Digital Networks Act: l’Europa riscrive le regole delle telecomunicazioni
È arrivata la tanto attesa presentazione del Digital Networks Act. Con il DNA la Commissione europea punta a unire il mercato unico alla connettività e alle telecomunicazioni, sostituendo il Codice europeo delle comunicazioni elettroniche del 2018.
Non si tratta di un semplice aggiornamento normativo: il passaggio da Direttiva a Regolamento segna una svolta strutturale, perché rende le nuove regole direttamente applicabili in tutti gli Stati membri, riducendo la frammentazione nazionale che da anni frena investimenti, consolidamento e innovazione nel settore.
L’obiettivo dichiarato è ambizioso: creare un vero mercato unico della connettività, in grado di sostenere la diffusione di reti ad altissima capacità – fibra, 5G e in prospettiva 6G – e di fornire la base infrastrutturale necessaria allo sviluppo di tecnologie chiave come cloud, intelligenza artificiale, edge computing e servizi digitali avanzati. In gioco c’è la competitività europea, ma anche la sicurezza e la resilienza delle reti.
Si introduce di fatto “un passaporto unico” per gli operatori che forniscono reti e servizi nei vari Stati Ue e sarà sufficiente notificare questa volontà e questo status in un solo Stato membro
La proposta sarà ora presentata al Parlamento europeo e al Consiglio per l’approvazione.
“L’innovazione europea inizia con un’Europa realmente connessa. Un’infrastruttura digitale resiliente e ad alte prestazioni è essenziale per rafforzare la leadership europea in termini di innovazione, competitività e sovranità digitale”, ha dichiarato Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutivo per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia.
“Una connettività avanzata e accessibile consentirà alle startup di sfruttare il potenziale dell’intelligenza artificiale e ai medici di assistere i pazienti da remoto, in modo rapido e sicuro. Il nostro obiettivo – ha precisato Virkkunen – è un ambiente digitale in cui le nuove tecnologie siano prontamente disponibili, accessibili e basate su regole eque e affidabili che vadano a vantaggio delle persone”.
Spettro radio verso un utilizzo indeterminato e non illimitato da parte degli operatori (la maggiore stabilità attira investimenti)
Uno dei punti più rilevanti del Digital Networks Act riguarda lo spettro radio, risorsa strategica per le reti mobili. La Commissione propone di aumentare drasticamente la prevedibilità regolatoria, consentendo licenze indeterminate per l’utilizzo dello spettro radio (indeterminate non significa illimitate, ma dietro il rispetto di impegni concreti), ma allo stesso tempo si prevede anche un maggior numero di rinnovi delle licenze.
Il messaggio politico è chiaro: le Telecomunicazioni sono un settore in cui vale la pena investire nel lungo periodo. Oggi le licenze hanno una durata minima di 20 anni, ma restano soggette a incertezze legate a rinnovi, condizioni economiche e approcci nazionali molto diversi.
Con il DNA, Bruxelles punta a una maggiore armonizzazione dei criteri di assegnazione, durata e pricing, offrendo agli operatori un orizzonte temporale compatibile con investimenti miliardari in reti mobili di nuova generazione.
A questo si affianca il principio del “use it or share it”: lo spettro non utilizzato dovrà essere condiviso, per evitare inefficienze e massimizzare l’uso di una risorsa scarsa.
Mercato unico della connettività: meno barriere, più scalabilità, anche per i satelliti
Il Digital Networks Act mira a superare uno dei limiti storici del settore europeo: la frammentazione normativa. Oggi un operatore che voglia offrire servizi in più Paesi deve confrontarsi con 27 regimi autorizzativi, procedure e interpretazioni regolatorie diverse. Il DNA introduce meccanismi che permettono alle imprese di operare su scala europea registrandosi in un solo Stato membro, semplificando l’accesso ai mercati e incentivando modelli paneuropei.
Particolarmente significativa è la proposta di un quadro di autorizzazione a livello UE per i servizi satellitari di comunicazione, che sottrae queste attività alla sola competenza nazionale. È un segnale della volontà di Bruxelles di rafforzare l’autonomia strategica europea anche nello spazio e nelle infrastrutture critiche.
Le comunicazioni satellitari sono vitali per l’autonomia strategica.
Si introduce un’unica autorizzazione a livello europeo. Si supera così la regolamentazione nazionale: lo stesso Elon Musk, se vuole utilizzare i suoi satelliti in Italia deve attenersi al DNA quando sarà un Regolamento effettivo.
Un Regolamento che consentirà agli operatori del settore satellitare di crescere e scalare. I nuovi servizi satellitari potranno essere offerti in modalità Direct-to-Device (D2D).
Addio al rame tra il 2030 e il 2035
Un altro pilastro del DNA è la transizione dalle reti legacy in rame alle reti in fibra ottica. La Commissione introduce piani nazionali obbligatori per accompagnare il phase-out del rame tra il 2030 e il 2035, con la presentazione dei piani già nel 2029. L’obiettivo è chiaro: il rame non è più adeguato a sostenere le esigenze di una economia digitale avanzata.
Il processo sarà accompagnato da garanzie per i consumatori, come obblighi di informazione trasparente, continuità del servizio e protezione delle fasce più vulnerabili. È prevista anche una certa flessibilità: i governi potranno estendere le scadenze se necessario, per evitare shock sociali o territoriali.
Investimenti sì, ma senza il contributo “obbligatorio” delle Big Tech (ma sarà volontario)
Uno dei nodi politici più delicati era la richiesta degli operatori di telecomunicazioni – sostenuta da grandi gruppi come Deutsche Telekom, Orange, Telefónica e TIM – di introdurre un contributo obbligatorio delle Big Tech ai costi di sviluppo delle reti, il cosiddetto “fair share”. La Commissione ha scelto accogliere questa istanza, ma a metà. Il Fair Share è un po’ annacquato e azzoppato.
Il fair share sarà volontario e consentirà, nelle intenzioni della Commissione, la risoluzione più rapida e semplice delle dispute, introducendo un meccanismo di “conciliazione volontaria” gestita a livello nazionale dalle Autorità e dal BEREC.
Così, nel Digital Networks Act non c’è alcun obbligo di pagamento per i grandi fornitori di contenuti e servizi digitali (le Big Tech). Al suo posto, Bruxelles propone un meccanismo volontario di cooperazione tra operatori di rete e player come Google, Netflix o Meta, focalizzato su temi come interconnessione IP, efficienza del traffico e sviluppo infrastrutturale.
È una soluzione di compromesso che evita uno scontro frontale con il mondo del cloud e delle piattaforme, ma che lascia insoddisfatti molti operatori, convinti che senza nuove fonti di finanziamento il gap infrastrutturale europeo rispetto a Stati Uniti e Asia resterà difficile da colmare.
In caso di Network fee, le big tech penseranno in autonomia all’ultimo miglio della rete? Con il satellite oppure “mangiando” alcune Telco?
E se, invece, attraverso il meccanismo volontario di cooperazione le Autorità regolatorie nazionali e il BEREC dovessero decidere di far pagare una Network fee agli OTT e agli altri operatori coinvolti nella fornitura di servizi di comunicazioni elettroniche? La reazione delle Big Tech potrebbe essere quella di pensare in autonomia anche all’ultimo miglio della rete? E quindi sostituire le Telco con i servizi satellitari? Oppure, nel peggiore degli scenari gli OTT potrebbe, in alcuni casi, “mangiarsi” e quindi acquisire alcune Telco?
L’analisi: operatori TLC paneuropei, ma solo sui servizi
È molto interessante il meccanismo del single passport per consentire agli operatori di di TLC nazionali di essere attivi anche in altri Stati membri, ma dal nostro punto di vista si potranno creare degli operatori paneuropee solo sui servizi, perché difficilmente nessuno Stato membro cederà la rete a un operatore “straniero”, anche se europeo. Questo perché la rete di telecomunicazioni è un asset di ogni singolo Stato membro e riguarda la sicurezza nazionale.
Infine, sul fronte della neutralità della rete, la Commissione ribadisce il pieno rispetto dei principi dell’Open Internet. Allo stesso tempo, introduce strumenti per chiarire l’applicazione delle regole a servizi innovativi, con l’obiettivo di aumentare la certezza giuridica senza indebolire le tutele per utenti e imprese.
Una riforma strutturale per la competitività europea
Il Digital Networks Act rappresenta dunque una riforma di sistema: meno burocrazia, più armonizzazione (semplificazione burocratica per il settore pubblico e privato) maggiore certezza regolatoria e un chiaro orientamento agli investimenti di lungo periodo. Non risolve tutte le tensioni del settore – a partire dal tema del finanziamento delle reti – ma segna un cambio di passo rispetto al passato.
Ora la palla passa al Parlamento europeo e al Consiglio. Se approvato, il DNA potrebbe diventare uno dei pilastri della strategia europea per la sovranità digitale, trasformando la connettività da collo di bottiglia strutturale a vero motore della crescita digitale del continente.
