Il panorama

Economia della sostenibilità e futuro delle smart city, vale 92 miliardi di dollari il mercato dei green bond

Obbligazioni verdi in soccorso dei progetti di sviluppo sostenibile e di efficienza energetica in tutto il mondo. Dal G7 l’invito a promuovere la cultura finanziaria green e a favorire gli investimenti nelle Pmi offrendo capitali a lungo termine. Nel 2016 record cinese con emissioni pari a 33 miliardi di dollari. Le criticità di uno strumento finanziario ancora poco trasparente.

di Flavio Fabbri | @FabbriFlav2 |

Il 2016 è stato definito dalla Nasa come l’anno più caldo dal 1880. Per raggiungere l’obiettivo di contenere la crescita della temperatura media globale, tendendola sotto i 2 gradi centigradi, come suggerito dall’accordo sul clima di Parigi (Cop21) del dicembre 2015, si deve fin da subito investire massicciamente grandi somme di denaro in tecnologie a bassissimo impatto ambientale per sviluppare economia decarboinizzata (low carbon economy), in fonti energetiche rinnovabili, in soluzioni che consentano di ridurre sensibilmente l’inquinamento, di ottimizzare le risorse naturali e di abbassare al minimo i consumi.

 

In soccorso di Stati, organizzazioni internazionali e industria c’è la finanza verde (green bond market), che consente di raccogliere risorse fresche da investire proprio in progetti di crescita sostenibile, di promozione delle rinnovabili, di realizzazione di infrastrutture a basso impatto ambientale e di iniziative smart city.

 

In Europa, per raggiungere gli obiettivi di piena sostenibilità stabiliti per il 2030 (30% di efficienza energetica, 30% di energia da fonti rinnovabili) serviranno 177 miliardi di euro l’anno a partire dal 2021. I green bonds sono degli strumenti aggiuntivi che a detta della Commissione europea consentiranno di raggiungere questo traguardo.

 

Un settore che quindi, con molta probabilità (il trend è positivo: nel 2012 sono stati emessi 2,6 miliardi di dollari di green bond, nel 2015 si è arrivati a 41,8 miliardi – una crescita di circa 17 volte – e nel 2016 a 90 miliardi di dollari) continuerà a crescere e ad attirare investitori, divenendo una fonte di finanziamento addizionale al credito bancario e al finanziamento azionario.

 

Per far sì che queste nuove risorse finanziarie riescano per davvero ad alimentare il mercato della green economy e delle green technologies e dei progetti per la tutela ambientale e il contenimento dei cambiamenti climatici, bisogna fare in modo che raggiungano le imprese e nello specifico le piccole e medie imprese (Pmi).

In previsione del G7 Ambiente (Bologna, 11 e 12 giugno prossimi), il nostro il Ministero dell’Ambiente ha organizzato ieri e oggi a Venezia la riunione preparatoria per l’evento “Mobilising green finance for small and medium sized enterprises”.

 

Durante l’incontro è stato presentato un Report per mettere in luce le attuali attività di finanza verde nei Paesi del G7. Al suo interno sono state individuate delle buone pratiche e si suggeriscono possibili passi futuri che il G7 potrebbe compiere per migliorare il rapporto tra finanza verde e il mondo delle Pmi.

Un documento che in realtà, si legge in una nota sul sito G7italy.it, evidenzia anche numerosi ostacoli a questo tipo di economia: mancanza di dati da parte delle banche e delle istituzioni finanziarie sulle esigenze delle Pmi in termini di finanza verde; integrazione ancora incompleta delle performance ambientali nel risk assessment delle decisioni sui finanziamenti; limitata offerta di prodotti di finanza verde; insufficiente presenza di istituzioni finanziarie che offrono capitali a lungo termine; mancanza di conoscenza da parte delle Pmi dei benefici degli investimenti “green”.

 

Secondo uno studio della Commissione europea del dicembre 2016, i green bonds riguardano le imprese con il 36% delle emissioni, seguite dalle municipalità con il 15% e dalle banche con il 12%. Oggi le obbligazioni verdi finanziano per lo più progetti destinati alla diffusione delle energie rinnovabili (45,8% delle emissioni globali), delle tecnologie per l’efficienza energetica (19,6%), per il trasporto a zero emissioni (13,4%), per la gestione smart delle risorse idriche (9,3%), per la valorizzazione dei rifiuti e la lotta all’inquinamento (5,6%).

 

Un panorama globale questo dei green bonds che, partito nel 2007, con le prime emissioni da parte delle  Banche Multilaterali di Sviluppo (tra cui la Banca mondiale), vale ormai più di 92 miliardi di dollari e vede Cina e Stati Uniti primeggiare su tutti. Il grande Pase asiatico nel 2016, tramite la Banca popolare cinese (People’s Bank of China), ha emesso obbligazioni green record per 30 miliardi di dollari, il 33% dell’intero mercato, con una crescita di valore dei bond del 65% su base annuale (rapporto Bank of America Merrill Lynch).

Se la Cina ha conquistato il primato per l’anno passato, gli Stati Uniti rimangono comunque il mercato più grande in generale, con 34,3 miliardi di dollari di bond cumulati.

 

La Cina ha bisogno di 290 miliardi di dollari di investimenti annui fino al 2021 per lanciare progetti smart city, di crescita urbana sostenibile, per l’efficienza energetica, per la promozione e la diffusione delle fonti energetiche rinnovabili, per implementare le aree verdi e investire in mobilità pulita”, ha dichiarato su Cnbc Ma Jun, Chief economist della Banca popolare cinese.

 

Un fiume in piena di obbligazioni verdi che però lascia ancora insoluti alcuni nodi critici che andrebbero sciolti al più presto, tra cui: la mancanza di una definizione standard e di un quadro di riferimento comune, la mancanza di protocolli che garantiscano e certifichino l’afflusso di risorse finanziarie ai progetti ambientali e alle imprese sul territorio, procedure chiare e trasparenti per evitare speculazioni e sventare attività grigie e illecite.

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