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Digital Crime. Accordo sul nucleare iraniano, quale futuro tra cyberattacchi e diritto internazionale?

Gli USA, forse non paghi del loro operato, per volontà del loro leader Donald Trump, hanno unilateralmente deciso di annullare tale Trattato, se l’Iran non si fosse piegata a discutibili richieste, non curandosi delle possibili globali ripercussioni.

di Antonio Bello |
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La rubrica Digital Crime, a cura di Paolo Galdieri, Avvocato e Docente di Informatica giuridica, alla LUISS di Roma, si occupa del cybercrime dal punto di vista normativo e legale. Clicca qui per leggere tutti i contributi.

“Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta sì: con bastoni e pietre”. La celeberrima massima di Einstein oggi potrebbe avere una facile risposta: non appare così irreale e fantascientifico affermare, infatti, che le prossime (o attuali) guerre si combatteranno con cyber attacchi.

 

Il caso Stuxnet

Ad avvalorare questa affermazione è il caso dell’Iran che, nel 2010, ha subito un cyber attacco ad una sua centrale nucleare, i cui effetti avrebbero potuto creare danni apocalittici.

 

Tale attacco è stato imputato, e successivamente confermato dai suoi fautori, agli Stati Uniti e ad Israele e consisteva nel sabotaggio delle turbine della centrale nucleare di Natanz per mezzo di un malware, denominato Stuxnet, talmente ben progettato da passare totalmente “inosservato”.

 

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Questo malware, progettato negli USA già nell’era G.W. Bush ed in seguito portato avanti dal governo Obama (uno dei più grandi promotori dell’Accordo nucleare iraniano), secondo le dichiarazioni statunitensi, venne “potenziato” da Israele. Tale implementazione ha fatto sì che venissero infettati anche sistemi limitrofi, provocando danni consistenti ad 1/5 delle strutture di Teheran.“Ci è sfuggita la situazione di mano”: questa la scusante addotta dagli USA per tale “leggerezza”.

 

Leggerezza difficilmente inquadrabile in ambito giuridico, in quanto è appunto una nuova modalità di fare guerra. Stuxnet, infatti, può essere definito come un atto di forza, ma non è ancora chiaro se possa essere ritenuto un attacco armato o meno.

 

Per quanto sia stata ideata ad hoc, si tende, purtroppo, a non ricordare la rinomata clausola Martens, la quale prevede che “in attesa di una codificazione, civili e legittimi combattenti siano salvaguardati dal principio del diritto delle genti”.

 

L’accordo sul nucleare iraniano

Gli USA, forse non paghi del loro operato, per volontà del loro leader Donald Trump, hanno unilateralmente deciso di annullare tale Trattato, se l’Iran non si fosse piegata a discutibili richieste, non curandosi delle possibili globali ripercussioni.

 

Il  Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), firmato dai 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Francia, Regno Unito, Cina, Russia e USA) più Germania, UE e l’Iran, conosciuto ai non addetti ai lavori come l’Accordo nucleare iraniano, consiste:

1) in una riduzione, pari al 98%, dell’uranio a basso arricchimento e nella totale eliminazione di quello ad alto arricchimento da parte dell’Iran;

2) in una riduzione di 2/3 delle sue centrifughe a gas per i 13 anni successivi la firma dell’Accordo;

3) saranno consentite le sole centrifughe di ultima generazione (meno efficienti delle precedenti);

4) per i 15 anni successivi la firma dell’Accordo l’Iran potrà arricchire l’uranio ad una temperatura non eccedente il 3,67% ;

5) non potrà costruire alcun reattore ad acqua pesante per i prossimi 15 anni;

6) l’unico impianto abilitato all’arricchimento dell’uranio ed alla ricerca sarà quello sito nella città di Natanz.

 

Ben 10 controlli su 10 da parte dell’ AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) hanno confermato il rispetto, da parte dell’Iran, fino a questo momento, dell’JCPOA.

A differenza del suo predecessore B. Obama (e della stragrande maggioranza della comunità internazionale) che lo definì un ”accordo storico”, l’attuale presidente USA ha definito il JCPOA “il peggior accordo internazionale mai firmato dagli Stati Uniti”.

 

Il punto di vista dell’europa

Di parere nettamente opposto l’Unione Europea, che ha sottolineato l’importanza dell’Accordo, sostenendo che, ai fini di un ordine regionale, ci si dovrebbe indirizzare verso la cooperazione e non sull’esclusione; affermazione che trova fondamento nella volontà dell’Europa di salvaguardare i suoi interessi in medio-oriente, messi a dura priva dalla volontà americana di escludere l’Iran dal sistema Swift per le transazioni finanziarie ed altre misure sanzionatorie, decise anch’esse unilateralmente.

 

Conclusioni

In definitiva, nonostante gli sforzi dell’Iran per ottemperare questa crisi internazionale, e sebbene abbia rinunciato ad ingenti quantitativi di denaro, ricavabili dall’energia risultante dalle sue centrali, le decisioni americane le hanno imposto un ulteriore veto.

 

In merito al cyber-attacco, che avrebbe potuto causare una catastrofe epocale, poiché il malware aveva intaccato le turbine della centrale, modificandone la velocità, può e deve essere considerato lo step successivo della ormai nota dottrina Bush (la così detta “guerra preventiva”). Il paradosso è che quest’ultima viene rifiutata dalla comunità internazionale, che invece non vede, o non comprende, la pericolosità di queste nuove “dichiarazioni di guerra”, malgrado il termine “cyberweapons” possa suggerire il contrario.

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