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Draghi mette in guardia l’Europa: “Passare a una Federazione e superare le dipendenze tech”

Il vecchio ordine globale è finito e l’Europa deve saper superare le dipendenze, che per Draghi sono leve di controllo

L’ordine globale come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi è finito, ma i principi che lo hanno ispirato e i benefici che ne sono derivati sono stati reali e ampiamente condivisi da tutti i Paesi che lo hanno sostenuto. Non è stato un’illusione, ha dichiarato Mario Draghi nel suo discorso all’Università di Leuven per il conferimento della laurea honoris causa, ma degli errori sono stati commessi e se fallimento è stato è dipeso piuttosto in ciò che non si è riusciti a correggere nel tempo.

L’onorificenza gli è stata assegnata “per il suo contributo eccezionale al processo di integrazione economica e monetaria europea, per una leadership fondata sulla responsabilità, sul giudizio equilibrato e sul rigore intellettuale in momenti in cui l’area dell’euro affrontava una crisi esistenziale”.

L’Europa è cresciuta all’interno di un’alleanza occidentale che vedeva gli Stati Uniti egemoni, sì, ma anche pronti a difendere i propri allegati. Ogni minaccia veniva di fatto gestita sotto l’ombrello NATO e grazie alla sicurezza che ne derivava piano piano il vecchio continente, uscito dalle profonde ferite della Seconda guerra mondiale, si è aperto con rischi calcolati al commercio globale, anche al di fuori del perimetro dell’alleanza.

I problemi sono emersi nel momento in cui la Cina, da fabbrica globale, in cui tutti andavano a produrre a bassissimi costi per poi rivendere per il massimo profitto sui mercati occidentali, è diventata potenza economica con l’ambizione di creare un nuovo polo finanziario, industriale e politico.
Quella che oggi è chiamata: superpotenza asiatica.

Il vecchio ordine collassa: “La vera minaccia è ciò che lo sostituisce

La fine della globalizzazione ha lasciato scoperti i nervi economico-finanziari dell’Occidente, che potremmo sintetizzare in un concetto: le poli-dipendenze.
L’interdipendenza, un tempo considerata una fonte di reciproca moderazione, è diventata una fonte di leva e di controllo” ha detto Draghi.

“Il collasso di questo ordine non è di per sé la minaccia principale. Un mondo con meno scambi e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa saprebbe adattarsi. La vera minaccia è ciò che lo sostituisce”, ha proseguito l’ex premier italiano.

L’Europa è la nostra migliore opportunità di pace, sicurezza e indipendenza. Ma dobbiamo ridisegnarla adesso, non quando sarà troppo tardi”, aveva detto lo stesso Draghi dal palco del Meeting di Rimini la scorsa estate.

Draghi: “L’Europa deve passare dalla confederazione alla federazione

Da soli non si va da nessuna parte. Questa è una chiave di lettura che da molto tempo è chiara a chi si intende di relazioni internazionali e questioni di geopolitica. Da quanto la Cina è emersa a nuova superpotenza, l’India reclama il suo posto al sole, la Russia invoca l’impero e altre medie potenze come Turchia, Iran e Brasile, chiedono di sedere al tavolo di decide le sorti del pianeta, per l’Europa è apparso subito chiaro che serve una nuova forma di unione.

Non basta che gli Stati europei dichiarino di camminare tutti insieme all’interno dell’Unione affermando al contempo la propria sovranità: “Dobbiamo quindi decidere se restare semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui, oppure compiere i passi necessari per diventare una potenza. Ma sia chiaro: mettere insieme piccoli Paesi non produce automaticamente un blocco potente”, ha proseguito Draghi.

Ammonendo però tutti quanti sulle conseguenze della logica che attualmente guida gli Stati membri, cioè quella della confederazione con cui l’Europa opera in difesa, politica estera e finanza pubblica.

“Questo modello non genera potere. Un gruppo di Stati che coordina resta un gruppo di Stati: ciascuno con un veto, ciascuno con un proprio calcolo, ciascuno vulnerabile a essere isolato. Il potere richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione”, ha spiegato l’ex premier italiano.

Draghi spinge per un “federalismo pragmatico”

Dove l’Europa si è federata — commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria — siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto. Dove non lo abbiamo fatto – ha detto Draghi — difesa, politica industriale, affari esteri, siamo trattati come una somma disordinata di Stati di medie dimensioni”.

Per uscire dalle secche dell’immobilismo burocratico, per convincere tutti della bontà del progetto comunitario, l’Europa deve proseguire sulla strada del “federalismo pragmatico”: “pragmatico perché procede con i passi oggi possibili; federale perché orientato a una destinazione chiara. L’azione comune deve tradursi in istituzioni con reale potere decisionale, capaci di agire in ogni circostanza”.

Siamo tutti vulnerabili

L’esempio migliore, ha ricordato Draghi, è proprio la moneta unica: l’euro.
Ora è tempo di remare tutti insieme verso una sola direzione.
Il percorso non sarà lineare. Non tutti aderiranno subito a ogni iniziativa, ma ogni passo deve restare ancorato all’obiettivo: non una cooperazione più debole, bensì una vera federazione. Alcuni potrebbero illudersi che il mondo non sia cambiato o che la geografia li protegga. Ma siamo tutti vulnerabili, che lo riconosciamo o meno. Le vecchie divisioni sono state superate da una minaccia comune”.
La nuova Europa si costruirà sull’azione comune, la fiducia negli obiettivi e la speranza nel successo, ha chiuso il suo intervento Draghi.

C’è però un altro problema, forse più culturale che legato a questioni geopolitiche, economiche e regolatorie: la cultura. A mancare è un’idea culturalmente e socialmente condivisa di Europa.
All’interno di ogni Paese la diffidenza cresce, alimentata sia dall’incertezza storica e dalle guerre ai confini, sia dalla propaganda nazionalista che è tornata soffiare forte sul fuoco dell’intolleranza e della divisione.
venticinque anni fa o poco più, i giovani hanno iniziato a viaggiare per tutta l’Europa, per studiare, lavorare e conoscersi. Sembrava davvero un unico grande Paese. Conoscendosi avevamo creato entusiasti un’idea di Europa che sembrava davvero alla portata di tutti. Si apriva una nuova era di grandi opportunità, di pace e progresso, o così ci era sembrato. Poi qualcosa si è incrinato. È quel qualcosa che bisogna aggiustare.

La frammentazione tallone d’Achille dell’Unione europea

Ma qual è il punto debole dell’Unione europea?
Draghi l’ha indicato più e più volte nella frammentazione.
Una vulnerabilità evidente a chi sa dove guardare e sia Washington, sia Pechino, per non parlare di Mosca, hanno da tempo avviato strategie e tattiche mirate proprio ad enfatizzare le divisioni interne all’Unione.

Gli Stati Uniti impongono dazi all’Europa, minacciano i nostri interessi territoriali e chiariscono, per la prima volta, di considerare la frammentazione politica europea funzionale ai propri interessi”, ha ricordato Draghi.

E poi c’è la Cina, “che controlla nodi critici delle catene globali del valore ed è disposta a sfruttare questa leva: inondando i mercati, trattenendo input essenziali, costringendo altri a sopportare il costo dei propri squilibri”.

“Subordinata, divisa e deindustrializzata”: i rischi per l’Europa

Partendo da queste riflessioni, il futuro che ci aspetta non può che essere fosco: “Un futuro in cui l’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata — tutto insieme”.

Soprattutto, ha sottolineato Draghi, non è solo un problema di interessi economici e industriali, perché se non si è capaci di difendere questi, poi non si potranno neanche “preservare a lungo i propri valori”, quindi le stesse istituzioni democratiche.

MARIO DRAGHI

Secondo Draghi necessario diversificare approvvigionamenti e partner commerciali

Draghi cerca di guardare oltre, ‘al dopo’, ma mette in guardia: “non sarà facile”.
Affronteremo un lungo periodo in cui le interdipendenze persisteranno mentre le rivalità si intensificano”, ha precisato: “da una parte saremo poli-dipendenti dagli Stati Uniti per energia, tecnologia e Difesa, dall’altro saremo poli-dipendenti dalla Cina per terre rare e le supply chain dell’energia solare e delle batterie fondamentali per la transizione green“.

Per sopravvivere dovremo essere davvero capaci di sfruttare al massimo i nostri punti di forza, che sono ad esempio le ampie e proficue relazioni commerciali con altri Paesi del mondo. Solo pochi giorni la Presidente della Commissione europea siglava in India un trattato commerciale ed industriale di portata storica, che ci consentirà di diversificare approvvigionamenti di ogni tipo.

Nel 2023 l’UE è stata il maggiore esportatore e importatore mondiale di beni e servizi, con importazioni dal resto del mondo pari a 3.600 miliardi di euro, ed è il principale partner commerciale di oltre 70 Paesi”, ha ricordato l’ex Presidente della Banca centrale europea.

In questa fase, ha affermato Draghi: “La strada migliore per l’Europa è quella che sta già percorrendo: concludere accordi commerciali con partner affini che offrano diversificazione e rafforzare la nostra posizione nelle catene del valore in cui siamo già critici”.

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