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Democrazia Futura. Ugo Intini (Milano, 30 giugno 1941 – Milano, 12 febbraio 2024)

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I due sciabolatori ideologici più costanti, metodici, retoricamente organizzati e precisi per fonti e citazioni, sono stati, nel socialismo italiano dell’età di Bettino Craxi, Ugo Intini e Ugo Finetti.

Stefano Rolando

Non a caso con alcuni uguali caratteri identificativi: il nome di battesimo; la città di nascita e di formazione;  la  professione collaterale alle funzioni di rappresentanza politica (il giornalismo); la specializzazione connessa al contrasto ideologico nel “duello a sinistra”; l’opzione per l’autonomia socialista anche nell’intransigenza dei rapporti interni alla vita di partito; lo stile sobrio e discreto; la riconosciuta reputazione; la relazione personale con la Liguria;  l’appartenenza all’età che precede di poco i baby boomers. E probabilmente altre cose.

Se ne va il più anziano dei due (di tre anni) – e lunga vita a Ugo Finetti che gode di ottima salute e di piena vitalità – provocando a Milano e in tutta Italia un sincero rammarico e il riconoscimento di molti meriti.

Ricordandolo a poche ora dalla notizia del decesso al San Raffaele a Milano, Paolo Franchi (Corriere della Sera) ha colto il carattere della sua coerenza come cifra principale della sua distinzione:

“Se dovessi definirlo con una parola antica, direi piuttosto che è stato per tutta la vita un militante. Meglio: un militante onesto della sua causa e del suo partito, così onesto da restare loro fedele anche nei lunghi anni in cui questa causa e questo partito sono stati trattati alla stregua di un capitolo della questione criminale”.

Il punto di coerenza di Ugo Intini nasce da lontano.

Lui stesso ha scritto:

“Eravamo due ragazzi, a Milano. Io vice-cronista comunale dell’Avanti! avevo 19 anni, ero autonomista e nenniano, Bettino era il più giovane eletto ed era il mio leader. Il primo articolo che scrissi su di lui raccontava una sua iniziativa per rimettere a posto le fontanelle della città”.

E prima ancora li legava – come, al tempo, la cosa legava;  o almeno connetteva molto – non solo il liceo in comune (l’unico liceo classico cittadino, fuori dal quadrilatero del centro storico e aperto all’hinterland nord della città, cioè il Liceo Carducci, che fu anche di altri “correligionari”, tra cui Claudio Martelli, e io stesso in anni un poco più succedanei) ma anche, loro due, il corso più severo, il corso A. Corso che tolse a Craxi la voglia di andare poi a fondo negli studi, mentre Intini ne ricordava sempre il carattere di rigore, la qualità dei docenti e la severità dell’impegno per gli studenti.

Nella storia del PSI la direzione dell’Avanti! ha rappresentato – nel secolo pre-digitale – una posizione di primissimo piano nella vita politica. Perché, in epoche in cui la politica era argomentare (e poi anche difendere, attaccare, indagare, dimostrare, eccetera) un giornale militante valeva come un posto parlamentare, come il ruolo di un grande sindaco, come quello certamente di un ministro. Non per caso ciò valse per figure ben diverse ma con tempra politico-giornalistica indiscussa. Da Benito Mussolini, massimalista e poco prima di cambiare casacca; a Sandro Pertini, turatiano, resistente e liberatore, coerente tutta la vita con la sua casacca.

L’Avanti! di Ugo Intini arrivava dopo la stagione giornalisticamente prestigiosa di Gaetano Arfè e Paolo Vittorelli. Ma ebbe un compito altamente strategico e finalizzato, quello di accompagnare la preparazione alla centralità politica dei socialisti nel Paese, affiancare day by day l’azione di governo e arrivare fino alle conclusioni della lunga esperienza di Craxi a Palazzo Chigi (dal 1981 al 1987).

Questa posizione di baluardo “narrativo” lo obbligava ad assumere ruoli diversi da concepire spesso come presidio di artiglieria: la confutazione, l’asseverazione, la spiegazione.

Rimandò forse la passione per l’indagine storiografica o la cura – poi sviluppata – per i nessi evolutivi di una grande radice storica della politica. Trovando tuttavia anche il tempo di aprire varchi proprio sul terreno di quell’evoluzione. Ne fu un esempio il libro scritto a quattro mani con quel grande giornalista del Corriere della Sera (e poi anche europarlamentare indipendente eletto nelle liste del PSI) che fu Enzo Bettiza, dedicato al sogno minoritario del rapporto tra socialismo e liberalismo (dunque la formula LIB-LAB di cui loro due furono artefici, Sugar-Co, 1980).

Lo sviluppo della sua esperienza politico-istituzionale verrà in fondo dopo la crisi che travolse nella sua forma di soggetto centrale della vita politica italiana il Partito Socialista. Sempre mantenendo la rotta a sinistra, diventando sottosegretario agli Esteri con il secondo governo Amato e viceministro agli Esteri con il governo Prodi e D’Alema ministro degli Esteri (con grande soddisfazione personale per i contenuti di quegli incarichi, forse subendo qualche reprimenda craxiana, non so dire se personale o di ambiente) e continuando a svolgere esperienze parlamentari ormai riservate a pochissimi esponenti che pur provenivano dalle robuste fila dei socialisti prima della crisi.

Mantenendo fino alla fine un rapporto di scrittura con la stampa socialista (costantemente su Mondoperaio, con note di taccuino chiamate “Contrappunti” che variavano dalla storia del Novecento, alla politica interna, alla politica estera e con molti intarsi di esperienza personale) e anche con le sorti del Psi, non solo in chiave testimoniale ma riservandovi la tenace premura di chi diceva che “non doveva essere assolutamente spenta la fiammella”.

Nel tempo in cui si lanciano attenzioni ai “giovani” sollecitandone la partecipazione, Ugo Intini aveva preso a perorare – con accenti sociologici e umanitari – la necessità di rifocalizzare una nuova e più adeguata attenzione agli anziani.

Liberato anche da ruoli formali e da schemi legati agli equilibri politici, la sua scrittura si andava aprendo a forme infrequenti per la sua immagine storica di “portavoce ufficiale”. Ricordo – per fare un solo esempio – un passaggio scritto ad inizio 2023 in occasione della scomparsa di Giorgio Ruffolo:

“Anch’io nutrivo qualche prevenzione verso Ruffolo, quando cominciai a frequentarlo dopo essere arrivato alla guida del quotidiano. Tuttavia, cominciai presto ad “amarlo” per il semplice motivo, innanzitutto, che era “amabile“: di una simpatia irresistibile. Avremmo comunque avuto un rapporto costruttivo, perché il prestigio dell’Avanti! appariva a tutti assoluto: era una istituzione del partito, ciò che chiedeva veniva fatto diligentemente, anche dal più autorevole e famoso dei professori. Forse Ruffolo mi vedeva come un ragazzetto un po’ naif, ma ero pur sempre il direttore dell’Avanti! e lui, ancorché con molti anni in più, sembrava a sua volta un ragazzo, per l’allegria, la scanzonatezza, l’humour dissacrante con il quale, come spesso accade alle persone di cultura superiore, rendeva semplici le cose difficili”.

E sempre tra i ricordi recenti un’occasione, degli ultimi anni, di un venticinque aprile celebrato insieme nella città di Melfi (per me abituale impegno della Fondazione Francesco Saverio Nitti nella sua città natale e anche città di confino di illustri dirigenti socialisti, da Eugenio Colorni a Manlio Rossi Doria) in cui il giudizio storico sul ruolo sociale dei comunisti italiani – anche qui fuori dal “posizionamento” degli anni delle battaglie interne – appariva più compenetrato nel riconoscimento di chi ha lavorato insieme contro disuguaglianze e disparita sociali.

Così Ugo Intini ha sempre coltivato un rispetto, esercitato con grande discrezione, nei confronti di Sandro Pertini dal quale aveva ereditato la direzione de Il Lavoro a Genova e poi a lungo il ruolo di capolista socialista in Liguria alle elezioni politiche.

Una ricapitolazione del suo patrimonio di rapporti e relazioni, nazionali e internazionali, è arrivato proprio di recente con il corposo volume Testimoni di un secolo, pubblicato da Baldini&Castoldi nel 2022. 652 pagine spese a raccontare il Novecento attraverso 48 protagonisti, da Nenni a Craxi, passando per Sandro Pertini e Carlo Azeglio Ciampi, Giulio Andreotti e Indro Montanelli, nonché, figure rilevanti come Willy Brandt e i successori di Mao Zedong, Nicolae Ceausescu piuttosto che Yasser Arafat, Kim Il Sung e i capi talebani: tutta gente che Intini ha conosciuto, più o meno da vicino, da giornalista e da dirigente di partito, prima come rappresentante del PSI poi alla Farnesina. 

I suoi libri restano. Ha scritto quell’avvincente e un po’ nostalgico fustigatore della “prima Repubblica” che è Filippo Ceccarelli su Repubblica: “Tutti leggibili, alcuni anche belli. Chiunque si sia trovato a studiare le culture politiche del secolo scorso prima o poi ha aperto quelle pagine con rispetto e gratitudine”.

Se ne va un combattente dell’epoca in cui la politica si faceva con un raccordo costante alla trama storica, con un’elaborazione argomentata sia in punto di coerenza che in punto di responsabilità delle conseguenze del pensiero, con il rispetto per le legacy delle generazioni precedenti e un grande amore per il miglioramento collettivo in un Paese diventato libero ma non sempre guidato secondo adeguati “valori di  cultura, civiltà e convivenza tra gli uomini”, ultima riga della prefazione di Ugo Intini, citando Filippo Turati e Ignazio Silone, al libro di Orazio Niceforo  I socialisti italiani e la rivoluzione bolscevica, (1917-1919) che abbiamo presentato il 17 gennaio 2024 al Circolo De Amicis a Milano, proprio con Ugo Finetti, Aulo Chiesta, Antonio Carioti, Nicola Del Corno, Enrico Landoni, Walter Galbusera e lodando l’autore e il prefatore.

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