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Divario di genere, il ruolo (drammatico) della donna in Italia 

Di recente ho ricordato, nell’ambito di una giornata a Lei dedicata ad un anno dalla scomparsa, Nereide Rudas, che ho conosciuto durante la mia permanenza in Sardegna come Prefetto di Cagliari.

Nereide Rudas psichiatra, prima donna titolare di una cattedra di Psichiatria in Italia, prima donna a dirigere una Clinica psichiatrica, antesignana della medicina di genere, è stata una intellettuale impegnata nello studio delle tematiche femminili, protagonista del dibattito culturale in Sardegna e in Italia.

E’ stata quella l’occasione per me, primo Prefetto donna in tutte le sedi in cui sono stata destinata a ricoprire tale incarico, per fare il punto della situazione sul ruolo della donna in Italia.

Credo che sia un buon momento questo per parlarne perché, anche se mancano ancora i programmi dettagliati delle coalizioni e la campagna elettorale è appena iniziata, potrebbe essere importante conoscere se e come i partiti politici vogliano prendere in considerazione questa tematica che non riguarda solo l’altra metà del cielo.

Si dice da tempo, infatti, che il superamento delle disuguaglianze di genere innescherebbe nei paesi dove ciò avvenisse un miglioramento delle condizioni di vita ed un rilevante sviluppo economico.

Non lo dicono gruppi di femministe sfegatate, ma gli studi dell’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite (ILO), una Agenzia specializzata del ONU che, in un report intitolato “World employment social outlook – Trends for women 2017”, afferma che “l’accesso al mercato del lavoro da parte delle donne risente ancora di barriere elevate, culturali e non” e che riducendo la disparità fra uomini e donne che lavorano del 25%, si garantirebbe un vantaggio in termini di Pil aggiuntivo da 5800 miliardi di dollari (circa 5182 miliardi di euro) entro il 2025!

Parte dallo stesso presupposto il World Economic Forum, una fondazione svizzera che ogni anno dal 2006 redige un rapporto con cui si propone di catturare, su base annuale, la disparità di genere e di quantificare i progressi fatti in tale settore nel corso degli anni.

A novembre scorso sono stati pubblicati i dati del Global Gender Gap Report 2017 che, data la multidimensionalità del fenomeno, utilizza un indice incentrato su quattro macro aree:

Questo Report è un utile documento che ci mostra i progressi fatti su questo fronte e la velocità con la quale si realizzano, velocità che è ancora troppo modesta per poter garantire a questa generazione di assistere ad una completa parità, a dispetto degli sforzi fatti e dei traguardi raggiunti: l’immagine disegnata dai dati contenuti nel Report infatti è quella di un mondo iniquo in modo non uniforme in cui il miglioramento è ambiguo e poco omogeneo.

Se poi guardiamo al nostro paese c’è da essere preoccupati: quest’anno, l’Italia, dal 41° posto in cui eravamo nel 2015, è piombata, all’82° posto su 144 posizioni complessive.

Per quanto riguarda il gender gap, ossia la discrepanza in opportunità, status e attitudini tra i due sessi siamo insomma crollati in tre anni di ben 32 posizioni, e solo nell’ultimo anno il calo è stato di 22 posizioni.

In Italia siamo al 90° posto come partecipazione alla forza lavoro e al 103° posto per salario percepito (gli uomini guadagnano di più delle donne anche se le donne lavorano più tempo). Per quanto riguarda l’istruzione, siamo piombati dal 27° posto del 2006 al 60°: ci sono più bambine che bambini che non vanno a scuola, e anche nell’uso di Internet c’è uno scarto a vantaggio del mondo maschile. Tra i laureati, le donne sono la maggior parte degli studenti di facoltà di arti e di insegnamento, ma anche in medicina e nel welfare in generale.

Persino l’aspettativa di vita delle donne in Italia è calata rispetto agli uomini. E stendiamo un velo pietoso sulla rappresentanza politica.

A livello globale il divario di genere, spiega il World Economic Forum è al 68% e si è comunque allargato per cui “se si va avanti così occorrerà un altro secolo per chiudere il divario globale di genere” (la previsione dello scorso anno era di 83 anni!)

Mentre l’Italia arretra altri paesi hanno iniziato a correre verso la parità e a guadagnare in competitività.

Infatti ai primi posti tra i Paesi in cui si sono fatti più passi avanti per colmare il gender gap ci sono sì i paesi del nord , da sempre all’avanguardia in questo campo, come Islanda, Norvegia, Finlandia, che sono i primi tre, ma c’è al quarto posto il Rwanda e al sesto il  Nicaragua, la Slovenia al settimo e le  Filippine al decimo.

Tutti di molto avanti a noi.

La situazione del nostro paese è peggiore di quella della Grecia, del Belize e del Madagascar; in Europa solo Cipro e Malta fanno peggio di noi.

A questo punto chiedere che nei programmi elettorali si parli di quale strategia reale ed articolata si voglia mettere in campo per ridurre un divario cosi vergognoso per l’ottava economia del mondo, non è una richiesta così peregrina.

Peraltro, visto che secondo l’Unione Europea la priorità principale del nuovo governo italiano dovrebbe essere la riduzione dell’enorme debito pubblico, alla luce di quanto accennato prima, affrontare questo problema utilizzando la leva della riduzione delle disuguaglianze sociali di genere potrebbe essere l’arma vincente.

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