Il commento

Digilawyer. Marketing e ‘intelligenza’ artificiale, pubblicità aggressiva o reale?

L’uso disinvolto delle parole, nel marketing, sta portando la nostra società ad avere un rapporto con beni e servizi non solo ingannevole ma addirittura pericoloso, perchè fuorviante rispetto alla reali caratteristiche del prodotto con il quale il consumatore medio si dovrà rapportare.

di Gianluca Pomante, Avvocato Cassazionista – esperto d’informatica e comunicazione |

La rubrica DigiLawyer, ovvero riflessioni sul “diritto e il rovescio” di Internet fra nuove potenzialità e storture della rete, a cura di Gianluca Pomante, Avvocato Cassazionista esperto di informatica e comunicazione. Per consultare gli articoli precedenti clicca qui.

Una giornata trascorsa in una grande città consente di prender nota di numerosi richiami pubblicitari all’intelligenza artificiale che sarebbe integrata nei più recenti dispositivi elettronici in circolazione, inclusi alcuni smartphone a funzionamento parzialmente automatico, in grado di modificare sensibilmente l’esperienza dell’utente nella comunicazione interpersonale.

 

L’uso disinvolto delle parole, nel marketing, sta portando la nostra società ad avere un rapporto con beni e servizi non solo ingannevole ma addirittura pericoloso, perchè fuorviante rispetto alla reali caratteristiche del prodotto con il quale il consumatore medio (incapace di effettuare valutazioni approfondite) si dovrà rapportare.

 

L’intelligenza artificiale applicata alle tecnologie è l’ultima frontiera di questa tendenza, che cerca di spacciare il futuro (ammesso che sia raggiungibile) per il presente, senza tuttavia spiegare la differenza tra desideri e prestazioni effettive.

 

Dopo la candeggina “gentile” ma ugualmente letale se ingerita dai bambini, la fibra ottica per l’Internet che usa il cavo di rame, le pasticche per dimagrire che devono essere associate a dieta ipocalorica e attività sportiva, l’auto che parcheggia, frena e guida da sola ma senza il guidatore si schianta, l’intelligenza artificiale promette di far ragionare i nostri dispositivi meglio di noi. Peccato che qualsiasi dispositivo “ragioni”, almeno fino ad oggi, in base alle logiche di chi lo ha programmato, che potrebbe anche non essere un cervello particolarmente brillante.

 

E’ sufficiente guardare alcune interfacce grafiche ed alcuni siti per capire che programmare non significa necessariamente migliorare la realtà che ci circonda e che la presunta “intelligenza” artificiale potrebbe essere ben più stupida di molti cervelli tradizionali.

 

Chiunque vorrebbe uno smartphone in grado di rispondere autonomamente alle chiamate, ai messaggi, alle email, ai vari social network, procedendo alla sintesi delle conversazioni e notizie interessanti (secondo il nostro metro di valutazione) dopo aver scartato tutto il resto. Purtroppo anche gli aggregatori e le tecnologie più evolute non riescono ad andare oltre una buona gestione, sulla base di regole prefissate, ed anche i sistemi c.d. “esperti” altro non sono che dispositivi dotati di algoritmi in grado di ottimizzare le informazioni acquisite per organizzare meglio le reazioni, ma sempre sulla base di scelte preimpostate.

 

La c.d. “intelligenza” artificiale, in sostanza, posta di fronte ad una scelta non prevista, è in grado di operare la scelta più simile ma non quella creativa, che risolve il problema in modo autonomo ed innovativo, libera dalla programmazione ricevuta.

 

Non esistono, almeno per il momento, sprazzi di codice libero che si aggregano spontaneamente per dare vita a nuove istruzioni, per citare un bel film di qualche anno fa.

 

Il consumatore medio viene però tratto in inganno quotidianamente dai messaggi pubblicitari che utilizzano i termini impropriamente ed è convinto di avere a che fare con smartphone intelligenti, auto che guidano da sole, fibra ottica ed altre amenità, che paga senza avere. Ogni tanto qualche Autorità interviene a censurare le pubblicità troppo aggressive ma i profitti sono di gran lunga superiori alle sanzioni irrogate alle aziende, che preferiscono rischiare, almeno in Italia.

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