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Digital Networks Act, i punti critici per l’AIIP: meno concorrenza apre ad aumento tariffe e reti europee a pochi oligopoli

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Rischio monopolio e aumento dei prezzi fra gli aspetti critici individuati dall'AIIP sul nuovo provvedimento per lo sviluppo della rete, presentata dalla Commissione Ue.

L’Associazione Italiana Internet Provider (AIIP) esprime profonda preoccupazione per il Digital Networks Act (DNA), il nuovo regolamento europeo che riscrive le regole delle comunicazioni elettroniche. Dietro la retorica della “modernizzazione” e della “semplificazione”, il DNA – pur smorzato in relazione alle misure più critiche che erano state ipotizzate – introduce un assetto che riduce la concorrenza, indebolisce le autorità nazionali e prepara il terreno a una concentrazione senza precedenti delle infrastrutture digitali europee.

La visione originaria del DNA spronava un pericoloso cambio di paradigma: dall’accesso aperto e regolato, che ha permesso lo sviluppo della fibra e di un ecosistema pluralista di operatori, a un modello chiuso e selettivo, in cui chi ha capitale, relazioni e potere negoziale decide chi può stare sulle reti e a quali condizioni.

Questo cambio di paradigma non è neutro per cittadini e imprese. Il settore delle telecomunicazioni è l’unico grande mercato infrastrutturale europeo in cui, grazie alla concorrenza, si è assistito negli ultimi vent’anni a un aumento costante della qualità dei servizi e, contemporaneamente, a una riduzione significativa dei prezzi finali. Smantellare la concorrenza significa inevitabilmente invertire questa dinamica: meno scelta, meno pressione competitiva e tariffe più alte.

DNA, manca valutazione d’impatto

Anche il Regulatory Scrutiny Board della Commissione, che già in precedenza aveva espresso un parere negativo sul DNA, continua ad esprimere riserve su incertezze relative alle ipotesi chiave del DNA nella valutazione degli impatti non sufficientemente affrontate e su mancanza di chiarezza su quali siano i costi diretti e indiretti e come siano distribuiti fra i gruppi di stakeholder, sul valore economico degli impatti ambientali, sui costi amministrativi ed eventuali risparmi.

DNA, intervento problematico alla luce del Nuovo Codice Europeo delle Comunicazioni

Anche a prescindere dai contenuti, AIIP evidenzia la problematicità di intervenire con una nuova riforma del settore, a così breve distanza da quella recata dal Nuovo Codice Europeo delle Comunicazioni (EECC, Direttiva (EU) 2018/1972). L’EECC è stato recepito in Italia nel 2021 ma ha richiesto, per l’effettiva attuazione, tempi ben più lunghi. Si pensi al delicato aspetto dei diritti degli utenti, che ha comportato complesse attività regolatorie, conclusesi solo a inizio 2024. L’introduzione di una nuova riforma, prima ancora che la precedente si sia effettivamente consolidata, apre a nuove incertezze interpretative e applicative, e risulta particolarmente pericolosa per le PMI. I continui adattamenti a un contesto normativo mutevole comportano, infatti, significativi costi fissi, che incidono in maniera tanto più gravosa per le PMI, riducendone margini, capacità di investimento e competitività.

I PUNTI CRITICI DEL DIGITAL NETWORKS ACT

1. Assegnazione delle frequenze 5G per durate potenzialmente illimitate

Lo spettro è una risorsa scarsa con alto valore strategico, la cui gestione dovrebbe continuare a rispondere a criteri di efficienza, concorrenza, proporzionalità, sovranità europea e periodica rivalutazione dell’interesse pubblico. La concessione di un bene pubblico per un tempo illimitato, oltre che incoerente con consolidati principi europei, configura una sostanziale sottrazione di tale bene alla cittadinanza, a favore dei grandi operatori mobili. Scelta che appare d’altra parte in linea con la volontà di assegnare al 5G ampie porzioni dello spettro 6 GHz, precludendone l’uso libero ai cittadini e alle imprese per le proprie reti Wi-Fi di nuova generazione garantendo invece maggiore spazio a servizi remunerati.

2. Reti chiuse legali: l’accesso all’ingrosso diventa opzionale

Il Digital Networks Act apre la strada a reti condivise tra pochi soggetti selezionati, nelle quali l’accesso all’ingrosso non è più un pilastro del sistema ma una variabile negoziale. Attraverso accordi, impegni e assetti societari costruiti ad hoc, gli operatori dominanti possono ridurre o sterilizzare gli obblighi di accesso, anche in presenza di infrastrutture che beneficiano indirettamente di risorse pubbliche. È la fine dell’idea di rete come bene contendibile: chi è dentro resta dentro, chi è fuori resta fuori.

3. Obblighi simmetrici di accesso trasformati in eccezione teorica

Gli obblighi di accesso, che per anni hanno garantito competizione e pluralismo, vengono relegati a misura residuale, applicabile solo dopo procedure complesse, lente e cariche di oneri probatori. In pratica, l’accesso regolato diventa un’eccezione, mentre la regola torna a essere il controllo esclusivo dell’infrastruttura da parte di pochi grandi operatori. I piccoli e medi operatori vengono progressivamente espulsi dal perimetro decisionale e industriale.

Internet è nata come unione di reti autonome, distribuite ed eterogenee. Promuovere grandi reti chiuse e condivise va contro i principi fondanti di Internet, aumenta la fragilità sistemica e riduce la resilienza. Quando una rete unica si ferma, si fermano tutti.

4. Spegnimento del rame e transizione imposta dall’alto

Il DNA consente una gestione centralizzata e amministrativa dello spegnimento delle reti legacy, riducendo il ruolo della concorrenza e della scelta individuale. La transizione tecnologica viene trasformata in un processo pianificato dall’alto, dove l’utente finale diventa un soggetto passivo e gli operatori alternativi perdono leva competitiva. Il rischio concreto è quello di migrazioni forzate verso reti e condizioni non realmente contendibili nel tempo.

5. Portabilità e libertà di scelta: un passo indietro

Dopo vent’anni di lavoro regolatorio sulla tutela del consumatore, sulle procedure di switching e sulla libertà di cambiare operatore, il Digital Networks Act introduce una rigidità centralizzata che rischia di smontare pratiche nazionali virtuose. La libertà di scelta dell’utente minaccia di essere sacrificata sull’altare dell’“efficienza” e dell’ottimizzazione delle reti, con un arretramento culturale che riporta il settore indietro di decenni.

6. Autorità nazionali svuotate e regolazione politicizzata

Il DNA riduce drasticamente l’autonomia delle autorità nazionali di regolazione, trasferendo il baricentro delle decisioni alla Commissione europea. Le autorità diventano sempre più organi consultivi, in parte privati della capacità di intervenire in modo tempestivo e aderente alle specificità territoriali. La regolazione delle reti, da tecnica e indipendente, diventa sempre più centralizzata e politicizzata.

7. Rischio takeover: la fase finanziaria della concentrazione

Una volta indeboliti o espulsi gli operatori indipendenti, possiamo immaginare una seconda fase finanziaria. I grandi gruppi globali e i fondi di investimento potranno entrare nei capitali degli ex monopolisti europei con la certezza di regole favorevoli e di mercati ampi, uniformati dal DNA e poco contendibili. Se questo accadrà, i prezzi saliranno, la qualità ristagnerà e il pluralismo economico verrà sacrificato. Con effetti inevitabili anche sulla libertà di espressione e sulla sovranità digitale.

Il Digital Networks Act potrebbe segnare quindi un punto di rottura: dalla neutralità dell’infrastruttura a un modello oligopolistico, dalla concorrenza regolata alla selezione per potere economico. I piccoli e medi operatori, che per trent’anni hanno portato Internet nei territori, investito in fibra e garantito pluralismo, sono potenzialmente messi ai margini, con significativi impatti sulla libera iniziativa d’impresa.

In un mercato così strutturato, la concorrenza sui prezzi e sulla qualità non è più il risultato di una pressione competitiva reale, ma una scelta discrezionale di pochi soggetti dominanti. L’esperienza insegna che, in assenza di alternative credibili, i prezzi tendono a salire e l’innovazione rallenta.

AIIP, ribadendo le criticità già evidenziate in sede consultiva, chiede alle istituzioni italiane e agli eurodeputati di non accettare passivamente questa deriva, ma di difendere il pluralismo economico, le reti aperte, le competenze locali e il futuro dell’ecosistema digitale europeo.

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