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Il dopo-elezioni nel Regno Unito, Il caso Comey Fbi, Crisi Venezuela, Accordo Stx-Fincantieri, Elezioni amministrative in Italia

finestra sul mondo

Regno Unito, May raggiunge un accordo col Dup per un governo di coalizione

09 giu 11:51 – (Agenzia Nova) – L’esito delle elezioni del Regno Unito, che hanno consegnato una Camera dei Comuni priva di una maggioranza assoluta, ha portato alla ribalta il Partito unionista democratico (Dup) dell’Irlanda del Nord, col quale Theresa May, premier e leader conservatrice in carica, ha iniziato nella notte a trattare per formare una coalizione. Il Dup, guidato da Arlene Foster, ha conquistato dieci seggi a Westminster. I colloqui, riferisce la stampa britannica, si sono chiusi rapidamente con un accordo. May riferira’ alla regina Elisabetta a breve. Che tipo di forza politica e’ quella che si e’ appena alleata coi Tory? Gli unionisti nordirlandesi sono favorevoli all’uscita dall’Unione Europea, ma non alla cosiddetta Brexit “dura” ovvero all’uscita anche dal mercato unico. Soprattutto non vogliono il ritorno di una frontiera “dura” con l’Irlanda. Nel loro programma elettorale hanno indicato trenta obiettivi e priorita’ per i negoziati con l’Ue; tra i principali c’e’ il mantenimento della Common Travel Area, la zona di libero spostamento. Altri punti programmatici sono la spesa nella sanita’ pubblica, la creazione di piu’ posti di lavoro, l’aumento dei salari, la tutela del reddito delle famiglie, l’innalzamento degli standard nell’istruzione e gli investimenti nelle infrastrutture. Ovviamente, in cambio di un appoggio, il Dup potrebbe chiedere piu’ risorse per l’Irlanda del Nord, la cui “ricostruzione” e’ un altro punto del programma: cio’ significa finanziamenti per le comunita’, i trasporti, la connettivita’ digitale. Per quanto riguarda i diritti civili, gli unionisti si oppongono al matrimonio tra persone dello stesso sesso e sono tiepidi sui diritti della comunita’ Lbgt; sono anche antiabortisti. In materia di energia, negano il cambiamento climatico, anche se al governo a Belfast hanno istituito un programma per i biocarburanti.

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Regno Unito, May spera di restare premier con un parlamento “appeso”

09 giu 11:51 – (Agenzia Nova) – Il Regno Unito ha un “parlamento appeso” dopo le elezioni politiche anticipate di ieri ovvero nessuno ha la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni: il Partito conservatore, infatti, arretra ma resta primo, mentre il Labour, pur crescendo, e’ secondo. Non e’ la prima volta che avviene: ci sono sei precedenti, i piu’ recenti dei quali nel 1974 e nel 2010. La stampa britannica si domanda che cosa succedera’ ora. Al leader del partito con piu’ seggi viene data l’opportunita’ di tentare di formare un governo, o con una coalizione formale o con un sostegno esterno di forze minori. Dunque Theresa May, o eventualmente il suo successore, avra’ questa opportunita’. Se fallira’, la mano passera’ al laborista Jeremy Corbyn. Quali tempi si prevedono? Sicuramente i colloqui sono gia’ iniziati riservatamente e un accordo potrebbe essere reso noto nel giro di qualche giorno. I deputati torneranno in aula lunedi’. Un voto di fiducia non si terra’ almeno fino al 19 giugno. Esiste anche un’altra possibilita’: tornare alle urne. Se il “Discorso della Regina”, quello contenente il programma legislativo del governo, non avesse sufficienti consensi, si potrebbe rivotare ad agosto. Corbyn ha dichiarato che la politica e’ cambiata ed esortato May a dimettersi: “Voleva un mandato. Ebbene, il mandato che ha ottenuto e’ che ha perso seggi, ha perso voti, ha perso consensi e ha perso fiducia. E’ abbastanza perche’ se ne vada”. E ha aggiunto: “Siamo pronti a servire il paese”. May, invece, non ha “alcuna intenzione” di dimettersi. Confermata nel suo collegio di Maidenhead, ha dichiarato che “in questo momento piu’ che mai il paese ha bisogno di un periodo di stabilita’”. Sulle coalizioni si ipotizzano diversi scenari. La combinazione piu’ semplice da un punto di vista numerico vede di nuovo insieme i conservatori e i liberaldemocratici, come nel 2010; tuttavia da un punto di vista politico e’ estremamente improbabile perche’ i due partiti sono agli estremi opposti sul tema cruciale della Brexit. Lo stesso discorso vale per il Partito nazionale scozzese (Snp). E’ piu’ probabile, dunque, che i Tory cercheranno l’appoggio del Partito unionista democratico (Dup) dell’Irlanda del Nord. Che sara’ May a guidare l’eventuale governo di coalizione non e’ del tutto certo. La lista dei potenziali candidati alla successione e’ lunga: si fanno i nomi di molti ministri del suo esecutivo: Boris Johnson (Esteri), Amber Rudd (Interni), David Davis (Brexit), Philip Hammond (Tesoro), Michael Fallon (Difesa), Liam Fox (Commercio internazionale). Un’altra possibilita’ e’ una coalizione tra Labour, Snp e altre forze, ma mentre la leader indipendentista scozzese, Nicola Sturgeon, ha mostrato apertura per l’ipotesi, Corbyn l’ha esclusa.

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Usa, la testimonianza di Comey prefigura davvero un’ostruzione della giustizia da parte di Trump?

09 giu 11:51 – (Agenzia Nova) – La testimonianza dell’ex direttore dell’Fbi James Comey di fronte al Senato, ieri mattina, ha confermato che l’amministrazione del presidente Trump non ha mai tentato di insabbiare le indagini federali in merito alle intromissioni russe nel processo elettorale, e che non esiste alcuna prova di una “collusione” tra la campagna elettorale dell’attuale presidente e il Cremlino. Le ricostruzioni fornite da Comey delle sue conversazioni con Trump, pero’, trasmettono l’immagine di un outsider della politica che non ha ben chiare le sfumature dell’equilibrio tra poteri costituzionali, ne’ di quale sia la condotta piu’ prudente all’interno delle stanze del potere di Washington. Soprattutto, resta aperto il quesito su Trump abbia davvero compiuto un reato di ostruzione della giustizia, auspicando nel corso di una conversazione privata con Comey la chiusura delle indagini a carico del consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, poi dimessosi dall’incarico. Secondo il “New York Times” e la “Washington Post”, il fatto che Trump non abbia espresso una richiesta esplicita, ma un auspicio, e che Comey lo abbia ignorato, non bastano a scagionare il presidente: la decisione di Trump di allontanare i suoi collaboratori e intrattenersi da solo con Comey, prima di esprimere l’auspicio in merito a Flynn, segnalerebbe l’intento del presidente di insabbiare le indagini a carico del suo collaboratore, e la consapevolezza di commettere un atto illecito. E il presunto atto di “lealta’” richiesto da Trump a Comey durante una precedente conversazione suggerirebbe un “qui pro quo”, scrive Matt Zapotosky sulla “Washington Post”; il rifiuto di Comey di interrompere le indagini a carico di Flynn, inoltre, potrebbe essere la causa del suo successivo licenziamento, il mese scorso. Comey si e’ ben guardato dall’accusare il presidente di ostruzionismo o esprimere questi ipotetici nessi logici, ma secondo Zapotosky a farlo potrebbe essere il procuratore speciale chiamato a indagare sul “Russiagate”, Robert Mueller. La “Washington post”, pero’, ospita anche un editoriale che esprime una valutazione della questione diametralmente opposta, a firma dell’ex procuratore federale Andrew C. McCarthy. Secondo McCarthy, quanti imputano a Trump un tentativo di ostruzione della giustizia dimenticano di menzionare che tale fattispecie di reato prevede “l’intento corruttivo”, e che il presidente, in quanto tale, gode di discrezionalita’ sul fronte dell’azione esecutiva. E’ impossibile, sostiene l’ex procuratore, imputare a Trump un qualunque intento corruttivo, specie basandosi sulle sole impressioni dell’ex direttore dell’Fbi: di solito, sottolinea McCarthy, i casi di ostruzione della giustizia riguardano plateali tentativi di corruzione da parte, ad esempio, di un funzionario pubblico; e non e’ mai successo, nella storia della giurisprudenza Usa, che un individuo – men che meno un presidente – sia stato condannato per aver espresso un auspicio in merito all’esito di una indagine da parte di una agenzia alle sue dipendenze. Questa considerazione, scrive l’editoriale, conduce direttamente al tema della discrezionalita’ del potere esecutivo: “capita ogni giorno, all’Fbi e negli uffici delle procure statunitensi disseminate per il paese, che gli agenti federali e i procuratori decidono di chiudere indagini e di non perseguire ipotesi di reato. Molti di questi casi sono fondati, ma questi funzionari del potere esecutivo giudicano che le circostanze depongano contro la prosecuzione delle indagini”. Tali valutazioni, sottolinea l’ex procuratore, avvengono sulla base di fattori personali e contingenti, ad esempio il contributo di un indiziato alla societa’, la sua fedina penale e le possibili alternative alla prosecuzione penale. Si tratta di una discrezionalita’ dell’azione penale che deriva pero’ direttamente proprio dal potere esecutivo del presidente: “Ci piace pensare alle forze dell’ordine come entita’ isolate dalla politica (…) ma nel nostro sistema, semplicemente, le cose non stanno in questo modo. L’Fbi e il dipartimento di Giustizia non sono rami separati del governo, ma soggetti giuridicamente subordinati al presidente. Non esercitano un loro potere, dal momento che la Costituzione attribuisce il potere esecutivo al presidente”. Anche ammettendo che Trump non si fosse limitato ad auspicare la fine delle indagini a carico di Flynn, ma avesse ordinato apertamente la loro interruzione, legalmente non gli sarebbe imputabile, secondo l’ex procuratore, alcun abuso di potere; specie considerando il fatto che per ammissione di Comey, Trump non provo’ mai a insabbiare le indagini sulle intromissioni della Russia nella campagna elettorale, anzi: secondo lo stesso ex direttore dell’Fbi, in una chiamata del 30 marzo l’ex presidente auspico’ che l’Fbi facesse piena luce sulla condotta dei suoi subordinati. I pareri espressi da Trump in merito a Flynn, e all’opportunita’ di proseguire le indagini a suo carico, sono stati insomma secondo McCarthy una legittima espressione della discrezionalita’ del potere esecutivo presidenziale. Sarebbe stato differente, conclude l’ex procuratore, se Trump avesse esercitato la sua discrezionalita’ in modo tale da “minare il nostro sistema di giustizia”, come fece Nixon nel contesto dello scandalo Watergate, quando tento’ di insabbiare sistematicamente le indagini federali a suo carico. La condotta di Trump, insomma, resta controversa. E l’unica parola definitiva in materia, a questo punto, potra’ giungere solo dal procuratore speciale incaricato delle indagini sulla Russia, Robert Mueller.

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Usa, l’ex direttore dell’Fbi rende la sua attesissima testimonianza al Senato

09 giu 11:51 – (Agenzia Nova) – La stampa Usa si concentra sull’attesissima deposizione resa ieri dall’ex direttore dell’Fbi, James Comey, alla commissione Intelligence del Senato. Comey, licenziato dal presidente Usa Donald Trump il mese scorso, non ha fornito alcun elemento inedito atto a suffragare le accuse di collusione con la Russia mosse da mesi al presidente e ai suoi collaboratori; la testimonianza, pero’, e’ stata ricca di allusioni e dettagli inediti che come prevedibile, si prestano a suffragare le diverse linee editoriali dei principali quotidiani e media statunitensi. Comey ha aperto la sua testimonianza al Senato con una dura critica al presidente reo, a suo dire, di aver “diffamato” l’Fbi dipingendola come un’agenzia disfunzionale sotto la guida dell’ex direttore. Gran parte della testimonianza, durata oltre quattro ore, si e’ concentrata sui dettagli delle nove conversazioni private intrattenute da Comey e dal presidente Trump; l’ex direttore dell’Fbi ha ribadito che il presidente gli chiese “lealta’”, e in una occasione si auguro’ che l’Fbi interrompesse le indagini a carico dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale, Michael Flynn. Comey, che un mese fa, di fronte alla commissione Giustizia del Senato, aveva negato tassativamente qualunque influenza politica da parte dell’amministrazione presidenziale per insabbiare le indagini sulla Russia, ieri ha scelto una narrativa piu’ sibillina: l’auspicio espresso dal presidente in merito a Flynn – che del resto Trump aveva ripetuto pubblicamente il giorno dopo la loro conversazione – gli parve nel contesto della conversazione a quattr’occhi un’ordine, ha dichiarato l’ex direttore dell’Fbi, che si e’ descritto come “intimorito” dall’atteggiamento di Trump. Ce n’e’ abbastanza, secondo la “Washington Post”, per ravvisare i frangenti di una ostruzione della giustizia da parte di Trump; il “New York Times” si spinge oltre, e in ben due editoriali di altrettante sue opinioniste dipinge addirittura lo scaltro e navigato ex direttore dell’Fbi come una vittima dell’atteggiamento prevaricatore da “predatore sessuale” dell’ex presidente. Nel corso della deposizione, comunque, Comey ammette che Trump non tento’ mai di ostacolare le indagini in merito alle interferenze russe nelle elezioni presidenziali, ed anzi: in un’occasione, durante un loro colloquio telefonico, auspico’ un rapido accertamento della verita’, e defini’ “positiva” l’individuazione di eventuali atti illeciti da parte di suoi collaboratori. L’ex direttore dell’Fbi ha ammesso altresi’ che Trump non e’ mai stato personalmente oggetto di indagini da parte dell’Fbi, e non lo era al momento del suo licenziamento. Comey lo confermo’ effettivamente al diretto interessato in tre occasioni, ma per qualche ragione rifiuto’ di rendere nota pubblicamente questa importantissima informazione. Ed e’ significativo – come sottolineato durante la deposizione dal senatore Marco Rubio – che nei mesi scorsi l’unica indiscrezione, vera o meno, non trapelata alla stampa dalle fonti anonime dell’Fbi sia stata proprio quella relativa all’assenza di indagini dirette a carico del presidente Trump. Comey ha anche sferrato, volontariamente o meno, un colpo al “New York Times”: l’articolo pubblicato dal quotidiano il febbraio scorso, in merito alla presunta “collusione” tra membri della campagna di Trump e la Russia, era “sostanzialmente falso”, ha dichiarato ieri l’ex direttore dell’Fbi, costringendo oggi il quotidiano a una arzigogolata ritrattazione. Uno dei passaggi piu’ singolari della testimonianza ha riguardato la singolare decisione di Comey di mettere per iscritto i contenuti delle sue conversazioni private con il presidente: Comey ha affermato di aver adottato tale linea d’azione sin dalla sua prima conversazione con Trump, prima ancora dell’insediamento formale del presidente alla Casa Bianca; Comey avrebbe agito in tal senso, a suo dire, per premunirsi da future menzogne del presidente a suo carico. Il “Wall Street Journal”, che si conferma assai critico nei confronti dell’ex funzionario, mette in dubbio le ragioni di Comey e lo definisce un attore politicizzato che meritava il licenziamento. Nel corso della sua testimonianza, scrive il quotidiano, Comey ha insinuato che Trump possa aver ostruito la giustizia o quantomeno abusato del suo potere, ma non ha presentato alcuna prova che avvalori questa accusa, che de resto si e’ ben guardato dal formular apertamente; inoltre – scrive la direzione del quotidiano in un editoriale non firmato – non e’ chiaro per quale ragione Comey non abbia rassegnato immediatamente le dimissioni mesi fa e denunciato pubblicamente Trump, se davvero riteneva di avere a che fare con un presidente menzognero e con un tentativo di ostruzione della giustizia da parte della Casa bianca. Come funzionario di pubblica sicurezza, sottolinea il quotidiano, Comey aveva l’obbligo di denunciare eventuali abusi di potere tramite il dipartimento di Giustizia; non lo fece, ed anzi nego’ esistessero, salvo poi far trapelare memorie ufficiose all’indomani del suo licenziamento. Uno dei passaggi piu’ singolari della testimonianza di Comey, infatti, e’ il fatto che questi abbia candidamente ammesso di aver fatto personalmente trapelare i suoi resoconti sulle conversazioni private con Trump alla stampa, all’indomani del suo licenziamento, utilizzando come tramite un suo conoscente alla Columbia Law School. Infine, parte della deposizione ha riguardato anche le indagini ormai concluse sulla gestione delle email del dipartimento di Stato da parte della democratica Hillary Clinton: Comey ha rivelato che l’ex procuratrice generale di brack Obama, Loretta Lynch, gli chiese di non parlare durante le audizioni sotto giuramento al Senato di una “indagine” a carico di Clinton, definendo invece l’intera vicenda una “questione”, in linea con la narrativa della campagna elettorale della stessa Clinton. Un’intromissione plateale e grave, che Comey assecondo’, pur dicendosene oggi profondamente turbato.

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Venezuela, la procuratrice generale e l’allenatore contro il presidente

09 giu 11:51 – (Agenzia Nova) – La frattura tra due alte istituzioni in Venezuela e’ oramai conclamata. La procuratrice generale dello Stato, Luisa Ortega Diaz, si e’ apertamente schierata contro la decisione del governo di Nicolas Maduro di procedere alle elezioni di una nuova assemblea costituente. Ortega Diaz si e’ recata al “Tribunal supremo de justicia” per depositare la richiesta di annullamento del processo. Poi, appena fuori dal palazzo e circondata da un folto gruppo di giornalisti, ha invitato “tutti gli abitanti del paese a respingere l’Assemblea nazionale costituente”, appoggiando la denuncia. Un appello subito raccolto dai vari leader che integrano il cartello delle opposizioni, la Mesa de unidad democratica. La stesura di una nuova Carta e’ stata la risposta scelta da Maduro per portare fuori il paese dall’emergenza politica e dal duro confronto con l’opposizione. I membri verranno eletti il 30 luglio, una parte in rappresentanza di categorie sociali e lavorative del paese, un’altra composta da un delegato per ogni centro urbano, piccolo o grande che sia. Tutto sbagliato, denuncia Ortega Diaz, secondo cui la mossa di Maduro viola il principio di sovranita’ popolare e inficia il messaggio politico dell’ex presidente Hugo Chavez a sua volta promotore di una profonda “rivoluzione costituente”. Presentando la denuncia, la procuratrice spiega che la chiamata alle urne “non soddisfa gli estremi legali dal momento che e’ il popolo che ha il potere di convocare la Costituente” e non il governo: “una Costituente alle spalle del popolo non puo’ essere una Costituente”. Sbagliata la base elettorale: approvando il decreto di convocazione, le autorita’ venezuelane hanno violato “i principi di progressivita’ dei diritti umani”, la “legalita’ amministrativa, il principio di uguaglianza e di voto, il diritto al suffragio e la partecipazione politica”. Il presidente parla di “cospirazione” e ha invitato il paese – anche lui – a scendere in piazza per difendere la Costituente. L’accusa e’ alle opposizioni e non direttamente alla procuratrice, che viene invece invitata a sostenere un dibattito, dopo aver alluso al fascino che le “posizioni dell’imperialismo nordamericano” esercitano su “alcune persone di qui”. Ortega Diaz non e’ nuova a posizioni critiche contro il governo ma stavolta il tono si e’ decisamente alzato. Chissa’ se peseranno piu’ le sue denunce o quelle dell’allenatore della nazionale di calcio Rafael Dudamel, responsabile della storica qualificazione alla finale del campionato del mondo under 20. “Oggi la gioia ce l’ha data un ragazzo di 17 anni. E ieri e’ morto un ragazzo di 17 anni”, ha detto in conferenza stampa Dudamel ricordando Neoman Lander, ucciso presumibilmente per un colpo sparato dalle forze di sicurezza. “Presidente, fermate le armi che questi ragazzi che scendono in strada l’unica cosa che chiedono e’ un Venezuela migliore, quella che possa sorridere e godersi la vita”.

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Per Roma l’accordo Stx-Fincantieri “resta valido”

09 giu 11:51 – (Agenzia Nova) – Il ministro italiano dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ieri giovedi’ 8 giugno ha detto che l’accordo firmato alla meta’ di maggio tra il gruppo italiano Fincantieri per l’acquisizione dei cantieri navali di Saint-Nazaire “resta valido” per Roma, anche se il presidente francese Emmanuel Macron vorrebbe: lo scrive il quotidiano “Le Figaro”, riprendendo un dispaccio dell’agenzia di stampa “France Presse” (Afp); “Noi consideriamo valido l’accordo firmato con il precedente governo francese per la nascita di un polo di cantieri navali” ha dichiarato Calenda a giornalisti, pur dicendosi pronto a discutere eventualmente “quale istituzione finanziaria rilevera’ il 6 per cento restante del capitale di Stx France, che pero’ in ogni caso spetta all’Italia”. In virtu’ dell’accordo di maggio, Fincantieri dovrebbe avere il 48 per cento del capitale dei cantieri di Saint-Nazaire, restando aldisotto della barra del 50 per cento per i prossimi otto anni; ma il gruppo cantieristico italiano sarebbe comunque spalleggiato dal 7 per cento che andrebbe in mano alla Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste, la citta’ ove Fincantieri ha la sua base. Lo Stato francese conserverebbe un terzo del capitale di Stx France ed il diritto di veto nel consiglio di amministrazione; ma i sindacati di Saint Nazaire e gli amministratori locali temono che la sostanziale proprieta’ italiana a lungo termine finisca per privilegiare i propri cantieri nella Penisola e si sono rivolti al nuovo presidente Emmauel Macron perche’ intervenisse. Macron in effetti ha dichiarato di “voler rivedere” l’accordo ed ha incaricato il nuovo ministro dell’Economia Bruno Le Maire di negoziare con l’Italia una nuova composizione azionaria di Stx France; un primo incontro con il ministro italiano del Tesoro, Pier Carlo Padoan, e con il ministro Calenda si e’ svolto lunedi’ scorso 5 giugno a Roma, con un esito per il momento interlocutorio.

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Elezioni municipali, un nuovo test per l’Italia

09 giu 11:51 – (Agenzia Nova) – Le elezioni municipali che si terranno in Italia domenica prossima, 11 giugno, saranno un ripasso generale in vista delle politiche che probabilmente si terranno in autunno: lo scrive sul quotidiano economico francese “Les Echos” il corrispondente da Roma Olivier Tosseri analizzando la posta in palio nello scrutinio per il rinnovo di 1.005 consigli comunali, tra i quali ci sono 25 capoluoghi provinciali e 4 capoluoghi regionali; soprattutto a Palermo, Genova e Parma, scrive il giornalista francese, sara’ importante esaminare l’umore dell’elettorato per giudicare le scelte strategiche e le alleanze tra i diversi partiti politici italiani. Innanzitutto la destra di Silvio Berlusconi sembra essere per un’ennesima volta risorta come la Fenice delle ceneri: Forza Italia, data per spacciata fino a poco tempo fa, e’ tornata al centro dei giochi politici e, dopo aver strappato la Regione Liguria al centrosinistra sembra ora ben piazzata per conquistare il capoluogo Genova. Ma gli occhi degli analisti cono puntati soprattutto sul Movimento 5 stelle (M5s) di Beppe Grillo, la formazione che non cerca alleanze e che piu’ delle altre ha tutto da guadagnare o da perdere in questa tornata elettorale. “Per la prima volta” dice a “Les Echos” il politologo Pietro Salvatori, “il M5s si presenta davanti agli elettori amministrando importanti citta’: non sono piu’ dunque dei perfetti sconosciuti che non hanno mai esercitato il potere”; insomma dunque la buona gestione di Roma e Torino in particolare sarebbe dovuta essere la vetrina del movimento e rappresentare il trampolino di lancio per la conquista del governo nazionale. Ma il bilancio e’ in chiaroscuro, scrive Tosseri: mentre a Torino la sindaca Chiara Appendino e’ riuscita a convincere, proseguendo pero’ sulla scia della buona amministrazione della citta’ fatta dal centrosinistra; a Roma la sindaca Virginia Raggi si e’ rivelata impotente a rompere la forza d’inerzia di una capitale inghiottita dai suoi cronici problemi e mostra un bilancio piu’ che deludente, pressoche’ inesistente. “Il M5s ha difficolta’ a selezionare e far emergere una classe dirigente all’altezza delle sfide”, denuncia il sindaco di Parma Federico Pizzarotti eletto dal movimento e poi ostracizzato da Grillo per la sua indipendenza: “Il voto di protesta va bene per farsi eleggere, ma non per governare”. Una lezione, commenta in chiusura l’analisi del giornale francese, che i Cinquestelle dovrebbero imparare.

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Spagna, incostituzionale il decreto di amnistia fiscale del 2012

09 giu 11:51 – (Agenzia Nova) – La notizia e’ una vera e propria bomba. Il Tribunale costituzionale spagnolo ha annullato all’unanimita’ la amnistia fiscale approvata dal governo del Partido popular (Pp) nel 2012. Il plenum dell’alta corte ritiene che il decreto legge utilizzato per varare il provvedimento non era lo strumento normativo adatto. Al tempo stesso pero’, il Tribunale non cassa le oltre 31mila dichiarazioni dei redditi rese dai contribuenti che decisero di ripulire la propria situazione col fisco. La sentenza suona percio’ piu’ come una bocciatura politica al governo di Mariano Rajoy e al ministro delle Finanze Cristobal Montoro, in carica da allora, di cui i socialisti del Psoe chiedono subito la testa. “Non ci sono scuse ne’ sotterfugi: il ministro dovrebbe presentare le dimissioni, o il governo dovrebbe proporre la sua rinuncia”, fa sponda in un editoriale il quotidiano progressista “El Pais”. Il provvedimento fu criticati sin da subito per la generosita’ della multa, il 10 per cento del non dichiarato. E l’operazione non ebbe un grande successo: la Moncloa aveva puntato a far emergere un sommerso pari a circa 25 miliardi di euro, per un incasso di 2 miliardi e mezzo. L’erario alla fine conto’ solo un miliardo e duecento milioni. Il costituzionale spiega che l’adozione di misure che “sfruttano l’evasione” porta lo Stato ad “abdicare” all’obbligo “di rendere effettivo il dovere di tutti di concorrere alla copertura delle spese pubbliche”. Di piu’, l’amnistia “legittima come una opzione valida la condotta di coloro che, in modo non solidale, non hanno compiuto il dovere di contribuire in ragione delle loro capacita’ economiche” e godono per questo di una “situazione piu’ favorevole di coloro che hanno compiuto volontariamente e per tempo l’obbligo di contribuire”. In sintesi, scrive ancora “El Pais”, la sentenza dice che “l’indulto di Montoro legittima la frode fiscale”. La misura fu varata in uno dei momenti piu’ difficili per i conti pubblici del paese iberico. Il governo decise di ricorrere al decreto legge che, in Spagna, e’ davvero utilizzato per i casi di estrema necessita’ e urgenza. Per prendere questa decisione, scrive “El Mundo”, Montoro doveva sentirsi “onnipotente”, e per due ragioni. La prima e’ che il rispetto del principio di parita’ di bilancio immesso in Costituzione l’anno precedente sembrava superiore a qualsiasi altro diritto. Il secondo, “piu’ prosaico”, e’ che allora il Partido popular disponeva della maggioranza assoluta alla Camwera. Altri tempi: oggi il governo conservatore naviga a vista e ha ottenuto la fiducia grazie all’astensione – contestata – del Psoe.

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Germania, il ministro degli Esteri Gabriel rivolge un nuovo attacco al presidente Usa Trump

09 giu 11:51 – (Agenzia Nova) – Il ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel (Spd), e’ tornato a rivolgere durissime critiche al presidente Usa, Donald Trump, in un’intervista rilasciata allo “Spiegel” durante un suo viaggio a sorpresa in Libia. Il ministro ha espresso una netta condanna della politica condotta dal presidente Usa dopo il suo insediamento alla casa bianca, a prescindere dalle posizioni che Trump aveva espresso durante la campagna elettorale dello scorso anno, e che gia’ gli erano valse dure critiche da parte del ministro tedesco. Gabriel e’ tornato in particolare a contestare a Trump il ritiro dall’accordo sul clima di Parigi: una decisione, ha detto il ministro che ha allontanato le due sponde dell’Atlantico nonostante il fatto che gli Usa “siano per l’Europa e i tedeschi la regione del mondo piu’ vicina politicamente e culturalmente”. Gabriel ha paventato conseguenze per la cooperazione internazionale “che si basa necessariamente sul rispetto degli accordi, la forza del diritto e non quella della giungla”. Gli Usa, ha aggiunto il ministro tedesco, hanno intrapreso una strada di isolazionismo che rischia di vederli scavalcati in Europa dalla Cina. Gabriel ha anche fatto riferimento ai recenti colloqui con il presidente russo, Vladimir Putin: la Russia, ha detto Gabriel, continua a guardare all’Europa come al suo partner commerciale naturale, nonostante le sanzioni imposte dall’Ue a quel paese. Russia e Stati Uniti, ha detto il ministro ,sono entrambi attori fondamentali per superare le crisi internazionali in atto, a cominciare da quelle ucraina e siriana. Lo stesso, ha puntualizzato Gabriel, vale per la crisi diplomatica che da giorni attanaglia la Penisola araba, in merito alla quale il ministro tedesco ha espresso profonda preoccupazione. Il ministro ha ribadito il sostegno di Berlino all’accordo sul nucleare dell’Iran: e’ interesse di tutti, Germania in testa, “che tutte le parti continuino a rispettare l’accordo”. Riguardo alla Turchia, invece, il ministro ha dichiarato che il trasferimento del contingente tedesco dalla base aerea turca di Incirlik alla Giordania non costituisce in se’ un danno indelebile per le relazioni bilaterali: piu’ importante, ha detto Gabriel, e’ il caso del giornalista tedesco detenuto “illegalmente” in Turchia.

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Libia, visita a sorpresa del ministro degli Esteri tedesco Gabriel: piu’ aiuti per i profughi

09 giu 11:51 – (Agenzia Nova) – Il ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel (Spd), ha visitato a sorpresa la Libia giovedi’. “Il nostro obiettivo e’ quello di rafforzarci, insieme con i libici, contro il vortice di instabilita’ causato (in quel paese) dall’assenza di strutture consolidate”, ha dichiarato il ministro, riferendosi ai massicci flussi migratori da quel paese verso l’Europa. Gabriel ha invitato le parti ad una discussione e al compromesso. “Solo allora ci sara’ una possibilita’ di placare le ostilita’ e, a medio termine, di ristabilire ordine e legge”. La visita di Gabriel non era stata anticipata per ragioni di sicurezza. Il governo libico di accordo nazionale sostenuto dalle Nazioni Unite, e guidato dal primo ministro Fayez al Sarraj fatica ad estendere la propria autorita’ oltre l’area di Tripoli. Ad al Sarraj Gabriel ha chiesto “progressi concreti” verso la creazione di forze di sicurezza professionali alle reali dipendenze del governo di Tripoli. Il ministro ha anche promesso altri 3,5 milioni di euro di aiuti dalla Germania per migliorare le condizioni dei campi profughi sul suolo libico. “Come sotto una lente di ingrandimento, in Libia assistiamo ai gravi effetti politici, umanitari e di sicurezza dei conflitti in Medio Oriente, di cui le migrazioni sono una conseguenza che ci riguarda direttamente”, ha dichiarato. Nei soli primi cinque mesi di quest’anno piu’ di 60.000 migranti sono salpati dalla Libia alla volta dell’Europa, il 26 per cento in piu’ rispetto all’anno precedente. Circa 1.700 persone hanno perso la vita nel tentativo di traversata del Mediterraneo.

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