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Normative anti ISIS

Digital Crime. La nuova normativa in Italia contro il cyberterrorismo dell’ISIS

Ogni anno lo Stato Islamico recluta migliaia di persone (specialmente ragazzi) utilizzando il web e i principiali social network. In Italia come ci difendiamo?

di Cristina Semeraro |
isis

La rubrica Digital Crime, a cura di Paolo Galdieri, Avvocato e Docente di Informatica giuridica, alla LUISS di Roma, si occupa del cybercrime dal punto di vista normativo e legale. Clicca qui per leggere tutti i contributi.

La tecnologia è ormai partner quotidiana di ogni individuo e tramite essa si compiono attività ad uso individuale e collettivo, sia in ambito privato che pubblico. Saper trarre utilità dagli strumenti che la tecnologia rende disponibili, inventando anche impieghi alternativi e non convenzionali, rappresenta di certo un moltiplicatore di forze ed energia che, se non adeguatamente compreso e contrastato, quando utilizzato per fini malevoli, può rappresentare un indubbio vantaggio per chi riesce a sfruttarlo.

 

Lo Stato Islamico, con la sua struttura mediatica professionale e con caratteristiche che manifestano una evidente origine occidentale, ha approfittato della viralità del mezzo mediatico digitale per raggiungere tutti gli strati sociali delle popolazioni in ogni parte del mondo. In sostanza, lo strumento a cui il sedicente Califfato si è affidato per la diffusione del proprio pensiero, anche a fini propagandistici e reclutativi, corrisponde a quanto disponibile allo stato dell’arte della metodologia comunicativa moderna. Esso opera in uno scenario digitale più che nei classici ambienti della carta stampata o del mezzo televisivo. Tale scelta non è da poco, in quanto evidenzia grande furbizia nel comprendere le eccezionali potenzialità che lo strumento del world wide web (www) rappresenta rispetto ai tradizionali sistemi comunicativi.

 

Anche le parti più depresse e censurate del mondo sono oggi raggiunte dai moderni sistemi comunicativi e con essi possono interagire e trovare sfogo, spesso quando ad essere stimolati sono i sentimenti e le voglie di riscatto di singoli o di intere società, da sempre ai margini della considerazione. La globalizzazione del terrore, che si è esercitata con Al Qaida e che oggi porta il logo ed il marchio dell’ISIS, è solo una sfera della nuova forma della comunicazione globale dell’estremismo: una comunicazione che recluta in tutto il mondo, mirando a tutte le fasce di età.

 

Il più comune luogo della radicalizzazione islamista, anche per i giovani europei, non è rappresentato dalla moschea o dal carcere, ma dalla Rete. Il fondamento di tale scelta risiede nella capacità intrinseca della Rete stessa di azzerare sia la distanza fisica tra gli individui che la sorveglianza dei luoghi di aggregazione, la quale non permetterebbe il dialogo faccia a faccia tra i reclutatori Jihadisti e gli aspiranti militanti.

Si predilige l’accesso allo spazio virtuale perché è lì che prende vita e ha libera manifestazione tutto quello che nella società reale occidentale viene proibito o ignorato: il web, infatti, rende possibile l’istituzione di una umma (la comunità dei fedeli musulmani) deterritorializzata, senza recinti geografici e politici.

 

Lo Stato Islamico ha avuto la chiave d’accesso nell’universo dei social web aprendo pagine su Facebook, in cui le reclute straniere si trasformano in armi digitali del gruppo. Come? Mediante un uso massiccio di Twitter con hashtag mirati a pubblicizzare i propri prodotti e la condivisione di podcast (registrazioni o video originali) con i discorsi del Califfo Al-Baghdadi. Un patrimonio mediatico a disposizione di ogni pc, tablet e smartphone in ogni luogo del mondo.

 

Volendo immedesimarsi in un giovane, un adolescente, che esplora la rete quotidianamente e che quindi si può imbattere anche in una rete Jihadista, il bombardamento mediatico a cui viene sottoposto può essere addirittura letale, se si riconosce in quelle immagini, in quei video, in quelle ideologie.

Il primo passaggio consisterà nello scoprirsi simpatizzante della jihad leggendo i testi dei teorici dell’islam radicale come Azzam, Maqdisi e Suri, di cui sono rinvenibili anche buone traduzioni in lingua inglese e francese; o sfogliando on line i magazine DabiqoRumiyah, riviste ufficiali dello Stato Islamico; o, semplicemente, guardando i video strutturati appositamente per trasformare i tanto consumati videogiochi 2D di una normale consolle in una possibile realtà 3D, in cui essere player, protagonista, vincitore. Chi uccide di più vince.

 

Con il passaggio successivo, l’aspirante combattente si introdurrà nella grande famiglia dei social network, popolati dai militanti dell’islam radicale e sarà lì che potrà interagire con altri aspiranti jihadisti o veri e propri reclutatori. E’un processo, il reclutamento via web da parte di gruppi jihadisti in Europa, che avviene dal basso verso l’alto:sono gli aspiranti jihadisti, e non viceversa, a contattare attraverso la Rete i reclutatori.

 

Allora, di fronte ad una minaccia virtuale e latente come quella del cyberterrorismo, come difendersi?

 

Con la risoluzione n. 2178 del 2014, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha sollecitato i Paesi membri all’adozione di misure di carattere generale nella lotta al terrorismo internazionale.

A seguito di tale esortazione, in Italia è stato emanato il Decreto legge 18 febbraio 2015 n. 7, recante “Misure urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di matrice internazionale…” convertito successivamente in Legge n. 43 del 2015, che ha introdotto alcune novità normative in materia di contrasto al terrorismo. Sul piano penale e delle misure preventive, la norma introduce una nuova figura di reato che punisce con la reclusione da tre a sei anni chi “organizza, finanzia o propaganda viaggi” finalizzati a condotte terroristiche, prevedendo la punibilità sia per colui che viene addestrato a tali condotte, che per chi si “auto-addestra alle tecniche terroristiche”.

 

Dispone, inoltre,aggravamenti delle pene stabilite per i “delitti di apologia e di istigazione al terrorismo” commessi attraverso strumenti telematici (previsti dall’articolo 414 del codice penale) e la possibilità per l’Autorità Giudiziaria di ordinare agli internet provider di inibire l’accesso ai siti utilizzati per commettere reati con finalità di terrorismo. Nel caso di inosservanza è la stessa Autorità Giudiziaria a disporre l’interdizione dell’accesso ai relativi domini internet. Prevede, infine, misure di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, oltre che il ritiro del passaporto ai potenziali foreign fighter, la cui pericolosità e diffusione su scala globale rappresentano il risultato più tangibile della capacità di reclutamento ed addestramento tramite il web.

 

Su queste basi,quindi, possiamo dire con estrema razionalità che è finita l’era della guerra contro un nemico invisibile, senza nome. Qui il nemico è ben visibile, perché vuole essere seguito, linkato e condiviso: è un esercito di fanatici dell’era moderna che cercano follower e killer pronti a tutto per seguire un’ideologia per cui tanti altri già in passato hanno ucciso.

 

Certamente, bisogna ammettere che un ulteriore punto di distacco con il vecchio terrorismo è che gli antagonisti della storia non sono più solo i kamikaze disperati ed angosciati da una vita senza gloria che si suicidano nel meet-point più affollato: si tratta di giovani e adulti istruiti, che mettono le proprie conoscenze culturali al servizio di un’azienda del terrore. Sono uomini che vedono nella morte la sublimazione della loro vita e, per combattere questa vecchia battaglia, usano metodi e strumenti nuovi che rappresentano la vera linfa dell’era moderna.

 

L’Occidente è diventato vittima del suo stesso strumento di globalizzazione e socializzazione, i social, impotente davanti ad un uso invasivo e dissacratore.

Ancora una volta dimostriamo di non aver capito appieno la vecchia lezione che ci insegna come un mezzo potente, in mani abili ma sbagliate, può portare persino alla disgregazione di una società e dei suoi valori.

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