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Difesa Ue, FT: “Senza Big Tech è a rischio”. Ma per Corte dei Conti “dipendenza da USA è una vulnerabilità”

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La Corte dei conti Ue avverte: la prontezza alla difesa entro il 2030 resta difficile. "Più spesa non basta", mentre la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti continua a frenare l’autonomia strategica europea.

Difesa Ue, la Corte dei conti frena Bruxelles: “Prontezza entro il 2030 difficile da raggiungere”

Crescono le tensioni tra la NATO, l’Unione europea (Ue) e la Russia, soprattutto dopo l’accusa di attentato e attacco militare rivolta dalla Germania a Mosca per i fatti di Lipsia. Lo scontro, al momento politico, potrebbe in ogni momento passare ad un livello ben più pericoloso, considerando che appena fuori i confini dell’Unione sono quattro anni che l’Ucraina è sotto le bombe e una parte considerevole del suo territorio è sotto occupazione militare russa.

In un contesto del genere, è inevitabile che l’Ue affronti il tema Difesa. Bruxelles si è mossa molto sul piano politico e finanziario, ma la Corte dei conti europea dice che non è affatto garantito che sarà davvero pronta alla Difesa nel 2030, soprattutto “per frammentazione industriale, scarsa coordinazione e dipendenza dagli Stati Uniti”.

La linea ufficiale è ambiziosa: il piano “Readiness 2030” prova a costruire deterrenza, capacità industriale e autonomia, ma parte da una base ancora debole. La spesa militare dei Ventisette è aumentata di quasi l’80% dal 2020 al 2025 e il piano Readiness 2030 punta a mobilitare oltre 800 miliardi di euro. Ma per la Corte dei conti europea “più risorse non significano automaticamente maggiore sicurezza”, come anticipato: pesano frammentazione industriale, dipendenza dagli Stati Uniti e una governance ancora complessa.

L’Europa sta spendendo molto di più per la propria Difesa, ma questo non significa che sarà davvero pronta entro il 2030. È il messaggio finale che arriva dalla Corte dei conti europea nella sua analisi sull’evoluzione della politica di Difesa dell’Unione. Il punto non è mettere in discussione la necessità di rafforzare la sicurezza europea dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La Corte pone una questione più concreta: trasformare centinaia di miliardi di euro in capacità militari realmente utilizzabili è molto più difficile che stanziarli.

Spendere di più non significa spendere meglio (Chi compra e da chi? Con quali standard?)

Il primo problema individuato dalla Corte è la frammentazione. Sono ancora i singoli Stati a individuare gran parte delle proprie esigenze e a decidere investimenti e programmi. Senza un coordinamento europeo più efficace, l’aumento della spesa rischia quindi di produrre duplicazioni e investimenti frammentati, lasciando contemporaneamente scoperte alcune capacità strategiche.

Nel 2021 soltanto circa il 18% degli acquisti di equipaggiamenti veniva effettuato attraverso procurement collaborativo, contro un benchmark europeo del 35%. Per ricerca e tecnologia la quota era appena del 7%, rispetto a un obiettivo del 20%.

C’è poi il problema della capacità industriale. Più finanziamenti non significano automaticamente più armi disponibili: l’industria deve affrontare carenze di materiali e componenti, personale specializzato insufficiente, catene di fornitura complesse e tempi di produzione ancora lunghi.
In altre parole: l’Europa ha deciso di spendere di più, ma non ha ancora risolto chi comanda, chi produce, chi compra e con quali standard.

La dipendenza dagli Stati Uniti

L’altra grande questione riguarda l’autonomia strategica europea. Tra l’inizio della guerra in Ucraina e giugno 2023, il 78% degli acquisti per la difesa dei Paesi Ue proveniva da fuori dell’Unione e il 63% dagli Stati Uniti.

È una delle contraddizioni del riarmo europeo: aumentare rapidamente le capacità può significare acquistare ancora di più all’estero, mentre rafforzare l’industria continentale richiede tempo.

La dipendenza non riguarda soltanto aerei, missili o altri sistemi d’arma. La guerra contemporanea dipende da satelliti, intelligence, cyber, comunicazioni protette, sensori, comando e controllo, rifornimento in volo e capacità ISR. Proprio in alcuni di questi «abilitatori strategici» il divario europeo rispetto agli Stati Uniti rimane significativo.

Il paradosso tecnologico: più autonomia dagli Usa significa diventare più deboli e vulnerabili?

A complicare il percorso verso l’autonomia strategica europea c’è un ulteriore paradosso. Secondo il Financial Times, diversi funzionari della Difesa europei si stanno opponendo ai tentativi di Bruxelles di ridurre la dipendenza dai grandi fornitori tecnologici statunitensi, temendo che requisiti troppo rigidi di sovranità possano tradursi, almeno nel breve periodo, in sistemi meno avanzati, maggiori rischi informatici e problemi di interoperabilità con gli alleati della Nato.

Il nodo riguarda soprattutto cloud e intelligenza artificiale (AI). Il Cloud and AI Development Act proposto dalla Commissione europea prevede infatti che i servizi pubblici più sensibili possano essere affidati esclusivamente a tecnologie europee.
Una soglia che riguarderebbe una quota limitata dei servizi, stimata intorno all’1%, ma che potrebbe interessare proprio alcune delle applicazioni militari più critiche. Per le forze armate il problema è operativo: i servizi degli hyperscaler americani sono ormai integrati in ecosistemi tecnologici e sistemi d’arma avanzati, compreso l’F-35.

Non sorprende quindi che le maggiori resistenze arrivino dai Paesi nordici e dell’Europa orientale, particolarmente attenti all’integrazione con la Nato. È la contraddizione centrale dell’autonomia tecnologica europea: ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti è un obiettivo strategico di lungo periodo, ma farlo troppo rapidamente, prima di disporre di alternative europee equivalenti, rischia di creare nuove vulnerabilità invece di eliminarle.

Il rischio per i conti pubblici

La Corte richiama inoltre un aspetto destinato a pesare sul dibattito europeo: come finanziare nel lungo periodo questo aumento della spesa. Il crescente utilizzo di prestiti garantiti dal bilancio Ue e di spesa finanziata attraverso debito può esercitare pressioni sulle finanze pubbliche, rallentare la riduzione dell’indebitamento degli Stati e aumentare gli impegni sul bilancio europeo.

E, nonostante questa mobilitazione finanziaria, le risorse potrebbero comunque non essere sufficienti per raggiungere tutte le priorità concordate, a partire dalla mobilità militare.

Esiste infine un problema di governance. Fondi, programmi e organismi si sono moltiplicati, aumentando secondo la Corte il rischio di sovrapposizioni delle responsabilità. La stessa istituzione ricorda di non avere ancora il mandato per sottoporre ad audit tutti gli strumenti coinvolti.

Tutti chiedono più Difesa, ma qual è la strategia europea?

Il giudizio della Corte porta così a una conclusione politica: l’Europa sta cercando di costruire una capacità strategica comune senza avere ancora una politica estera e di sicurezza realmente comune. Gli eserciti restano nazionali, le priorità dei Ventisette non sempre coincidono e le decisioni più delicate continuano a dipendere dai governi.

Dietro l’aumento della spesa c’è un cambiamento strategico. L’Unione sta passando da una politica di sicurezza prevalentemente orientata alla gestione delle crisi alla preparazione per un eventuale conflitto ad alta intensità sul continente.

Lo sta facendo attraverso il piano ReArm Europe/Readiness 2030, ma anche attraverso maggiore flessibilità fiscale per gli Stati e nuovi strumenti finanziari europei. Tra questi c’è SAFE, il meccanismo da 150 miliardi destinato a sostenere investimenti e acquisti comuni. A questi impegni si aggiunge il prestito europeo da 90 miliardi per l’Ucraina, 60 miliardi dei quali destinati alla Difesa.

Bruxelles non propone un esercito europeo. L’obiettivo è rendere gli eserciti nazionali più interoperabili, rafforzare l’industria continentale e colmare le principali lacune: difesa aerea e antimissile, artiglieria, munizioni, droni, mobilità militare, cyber, intelligenza artificiale, guerra elettronica, spazio e comunicazioni sicure.

L’invasione russa dell’Ucraina ha mostrato quanto fosse fragile l’idea che la sicurezza europea potesse essere considerata acquisita. La responsabilità della decisione di invadere un Paese sovrano ricade su Mosca. Ma comprendere la crisi significa anche considerare le tensioni accumulate nei rapporti tra Russia e Nato e il confronto sulla prospettiva euro-atlantica dell’Ucraina, senza trasformare questa ricostruzione in una giustificazione dell’aggressione.

Tutti pronti a combattere, qualcuno ancora ci prova ad evitare un conflitto catastrofico?

Resta soprattutto una questione che va oltre i conti della Difesa. La deterrenza è una componente della sicurezza e ignorarla sarebbe poco realistico. Ma deterrenza e diplomazia non sono la stessa cosa.

Negli ultimi anni Bruxelles ha definito fondi, prestiti, programmi industriali, capacità militari e scadenze sempre più precise. Molto meno definita appare una strategia diplomatica europea capace di accompagnare il rafforzamento della difesa con un progetto politico per la sicurezza del continente.

È forse qui il limite più profondo di Readiness 2030: l’Europa sta definendo nei dettagli come prepararsi a un possibile conflitto, ma non con la stessa chiarezza quale architettura politica e diplomatica costruire per provare a evitarlo. Sono passati solo 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, nata proprio qui, in Europa. Ci siamo già dimenticati del cumulo di macerie che era il nostro continente? È già così lontano quell’immenso dolore che attraversava i cuori dei sopravvissuti?

Conviene allora riflettere sulle parole di Papa Leone XIV, all’udienza generale di qualche giorno fa a Piazza San Pietro: “È giunto il momento di “farsi carico della realtà”, di “smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo”. Dal progresso scientifico e tecnologico, ha spiegato il Pontefice, “che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni e che non sempre l’essere umano riesce a porre a suo servizio”; a una maggiore “disponibilità di ricchezze, possibilità e potenza economica, che purtroppo però lascia una grande parte degli abitanti del globo […] ancora tormentata dalla fame e dalla miseria”. Fino alla “consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta”, dell’incapacità “a rinunciare al consumo egoistico”, soprattutto “all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace”.

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