decisione avrebbe più senso – logico e civile – di quella di impedire la libertà di movimento delle persone. Anche di quelle persone – che siano bambini ed anziani – che rispettano le norme di sicurezza, a partire dalla distanza minima di un metro tra gli individui.

È opportuno qui ricordare alcuni dati su un tema delicato e scabroso qual è la morte, un tema che il sistema capitalistico ha relegato ai margini della propria agenda, perché, se affrontato seriamente, costringerebbe i consumatori a ragionare criticamente sulla propria visione del mondo, e metterebbe forse in crisi la Weltanschauung stessa del consumismo planetario (nasci, produci, consuma, muori).

Ricordiamoci che in Italia muoiono ogni anno circa 633mila persone, il che corrisponde ad una media di 1.780 al giorno.

Soltanto a Roma, ogni anno muoiono “naturalmente” 41.150 persone, ovvero 113 persone ogni giorno.

Secondo l’“Annuario Istat 2019” (che riporta dati fino al… 2016!), nel 2016 ci sono stati 618mila decessi. Queste le principali cause di decesso nel nostro Paese:

222mila: sistema circolatorio

180mila: tumori

49mila: disturbi psichici e nervosi e dei sensi

47mila: sistema respiratorio

23mila: apparato digerente

13mila: malattie infettive

48mila: altri stati morbosi 48mila:

13mila: stati morbosi mal definiti…

Dei 47mila morti per “malattie del sistema respiratorio” (la patologia cui appartiene il Covid-19), quasi la metà è rappresentata da ultra 80enni.

Quindi, in Italia, ogni giorno muoiono “normalmente” 132 persone per malattie respiratorie, e 36 per malattie infettive e parassitarie, per un totale di circa 170 persone.

Dati ovviamente indipendenti da quelli di queste settimane, determinati dal Covid-19.

Bollettino necrologico: Covid, 3.245 morti “eccezionali” al 19 marzo; influenza stagionale, 8.000 morti “normali” l’anno

Si dirà… ma Covid ha finora registrato, secondo i dati diramati nel pomeriggio di giovedì 19 marzo, ben 3.245 morti, una quantità addirittura superiore ai decessi registrati in Cina, dando peraltro per scontato che i dati diramati dalla Cina non siano frutto di manipolazioni politiche (ovvero che il Governo cinese abbia sempre raccontato – e stia raccontando – la vera verità).

Complessivamente sono 33.190 malati di coronavirus in Italia, con un incremento rispetto a mercoledì di 4.480. Il numero complessivo dei contagiati – comprese le vittime e i guariti – ha raggiunto le 41.035 persone.

I morti in Italia sono stati 3.245, appunto, e, soltanto nella giornata di mercoledì, i deceduti sono stati 427, in lieve decremento rispetto ai 475 del giorno prima.

I ricoverati in terapia intensiva sono 2.498. Dei 33.190 malati complessivi, 15.757 sono poi ricoverati con sintomi e 14.935 sono quelli in isolamento domiciliare…

In una fredda analisi sociologico-statistica, i 3.245 morti da Covid-19, anche se dovessero raddoppiare nell’arco di una settimana, rappresenterebbero comunque una quantità inferiore rispetto agli 8.000 morti che ogni anno miete in Italia la “normale” influenza. Dati questi sempre di fonte istituzionale (si ha ragione di ritenere affidabile), ancora l’Iss: “si arriva ad attribuire mediamente 8.000 decessi per influenza e le sue complicanze ogni anno in Italia”.

Ottomila decessi l’anno sui quali nessun allarme viene registrato dalle istituzioni, né amplificato dai media, perché sarebbero dati ormai “fisiologici” e perché l’influenza normale sarebbe meno “virale” del Covid-19. Eppure determina 8.000 decessi l’anno. Anche su questi dati, si deve riflettere, con mente lucida, senza farsi prendere dall’ansia del momento.

E ricordiamo anche un altro tragico “dato” italico, seppur quantitativamente meno pesante: le circa 1.000 morti sul lavoro che si registrano ogni anno in Italia (senza contare gli incidenti gravi): non ci sembra che i Governi abbiano mai affrontato questi fenomeni con la stessa attenzione premura e sensibilità che mostrano ora verso i morti da Covid 19.

Anche nella morte, una “serie A” ed una “serie B”, tragicamente?!

E sempre nel pomeriggio di giovedì, il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha reso noto di aver dato, “d’intesa con il Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, piena disponibilità all’utilizzo dei militari impegnati in ‘Strade Sicure’ per la gestione dell’emergenza coronavirus, sulla base delle esigenze territoriali individuate dai comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica”. L’allarme di Emiliano non è stato accolto dal Governo nazionale. Le espressioni “ordine” e “sicurezza pubblica” dovrebbero preoccupare non poco, se venissero interpretate in modo errato…

Un effetto-valanga materiale e immateriale: decisioni confuse e comunicazione tossica

Emergono giorno dopo giorno le contraddizioni delle decisioni assunte dal Governo.

Semplicemente, forse sarebbe stato preferibile “chiudere”, e per tempo (ovvero tempestivamente), la Lombardia – come suggeriva Walter Ricciardi – e non paralizzare l’intero sistema sociale ed economico del Paese, provocando un “effetto-valanga” materiale e immateriale, le cui conseguenze potrebbero rivelarsi peggiori del virus “in sé” (anche se non si misureranno con la tragica conta dei deceduti).

Quel che è certo è che il clima di paura, quasi di terrore, che si sta diffondendo non aiuta a gestire in modo razionale e ragionevole l’emergenza, né da parte dello Stato né da parte dei singoli cittadini.

Quel che è certo è che le conseguenze di questo “mood” istituzionale (confuso) e comunicazionale (tossico) possono determinare rischi molto gravi per la psico-sociologia del Paese.

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