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È finita la pacchia. Addio al piano per la rete unica di CDP-Open Fiber, ecco perché conviene il piano FDI (progetto Minerva)

Il piano per la rete unica orchestrato da Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e Open Fiber è al capolinea. La sensazione è che il nuovo governo di centrodestra vede con chiarezza che non si possono più buttare dalla finestra i soldi dei risparmi postali degli italiani e tanto meno regalarli ai francesi di Vivendi. Bisogna prendere atto che la pacchia è finita. 

Ecco perché non capiamo, ma forse siamo noi ad essere ingenui, per quale ragione diversi giornalisti “ben orientati” dei grandi giornaloni del mainstream continuano a dire che Cassa Depositi e Prestiti (CDP) non può permettersi un’OPA su TIM. Anche perché questi stessi giornalisti sostengono, con grande non curanza, che CDP dovrebbe invece permettersi agevolmente di comprare la rete di TIM, strapagandola peraltro ad una cifra indecente.

Cerchiamo allora di capire quali sarebbero le reali conseguenze dell’iniziativa orchestrata da Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e Open Fiber e quali sarebbero invece le conseguenze determinate da una affermazione del piano di Fratelli d’Italia (il cosiddetto Progetto Minerva), mettendo a confronto le differenze tra le due proposte sulla base delle informazioni disponibili, a partire da quelle emerse dalle indiscrezioni di stampa, e di alcune stime che noi stessi abbiamo elaborato.

Rete unica: lo scenario generale sull’integrazione delle reti di TIM e di Open Fiber

La realizzazione di una rete integrata TIM-Open Fiber ha un forte impatto sulla ristrutturazione di TIM, sul valore per gli azionisti e sugli aspetti finanziari e industriali relativi allo sviluppo delle reti e dei servizi di TLC. 

Le due modalità di realizzazione racchiuse, da un lato, nel Memorandum of Undertanding (MoU), firmato da CDP e da altre società (il cosiddetto Piano CDP-Open Fiber) e, dall’altro, nella proposta di Fratelli d’Italia (il cosiddetto Progetto Minerva) sono molto diverse tra loro, ma alla fine l’obiettivo è lo stesso, quello di avere una società unica che integri le reti di TIM ed Open Fiber a controllo CDP. Ma CDP dovrebbe scegliere la soluzione tra le due che le permette di spendere meno, magari con un ruolo di successo.

Nel seguito si presentano, pertanto, sulla base di alcune ipotesi ad alto livello e senza analizzare per il momento gli aspetti realizzativi, i possibili impatti nei confronti di CDP di ciascuna delle due alternative, sia sulla cassa che sul debito. 

Lo ripetiamo, quanto sosteniamo si basa sulle informazioni disponibili, quelle che sono emerse dalle indiscrezioni di stampa, e su alcune stime che abbiamo elaborato.

Opzione #1. Il Piano CDP-Open Fiber

Open Fiber compra la rete di TIM per un valore di 15/18 miliardi (se va bene, anche se a nostro avviso il valore della rete TIM è nettamente inferiore). Come? Da a 5 miliardi di euro in cash e 13 miliardi di debito trasferito da TIM ad Open Fiber

CDP che detiene il 60% di Open Fiber dovrebbe pagare il 60% in cash (cifra compresa tra 1,2 e miliardi). 

La “nuova” Open Fiber accumula così un debito monstre di 17 miliardi. Come? Con 13 miliardi di euro che arrivano da TIM e 4 dalla stessa Open Fiber.

Naturalmente la richiesta di Vivendi di pagare la rete di TIM 31 miliardi di euro non la prendiamo neanche in considerazione e, come detto, consideriamo lo stesso valore di 15/18 miliardi già ampiamente e ingiustificatamente sovrastimato.

Opzione #2. Il Piano alternativo di Fratelli d’Italia (Progetto Minerva)

Secondo il Progetto Minerva elaborato da Fratelli d’Italia, CDP che ha già il 9,8% di TIM, lancia un’OPA su TIM

Ipotizziamo ora che CDP faccia una offerta con un premio tipico di queste operazioni, un premio che riguardi sia le azioni ordinarie che le risparmio, e che riesca ad arrivare ad avere in totale il 40% delle azioni di TIM ordinarie sufficienti per controllare e gestire la società e il 40% delle azioni di risparmio. 

In questo caso CDP dovrebbe spendere circa 2,5 miliardi di euro. 

Va anche specificato che nel caso che l’OPA dovesse avere una offerta di azioni superiore e che quindi portasse la percentuale azionaria di CDP in TIM al 50%, l’incremento di costo per l’operazione sarebbe pari a circa 250 milioni di euro.

Vendendo subito TIM Brasil, assieme ai clienti retail fissi e mobili ed altri asset di rete ridondanti nelle Aree nere, il debito netto di TIM si ridurrebbe a circa 3 miliardi di euro.

Il successivo passaggio, a questo punto, è l’acquisto da parte della “nuova” TIM a guida CDP, della quota CDP di Open Fiber

Tenendo conto anche di un premio, questa quota vale circa miliardi di euro. TIM fa l’acquisizione, incrementando il suo debito di 3 miliardi di euro. Il debito complessivo della nuova società sarà, a questo punto, di 10 miliardi di euro (miliardi di TIM3 miliardi per l’acquisto di Open Fiber e 4 miliardi di debito di Open Fiber stessa), molto meno dei 17miliardi del piano precedente.

Ulteriore quanto importante miglioria per CDP riguarda l’impatto sul flusso di cassa positivo di circa 500 milioni con il Progetto Minerva e negativo invece di un valore compreso tra 1,23 miliardi per il piano CDP-Open Fiber.

La conclusione è abbastanza chiara 

Per CDP il piano con Open Fiber previsto dal MoU firmato con TIM presenta svantaggi rispetto al Progetto Minerva che riguardano:

La società unica della rete avrebbe infatti un debito di 17 miliardi nel caso del Piano CDP-Open Fiber (con conseguenze in termini di valore di Borsa e capacità di investimento), molto maggiore rispetto ai 10 miliardi nel caso del Progetto Minerva.

CDP si ritroverebbe con un saldo positivo di 500 milioni nel caso del Progetto Minerva, contro un esborso di 1,2/3 miliardi nel caso del Piano CDP-Open Fiber.

Oltre a questo, nella soluzione prevista dal Piano CDP-Open FiberTIM resta come società dei servizi, con criticità sulla sostenibilità economica e con il problema della gestione degli esuberi di personale. 

CDP affronti il caso Open Fiber

Per queste ragioni, CDP dovrebbe dunque, a rigore di logica, non dare seguito alcuno al MoU e rinunciare all’offerta non binding. E non solo per le ragioni economiche sin qui indicate. È sotto gli occhi di tutti, anche degli osservatori meno attenti, la questione molto seria della criticità della gestione operativa di Open Fiber che non può più, per questa ragione, essere il perno dell’iniziativa della rete unica come originariamente era stato pensato. 

I gravi ritardi dovuti alla inadeguatezza del suo managementnon solo nelle Aree bianche, ma anche in quelle nere, hanno messo a rischio il conseguimento degli obiettivi aziendali e rendono ormai molto urgente un ricambio del vertice. 

Il piano industriale di Open Fiber, è il caso di ricordare, approvato solo lo scorso dicembre dalla società guidata da Mario Rossetti prevedeva il completamento delle Aree bianche entro giugno 2023, ma la società non è neanche ad un terzo dei lavori (appena 2 milioni di unità immobiliari attivabili contro i 6,3 milioni di unità immobiliari previsti a fine progetto), ed a questo ritmo terminerà i lavori solo nel 2030. Mentre nelle Aree nere Open Fiber dovrebbe chiudere l’anno con 800 mila nuove unità immobiliari attivabili, il peggior risultato da sempre, specie se confrontato con i circa 1,6 milioni realizzate nel 2019 o addirittura 1,25 milionirealizzate nel 2020 in piena pandemia.  

Rete unica: CDP vuol fare un torto al nuovo governo prima che si insedi?

Infine, qualora CDP-Open Fiber dovessero decidere di andare avanti in ogni caso con l’offerta non binding, strapagando la rete TIM a vantaggio di Vivendi, questo sarebbe chiaramente un affronto nei confronti del partito di Giorgia Meloni, appena uscito vincitore nella tornata elettorale di domenica scorsa, vista la richiesta esplicita di Fratelli d’Italia alle parti interessate di aspettare l’insediamento del nuovo governo di centrodestra prima di formulare qualsiasi proposta. 

E va da sé che se l’offerta non bunding non venisse presentata, questo sancirebbe la definitiva (quanto da noi auspicata) fine del MoU di CDP con TIM, una circostanza, questa, da cui dovranno essere tratte tutte le debite conclusioni.

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