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Democrazia Futura. Serbia, nazione frantumata e lacerata di fronte a un bivio

Giulio Ferlazzo Ciano

Democrazia futura avvia una riflessione sui Paesi candidati ad entrare nell’Unione europea, iniziando dai Balcani. Giulio Ferlazzo Ciano, già autore di un articolo dedicato all Kosovo, dopo aver rievocato storicamente la questione dell’identità nazionale serba, si sofferma sulla storia recente della Repubblica di Serbia dopo la morte di Tito e la frantumazione della Jugoslavia, sino ad esaminare, quello che nell’occhiello viene definito come “Lo stato incerto della candidatura di adesione all’Unione europea dopo il voto del 18 dicembre 2023”.

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Terreno di scontro tra due visioni del futuro contrapposte: la “terza via” del presidente Vučić e il sogno europeo, sempre meno a portata di mano, che genera delusione e rabbia.

Che cos’è oggi la Serbia? Si potrebbe definirla una nazione territorialmente frantumata e politicamente lacerata. Per quanto riguarda l’Europa attuale, anno 2024, è senz’altro un primato che non condivide con nessun altro Paese del continente. Come si sia arrivati a questo punto è un dilemma non facile da sciogliere. Perché agli errori di natura politica nei momenti più delicati della sua storia recente sembra essersi aggiunta un’irrazionale attrazione per strategie autodistruttive. Ammettendo che l’attitudine tipicamente serba a una caparbia resistenza, a qualunque condizione, anche quella di ritrovarsi sola contro tutti (inat), abbia giocato un ruolo, tuttavia il risultato appare come un cupio dissolvi in piena regola, della Jugoslavia prima e della stessa Serbia poi, mascherato dall’arroganza sciovinista della sua passata classe dirigente e frenato appena in tempo dalla sollevazione popolare che il 5 ottobre 2000 costrinse il primo responsabile assoluto delle disgrazie che colpirono il Paese, Slobodan Milošević, a ritirarsi dalla scena politica. Da quel momento non è cominciata la rinascita di una nazione, come avvenne per la Germania e l’Italia sconfitte nella Seconda Guerra mondiale, ma una fase di galleggiamento, un tempo sospeso, in attesa di un’improbabile rivincita o di una graduale integrazione nello spazio europeo. La partita, in ogni caso, non sembra essersi ancora conclusa.

Nostalgia dell’età dell’oro: dall’impero di Stefano Dušan alla rinascita nazionale

Esistono due fasi storiche che possono suscitare la nostalgia dei serbi animati da spirito patriottico, vale a dire la gran parte degli abitanti di quel Paese. La prima si riferisce all’apogeo della monarchia serba medievale sotto la dinastia dei Nemanjići, durato all’incirca duecento anni, tra la metà del XII secolo e il 1355, periodo compreso tra l’ascesa dello župan (principe o conte) della Rascia (Raška) Stefano Nemanja e la morte dell’ultimo suo insigne discendente, quello Stefano Uroš IV Dušan che creò un regno esteso dal Danubio fin quasi al golfo di Corinto e dall’Adriatico all’Egeo, con baricentro nel Cossovo, di cui si incoronò sovrano con titolo bizantino e altisonante di Bασιλεὺς, ovvero “imperatore”. Di quella prima età dell’oro, oltre a diverse decine di monasteri artisticamente molto rilevanti, sparsi tra il Cossovo, la Rascia, la valle della Morava meridionale e la Macedonia del Nord, permane il ricordo indelebile della tragica sconfitta che i successori di Dušan, incapaci di ritrovare l’unità perduta a causa di lacertanti lotte intestine, subirono per mano dei turchi ottomani a Kosovo Polje, il 28 giugno, giorno di san Vito (Vidovdan), del 1389.

Da quel momento tutto crollò irreparabilmente. Si chiuse abbastanza rapidamente la prima fase di indipendenza della nazione serba, di cui sopravvisse un ultimo lembo parzialmente libero (il cosiddetto Despotato di Serbia, spostatosi più a nord, sulle rive del Danubio) fino al 1459, per poi scivolare in un oscuro periodo di servaggio sotto le insegne del sultano di Istanbul.

Dopo tre secoli e mezzo di sottomissione cominciò la rinascita nazionale e, con essa, la seconda fase storica in grado di suscitare nostalgia e rimpianto. Questa fase, non priva di turbolenze politiche segnate, tra l’altro, da una spietata competizione senza esclusuone di colpi fra due famiglie (Karađorđević e Obrenović) che ambivano a sedere sul trono del Principato autonomo e poi del Regno di Serbia, ebbe simbolico inizio nel luglio 1804 con la sollevazione anti-ottomana di Đorđe Petrović detto, con espressione turca, “Karađorđe” (letteralmente “Giorgio il Nero”), il fondatore della futura famiglia reale serba e jugoslava dei Karađorđević, scampato a un massacro di capipolo avvenuto nel gennaio precedente ad opera dei giannizzeri.

A tal proposito non è futile evidenziare che quella dell’emancipazione nazionale serba è una storia segnata da una indelebile scia di sangue prodotta in un primo tempo dalle draconiane repressioni ottomane, sovente condotte con macabro zelo dai governatori locali, come ancora oggi disvela, appena fuori dalla città di Niš, la Ćele kula (torre dei crani), eretta nel 1809 murandovi ben visibili all’esterno 952 teschi di ribelli. Tuttavia, una volta che l’interessamento delle potenze europee (in primo luogo quello della Russia, impero in grado di nuocere all’integrità ottomana) riuscì nel 1815 a far ottenere alla Serbia, in seguito a una seconda rivolta guidata da Miloš Obrenović, una prima modesta autonomia, seguita nel 1829 dallo status di Principato-vassallo dell’Impero ottomano dotato di parziale indipendenza de facto e infine, nel 1878, il riconoscimento della piena indipendenza come Regno di Serbia, la scia di sangue si produsse all’interno stesso delle entità statali serbe, tra partigianerie delle due famiglie che si contendevano il trono.

Sangue talvolta degli stessi Karađorđević e degli Obrenović: sangue di Karađorđe stesso, fatto uccidere da Miloš Obrenović nel 1817, la cui testa fu inviata a Istanbul in regalo al sultano; sangue del principe Mihailo Obrenović, ucciso nel 1868 a colpi d’ascia in un parco suburbano di Belgrado per mano di un sicario che si ritenne essere stato assoldato dai Karađorđević; sangue, infine, del re Alessandro Obrenović, sul trono tra il 1889 e il 1903, assassinato assieme alla consorte regina Draga come esito di una congiura orchestrata da un manipolo di militari ultranazionalisti sostenuti da ambienti politici belgradesi e, soprattutto, dal nipote di Karađorđe, Pietro Karađorđević, che ascese al trono regnando come primo vero sovrano costituzionale della Serbia tra il 1903 e il 1913. Una stagione granghignolesca in piena regola. Sia detto per inciso e a titolo di curiosità: il capo della congiura che portò all’assassinio del re Alessandro Obrenović, l’allora capitano Dragutin Dimitrijević, meglio noto con il soprannome “Apis”, fece in seguito una brillante carriera nei ranghi dei servizi di informazione dell’esercito fino a esserne nominato al vertice e per anni fu a capo dell’organizzazione segreta ultranazionalista della “Mano nera”. Fu proprio “Apis” che scelse di armare la mano di un giovane studente di Sarajevo malato senza speranza di tubercolosi, Gavrilo Princip, affinché sparasse all’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo in visita nel capoluogo bosniaco, allora in territorio austro-ungarico. Era anche quello, come a Kosovo Polje, un 28 giugno, giorno di san Vito. Il Vidovdan del 1914. La polveriera europea era pronta a saltare con lo zampino di “Apis”.

Cosa c’è da essere orgogliosi e nostalgici di una simile scia di sangue?

Potrà sembrare strano a noi placidi europei occidentali, ma per quello che attualmente è lo Stato europeo con più armi da fuoco in circolazione il sangue versato è anche un simbolo di riscatto. Senz’altro lo è stato il sangue dei patrioti uccisi, giustiziati, caduti o suicidatisi in battaglia durante le rivolte contro i turchi. Ma allo stesso tempo il sangue versato nella contesa tra le due famiglie reali non ha impedito alla Serbia di ascendere al rango di Piemonte dei Balcani, centro propulsore di un inarrestabile movimento di unificazione politica dei popoli slavi meridionali. Ed è a questo punto che la seconda fase storica della nostalgia e del rimpianto raggiunge vette di memorabile esaltazione nazionalista. Si parte dal Načertanije, letteralmente «Bozza», un documento elaborato nel 1844 da Ilija Garašanin, esponente di spicco di una corrente di politici legalisti e riformisti (Ustavobranitelji, letteralmente «difensori della costituzione») che guardava con interesse al modello costituzionale francese e che fu anche Primo ministro della Serbia tra il 1861 e il 1867.

Il Načertanije in sostanza postulava, come obiettivo da perseguire negli anni a venire, la rinascita dell’impero di Dušan, ovvero di una Grande Serbia estesa dall’Adriatico all’Egeo con la capitale Belgrado al nord, ma baricentro nel Cossovo, culla della nazione serba, ed estensioni a ovest fino in Bosnia e a parti della Dalmazia[1]. Se tale visione rimase in voga solo fino al 1918 fu perché, nel corso della Prima Guerra mondiale, si dispiegarono obiettivi geopolitici forse ancora più ambiziosi ma con maggiori possibilità di successo: l’unione dei popoli slavi meridionali. I contatti fra le componenti del futuro Stato jugoslavo c’erano già da tempo. Fra i croati, per esempio, grazie alle idee diffuse dal linguista Ljudevit Gaj (1809-1872), fautore già negli anni Trenta dell’Ottocento di una più stretta connessione culturale tra croati e serbi, uniti dalla lingua comune, ma divisi dall’essere gli uni sudditi dell’Impero asburgico, gli altri dell’Impero ottomano[2]. E fra gli sloveni, i quali, delusi dalle speranze tradite in merito all’ottenimento di libertà politiche da parte della monarchia viennese, a partire dal 1898 avevano iniziato a far dialogare il locale Partito popolare, di ispirazione cattolica, con il Partito del diritto, storica formazione nazionalista-radicale croata passata, a partire dal 1893, su posizioni a favore del dialogo con i serbi. Sloveni che, in verità, rimasero per qualche anno tiepidi all’idea di aderire a un grande Stato slavo meridionale. Ma dopo la sconfitta austro-ungherese nella Prima Guerra mondiale, temendo di trovarsi da soli in balia degli appetiti territoriali italiani, optarono assieme ai croati per l’adesione alla Jugoslavia.[3]

Nostalgia dell’età dell’oro: la Jugoslavia a guida serba (1919-1966)

E Jugoslavia fu. Coronamento di un sogno ad un tempo federativo, almeno secondo le aspirazioni di croati e sloveni, e grande-serbo, stando alle visioni nazionaliste del primo ministro serbo e poi jugoslavo Nikola Pašić e del re Alessandro Karađorđević. Era nato pertanto uno Stato tenuto insieme da un grande equivoco, rapidamente compreso dalle classi dirigenti croate e slovene, e che non mancò di galvanizzare la classe politica serba, saldamente al potere all’interno delle istituzioni regnicole jugoslave. Nacque proprio a quel tempo la metafora della čaršija, un prestito linguistico dal turco (çarşı o anche pazarı, ovvero “mercato”) che sloveni e croati, distanti dagli intrighi e dalla mentalità bizantina dei serbi, indicarono come il governo oligarchico sostenuto da una congrega di

«politici gravitanti attorno alla corte, dall’alto clero della Chiesa ortodossa, dall’alta borghesia belgradese, ma soprattutto da ufficiali dell’esercito» uniti dalla comune origine serba[4].

Sebbene il nuovo Stato non fosse esteso fino al mare Egeo, come da dettato del Načertanije, era pur sempre una realtà di tutto rispetto per l’Europa del tempo, estesa dalle Alpi orientali fin quasi alle pianure costiere della Macedonia. Un vero e proprio sogno di gloria realizzato a un prezzo molto vantaggioso, considerando la non certo brillante prestazione dell’esercito serbo nel corso del primo conflitto mondiale.

Al netto di ulteriori scie di sangue che si susseguirono senza soluzione di continuità nel periodo interbellico e durante la Seconda Guerra mondiale, in particolare dopo l’attentato mortale in parlamento contro il leader politico croato Stjepan Radić, nel 1928, cui seguì il colpo di Stato regio (gennaio 1929) che trasformò il Paese in una dittatura, saldamente in mano al re Alessandro e ai suoi ministri, re a sua volta assassinato nel 1934 per mano dei separatisti ultranazionalisti croati ustaša (ustascia), ebbene al netto di queste scie di sangue e dei massacri interetnici avvenuti nel corso del secondo conflitto mondiale, conflitto che in buona parte della Jugoslavia assunse le sembianze di una feroce guerra civile, l’unità delle forze di liberazione dal nazifascismo sancita dal congresso di Jaice, in Bosnia, nel novembre 1943, che riconobbe a Josip Broz “Tito” e al Partito Comunista Jugoslavo la guida delle forze partigiane, e infine la liberazione stessa del Paese diedero l’opportunità di ricostruire la Jugoslavia su basi nuove, offrendo al nazionalismo serbo una seconda possibilità.

Perché in effetti la pax titina dei primi vent’anni di ritrovata unione non fu una vera pax jugoslava, fondata su un nuovo e più efficace patto federativo sul cui equilibrio avrebbe dovuto vegliare il croato maresciallo Tito, discepolo di Marx e Lenin nonché debitore all’illirismo fraternizzante di Ljudevit Gaj più di quanto non lo fosse al panserbismo di Ilija Garašanin, bensì una versione modernizzata in salsa comunista della solita vecchia čaršija. La čaršija del primo periodo della federazione jugoslava aveva solo cambiato referenti: non più la corte, ma il maresciallo Tito; non l’alto clero, ma i vertici del partito, ribattezzato Lega dei comunisti jugoslava; non l’alta borghesia belgradese, ma i burocrati di Stato; non gli ufficiali del vecchio esercito regio, ma i vertici dell’UDBA (Amministrazione della Sicurezza di Stato), la polizia politica. Tutto in gran parte ancora in mano ai serbi.

D’altra parte non poteva essere altrimenti: i croati, pur avendo trovato in Tito il loro nume tutelare purificatore, avevano da farsi perdonare i quattro anni di regime filonazista ferocemente anti-serbo guidato dagli ustascia di Ante Pavelić, con i quali si erano accodati anche i bosniaci musulmani; gli sloveni invece non si erano dimostrati totalmente fedeli alla causa, rimanendo viva la memoria della doppiezza del clero locale e della creazione di milizie anticomuniste sostenute da italiani e tedeschi. Solo i serbi (al netto dello spiacevole doppiogiochismo dei cetnici) sarebbero rimasti “puri” e patriotticamente fedeli alla causa unitaria jugoslava.

Una pax serba, dunque, su cui vigilava l’ombra del maresciallo Tito, quel compagno “Marko”, al secolo Aleksandar Ranković, serbo di una cittadina vicino a Belgrado, potente ministro dell’Interno e capo dell’UDBA, che rimase a vegliare fino al 1966 sull’esistenza di una Jugoslavia solo apparentemente federale, ma invero piuttosto centralizzata e ostile a particolarismi e identitarismi etnici minori. Nemico dell’approccio serbocentrico di Ranković e della rinnovata čaršija era uno dei più ascoltati e fidati ministri e consiglieri del maresciallo Tito, lo sloveno Edvard Kardelj, che infine riuscì, con l’appoggio degli esponenti della corrente autonomista e moderatamente liberalizzante all’interno della Lega dei comunisti jugoslava, a scalzare Ranković dalle cariche ricoperte fino ad allora, decretando il suo ritiro dalla scena politica, nel corso di un’infervorata riunione del Comitato centrale della Lega, sull’isola di Brioni Maggiore, lungo la costa occidentale dell’Istria, dove Tito aveva la sua residenza estiva. Era il luglio del 1966 e da allora ebbe fine anche la seconda età dell’oro.

Sindrome da accerchiamento, pessimismo e rancore (1966-1985)

La fine del predominio di Ranković sulle strutture dello Stato rappresentò in un certo senso la fine del purgatorio al quale erano state sottoposte le nazionalità che avevano tradito l’unità jugoslava nel corso del secondo conflitto mondiale. Ora che il partito era saldamente in mano a due croati, Tito stesso e Vladimir Bakarić, e due sloveni, Kardelj e Stane Dolanc, poteva avere inizio il nuovo corso, molto meno favorevole all’elemento serbo e alla rinnovata čaršija in salsa socialista belgradese. Dopo le purghe che colpirono gli esponenti della Lega dei comunisti in Croazia e nella stessa Serbia, rispettivamente nel 1971 e nel 1972, la comprensione della fine di un’epoca fu progressivamente sempre più chiara agli occhi dei serbi, i quali ormai osservavano – stando alle parole dello storico triestino Jože Pirjevec – che:

«dappertutto le istanze locali, che spesso ferivano non tanto gli interessi del popolo serbo, quanto le sue emozioni, cominciavano a riemergere, suscitando l’impressione di un generale sfascio dell’ordine raggiunto dopo il 1945»[5]

A concretizzare questa sensazione di sfascio si aggiunse nel 1974 il varo della nuova Costituzione federale, elaborata dall’ideologo del nuovo corso, lo sloveno Edvard Kardelj, il cui primo articolo recitava che la Jugoslavia era «uno Stato federale di popoli e repubbliche unite, insieme alle province autonome del Kosovo e della Vojvodina», istituite per l’occasione. È il caso di citare una sintesi molto efficace dell’effetto prodotto dalla costituzione del 1974:

«È senz’altro vero […] che dopo la costituzione del 1974 la Serbia è venuta a trovarsi, sotto il profilo giuridico, in una situazione molto particolare. Le nuove autonomie concesse alle province della Vojvodina e del Kosovo creavano una situazione di “stati nello stato”, il loro diritto di far leggi e di governare bloccava spesso le decisioni “centrali”. Belgrado, insomma, sperimentava con Novi Sad e Priština quella “vertodemocrazia” che rendeva problematico il funzionamento del vertice federale. La costituzione jugoslava del 1974 – conseguenza di profondi sommovimenti periferici e di interminabili negoziati dei vertici – esasperava, in un certo qual modo, il complicato sistema degli interessi autogestiti. Giuristi e politologi hanno più volte accusato la “carta” costituzionale di essere una delle cause del cosiddetto processo di “rifeudalizzazione” del paese che, dalla fine degli anni Settanta, esalta il potere locale. Le sei repubbliche e le due province autonome avevano ciascuna un voto (e un veto), la somma non fa più sei ma otto. Diventava quindi politicamente e aritmeticamente possibile che su un certo problema la Serbia si trovasse in minoranza. Anzi, che i primi voti “contro”, le venissero dalle “sue” due repubbliche»[6].

A tale senso di perdita del ruolo di baricentro politico si aggiunse la pressione demografica albanese che metteva sempre più in minoranza l’elemento serbo, proprio in quella provincia autonoma del Kosovo, cuore del regno dei Nemanjići, divenuto impero sotto il grande Stefano Dušan, così caro a una visione sacrale della nazione serba. Non ci volle molto perché, di fronte a una serpeggiante ripresa dei temi classici del nazionalismo croato, di fronte alla politica di local-patriottismo bosniaco stimolata fra gli anni Settanta e Ottanta dal potente esponente bosniaco-erzegovese della Lega dei comunisti, il croato Branko Mikulić[7], di fronte al già citato problema demografico (e per questo sempre più politico e sociale) in Kosovo, di fronte infine a quella perdita di centralità della Serbia all’interno della federazione, emergesse una sorta di “sindrome da accerchiamento”.

Sindrome accentuata, proprio nel momento in cui si riscontravano i sintomi di una grave e strutturale crisi economica, dalla morte del maresciallo Tito, nel maggio 1980 (Kardelj a sua volta era morto poco più di un anno prima). Ora che era venuto a mancare anche il garante dell’unità dei popoli della Jugoslavia nulla sarebbe stato più come prima. Il pessimismo e il rancore presero a impossessarsi del cuore dei serbi. Nel 1985 il pessimismo trovò il suo megafono culturale con la pubblicazione del romanzo di Danko Popović, Knjiga o Milutinu (Il libro di Milutin), sorta di finzione di racconto autobiografico di un contadino della regione serba della Šumadija (la stessa da cui proveniva l’eroe popolare “Karađorđe”) che attraversa tutto il Novecento, fino all’inizio dell’avvento del regime comunista, nella sua breve fase staliniana. Il romanzo, che ebbe sedici ristampe da trentamila copie ciascuna in un solo anno, narra una lunga sequenza di disgrazie che colpirono i serbi, calcando la mano sulle illusioni collettive, sul sangue versato in conflitti mondiali e guerre civili e, infine, sugli assurdi sacrifici per un’unità nazionale tenuta insieme solo dalla corruzione e dall’ipocrisia. L’antieroe Milutin emerge come colui «il cui destino di sconfitto è in primo luogo segnato dal fatto di essere serbo»[8].

Nello stesso anno il rancore emerse dalle pagine del Memorandum dell’Accademia serba delle scienze e delle arti (Sanu), pubblicato sul quotidiano Večernje novosti nel settembre 1986, provocando uno scandalo politico a livello nazionale e facendo calare la censura da parte della Lega dei comunisti. Malgrado questo il Memorandum circolò clandestinamente ed ebbe larga risonanza. Nelle sue quasi quaranta pagine denunciava l’esistenza in Jugoslavia di una «coalizione antiserba», colpevole di aver discriminato economicamente la più rilevante repubblica della federazione fin dalla sua fondazione, recriminando la mancanza effettiva di uno Stato serbo all’interno di quella federazione, a causa dei veti delle due province autonome, accusando infine la provincia autonoma del Kosovo di muovere una «guerra totale» contro l’elemento serbo. La conclusione era un bilancio totalmente negativo: «è impensabile una sconfitta storica peggiore in tempo di pace»[9].

Verso l’inesorabile cupio dissolvi (1986-1995)

Frattanto la Jugoslavia continuava il suo percorso politico e istituzionale guidata al vertice del Consiglio federale esecutivo (il governo federale jugoslavo) da tre croati di provata ortodossia ideologica, uno di seguito all’altro: Milka Planinc (1982-1986), colei che nel 1971 aveva attuato a Zagabria la purga contro gli esponenti autonomisti-nazionalisti e liberaleggianti, il già citato “bosniaco” Branko Mikulić (1986-1989), per finire con un tecnocrate, l’ingegnere Ante Marković (1989-1991). Ma era un’altra, nel complesso meccanismo politico jugoslavo, la figura destinata ad emergere prepotentemente, fino a imporsi come vero uomo forte a Belgrado: Slobodan Milošević. Nato nel 1941 a Požarevac, ad appena 80 chilometri da Belgrado, figlio di un teologo cristiano-ortodosso montenegrino e di un’insegnante, il primo suicida nel 1962, la seconda dieci anni dopo (il fratello di sua madre, maggior generale dell’Armata Popolare Jugoslava, era morto anch’esso suicida nel ’63), “Slobo” studiò legge all’università ma, dopo la laurea, preferì intraprendere una proficua carriera nel settore economico-produttivo, divenendo presidente di società finanziarie e costruendosi una rete di contatti tra Stati Uniti d’America e Francia. Cruciale fu la sua amicizia con Ivan Stambolić, divenuto anni dopo segretario della Lega dei comunisti serba e in seguito presidente della Repubblica socialista serba[10].

Nei primi anni Ottanta Milošević intraprese la sua militanza politica nel partito, portando con sé l’esperienza acquisita, la rete di contatti e amicizie, sia in patria che all’estero, giovandosi inoltre dell’appoggio di sua moglie Mirjana Marković, docente di teoria marxista all’università di Belgrado, artefice con il marito della conquista dei mezzi di informazione così come del sostegno del mondo accademico, lo stesso che in quegli anni dava alle stampe il Memorandum. Propugnatore di una liberalizzazione dell’economia e di un approccio decisionista e antiburocratico in politica, nel maggio 1986 Milošević fu eletto, dopo l’amico Stambolić, segretario della Lega dei comunisti serba, iniziando la sua folgorante ascesa come guida del popolo serbo. Nell’aprile del 1987 era già in Kosovo a supportare la resistenza dei serbi contro le prepotenze della comunità albanese, pregandoli di rimanere

«sulla propria terra, nelle proprie case, nei propri orti e campi, fra i propri ricordi», ammonendoli che se avessero lasciato il Kosovo avrebbero «disonorato gli antenati e deluso i figli»[11].

La trasformazione da leader comunista a nazionalista era avvenuta. Il vendicatore dell’orgoglio serbo ferito era pronto a portare avanti il suo programma di ricostruzione della dignità nazionale serba attraverso due opposte strategie: la prima, prettamente istituzionale, prevedeva il ritorno agli equilibri antecedenti alla Costituzione del 1974 e al rovesciamento di Ranković, riportando l’intera Jugoslavia sotto controllo belgradese; la seconda, nel caso di insuccesso della prima e di disfacimento delle istituzioni federali, non avrebbe potuto fare a meno di servirsi della forza per creare una Grande Serbia, aggregando ad essa territori e regioni esterne ai confini della Repubblica socialista serba, aree abitate da serbi o storicamente appartenute alla Serbia.

Il domino prodotto dalle dichiarazioni d’indipendenza della Slovenia e della Croazia (25 giugno 1991), seguite da quella sorprendentemente ignorata della Macedonia (15 settembre 1991) comportò necessariamente l’adozione della seconda strategia. Era l’inizio del disfacimento, configurato in due tempi.

Dapprima nel conflitto diretto tra Serbia e Croazia, per la spartizione della Bosnia-Erzegovina (a sua volta dichiaratasi indipendente nel marzo 1992) e per il controllo di alcune regioni di confine (Slavonia) o autoproclamate repubbliche secessioniste a maggioranza serba: la Krajina, nata all’indomani della secessione della Croazia in territorio croato, prevalentemente dalmata, e la Repubblica Srpska, sussistente sulle regioni a prevalente popolamento serbo della Bosnia-Erzegovina o da “ripulire” dalle altre minoranze, dichiarata nel gennaio 1992. Il conflitto, il più distruttivo e sanguinoso in Europa dalla fine della Seconda Guerra mondiale, terminò nel 1995 con gli accordi di Dayton.

In un secondo tempo il conflitto fu invece tra Serbia e NATO (marzo-giugno 1999), scaturito dalla dura repressione contro la popolazione albanese in Kosovo da parte delle autorità di Belgrado, il cui Stato (sostanzialmente ormai la sola Serbia e Montenegro) dal 27 aprile 1992 aveva assunto la surreale denominazione ufficiale di Repubblica Federale di Jugoslavia.

Invero non pochi commentatori hanno evidenziato come la strategia di Milošević fosse stata vincente nel primo tempo del conflitto. In effetti in quell’occasione il leader serbo riuscì persino a ritagliarsi un ruolo da moderato. Sebbene, infatti, in un primo tempo le atrocità compiute dalle milizie secessioniste serbe e dalla stessa JNA (Armata Popolare Jugoslava) avessero provocato la dura reazione delle opinioni pubbliche occidentali, spingendo le Nazioni Unite a votare sanzioni economiche che iniziarono ad aggredire severamente l’economia serba nel corso del 1993, non mancarono tuttavia a Milošević gli appoggi del presidente francese François Mitterand e del primo ministro britannico John Major, preoccupati dall’espansione dell’influenza della Germania riunificata nello spazio balcanico.

All’inizio del 1993 il leader serbo si mostrò favorevole al piano di “cantonizzazione” della Bosnia-Erzegovina, noto in seguito come piano di pace Vance-Owen, ponendosi persino contro il governo secessionista serbo-bosniaco della Repubblica Srpska, guidata dal poeta-psichiatra Radovan Karadžić e dallo spietato generale Ratko Mladić, che intendevano al contrario proseguire ad oltranza il conflitto in una logica di pulizia etnica assoluta. Naturalmente in tale contesto Milošević faceva la figura dello statista umanamente disprezzabile ma pur sempre ragionevole e sufficientemente affidabile, con il quale alla fine si poteva discutere e trovare un accordo. E proprio con Milošević (che peraltro non aveva aiutato i secessionisti serbi della Krajina travolti dalla controffensiva croata sostenuta in buona parte dalle armi americane e che formalmente prendeva le distanze dagli eccessi del duo Karadžić-Mladić) l’amministrazione americana del presidente Bill Clinton dovette discutere fino a trovare la soluzione, mediata sostanzialmente dallo stesso Milošević e dal diplomatico americano Richard Holbrooke, che comportò la firma degli accordi nella base militare di Dayton (Ohio), il 14 dicembre 1995[12].

Con questo accordo si accettava una spartizione de facto della Bosnia-Erzegovina, trasformata in uno Stato sottoposto, nella sua forma unitaria, a una fattispecie di protettorato delle Nazioni Unite, ma nella sua forma bicefala diviso tra i governi autonomi della Federazione croato-musulmana (estesa su 26 mila chilometri quadrati) e della già citata Repubblica Srpska (estesa su quasi 25 mila chilometri quadrati). Tale suddivisione permetteva al territorio serbo-bosniaco, quasi integralmente “ripulito” da croati e musulmani, di continuare a esistere con il riconoscimento internazionale, garantendo allo stesso tempo ai criminali serbi ricercati dal futuro Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, istituito dall’ONU, in primis Karadžić e Mladić, di mantenere il loro rifugio in quella regione e nella stessa Serbia (Jugoslavia). Sebbene la Repubblica Srpska non fosse Serbia, magari un giorno di là da venire e con una congiuntura internazionale più favorevole avrebbe potuto riunirsi a Belgrado. Non si può negare il successo della strategia di Milošević.

In fondo al baratro. La crisi del Kosovo e i bombardamenti della NATO (1998-1999)

Poi venne la crisi del Kosovo e le cose andarono diversamente.

Le carte fino ad allora vincenti di Milošević si tramutarono in una serie di rovesci e nella concretizzazione del peggiore degli incubi, quella “sconfitta storica” evocata nel Memorandum dell’Accademia serba delle scienze e delle arti. Le sistematiche violazioni dei diritti umani che accompagnarono la militarizzazione dell’ex provincia autonoma del Kosovo, la cui autonomia era stata soppressa fin dal 1989, e in cui ormai operavano un governo ombra e un’organizzazione paramilitare di indipendentisti albanesi, raggiunsero il culmine dalla primavera del 1998. La comunità internazionale non poteva più ignorare la tragedia in corso e, allo stesso tempo, il presidente americano Clinton si trovava coinvolto nel pruriginoso scandalo Monica Lewinsky.

Un diversivo bellico poteva servire due cause: aiutare la Casa Bianca a distogliere l’attenzione dei media dalle rivelazioni della giovane stagista e, soprattutto, ridare smalto alla NATO, ora che in Europa era venuto a mancare l’arcinemico comunista, con una grande operazione di polizia internazionale rivolta contro un incorreggibile nemico dei diritti umani, non ultimo il diritto all’autodeterminazione dei popoli[13].

Alla fine non furono utili le capacità dilazionatorie di cui il presidente serbo aveva fatto sfoggio nella crisi bosniaca per evitare il redde rationem, frattanto che il segretario di Stato americano Madeleine Albright tesseva la sua tela con le diplomazie dei Paesi coinvolti, oltre agli stessi Stati Uniti, nel Gruppo di Contatto (Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Russia), al fine di garantire l’intervento della NATO senza passare dall’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’occasione per l’intervento, dopo i falliti colloqui di Rambouillet (febbraio-marzo 1999) tra i negoziatori jugoslavi (ovvero della Serbia-Montenegro) e kosovari, fu l’annuncio da parte della NATO di cospicui movimenti di truppe serbe verso la regione del Kosovo. Di fronte al rifiuto opposto da Milošević il 12 marzo di ritirarle e firmare il piano di pace, la sera del 23 marzo fu lanciata l’operazione militare della NATO sopra i cieli della Serbia[14].

L’operazione, denominata Allied Force, consistette nei ben noti bombardamenti contro obiettivi sensibili nelle principali città della Serbia (strutture industriali, impianti chimici, raffinerie di petrolio, ponti) e nella stessa capitale (dove peraltro fu colpita la sede della Radio-televisione serba e, per errore, l’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese), al fine di distruggere l’economia, fiaccare il morale della popolazione e favorire un rovesciamento di regime che, tuttavia, non vi fu. Al contrario la popolazione serba visse l’intervento della NATO come un intollerabile sopruso. Scattò in essa il riflesso atavico dell’inat, che la portò a stringersi attorno al suo leader, finendo per prolungare i tempi dell’intervento che, dai pochi giorni previsti, ne durò 78, fino al 9 giugno 1999, quando un piano di pace mediato dalla Germania e dalla Russia fu alla fine accettato dal presidente serbo.

Il compromesso verteva sul ritiro serbo dal Kosovo, dove sarebbe giunta la forza di interposizione dell’Alleanza Atlantica (KFOR) con il coinvolgimento delle Nazioni Unite.

La perdita del Kosovo non era l’unico problema. In effetti già dal 1997 il Montenegro, ultima Repubblica associata al simulacro di Jugoslavia, manifestava imbarazzo e dissenso nei confronti delle politiche attuate nel Kosovo dal governo di Belgrado. Ne approfittò il segretario del Partito democratico dei socialisti del Montenegro (erede della Lega dei comunisti montenegrina) Milo Đukanović, neoeletto presidente montenegrino dal 1998, prendendo le distanze dal governo serbo e lavorando per favorire una futura secessione di quella regione, culturalmente ed etnicamente serba, ma pur sempre rimasta ininterrottamente indipendente dal XV secolo fino al 1919.

In sintesi, la Serbia aveva perso il Kosovo e stava per perdere anche il Montenegro[15].

Serbia anno zero: distruzioni belliche e rinascita dei partiti d’opposizione

Il nuovo millennio si aprì a Belgrado con le ferite provocate dai bombardamenti della NATO, l’economia completamente al collasso, un tasso di inflazione fuori controllo e la riduzione della Serbia a “paria internazionale”, almeno fintanto che rimaneva alla sua guida la coppia Milošević-Marković.

Non ci volle molto perché l’opinione pubblica si svegliasse dall’incantesimo e comprendesse che soltanto senza Milošević la Serbia sarebbe rientrata nei ranghi della comunità internazionale, beneficiando di eventuali e assolutamente necessari aiuti finanziari occidentali.

A spingere in questa direzione furono le opposizioni moderato-conservatrici, nazionaliste in forma più o meno accentuata, che fino ad allora erano state escluse oppure persino cooptate al potere (salvo poi essere scaricate alla prima occasione), a seconda dell’utilità dello stesso Milošević, per esempio per mostrare un approccio moderato nel periodo che precedette la firma degli accordi di Dayton. Fra i partiti d’opposizione al Partito Socialista di Serbia (SPS), il nome adottato nel 1990 dalla Lega dei comunisti serba, si distinguevano:

• il vivace Movimento per il Rinnovamento Serbo (SPO), fondato nel 1990 dal popolarissimo tribuno nazionalista Vuk Drašković, giornalista con laurea in legge e prolifico scrittore (fra le sue opere più note il romanzo Nož [Coltello], del 1982, storia ispirata ai massacri di serbi per mano musulmana durante la Seconda Guerra mondiale, in un intreccio di sangue e vendette), contraddistinto da un pittoresco aspetto da cetnico, con tanto di barba molto folta, profondamente anticomunista e per questo divenuto fin dagli inizi fiero oppositore del “comunista” Milošević, sebbene da posizioni che, nei fatti, rafforzavano il suo antagonista già saldamente al potere: le piazze in fervore mistico-nazionalista che ascoltavano le arringhe di Drašković erano le stesse che, nel segreto dell’urna, votavano per “Slobo”, visto come un modernizzatore liberaleggiante nel solco della continuità con un passato, nel complesso, da non buttare via tutto in blocco[16]. Paradossalmente il “cetnico” Drašković era anche un filo-occidentale e, soprattutto, contrario alla guerra come soluzione per riportare sotto il controllo di Belgrado le repubbliche e le regioni secessioniste. Proprio per questo non gli furono risparmiati dal regime sporadici arresti e brevi detenzioni e il suo partito fu sempre orgogliosamente all’opposizione, pur vedendo erodere notevolmente il consenso elettorale conquistato nella prima metà degli anni Novanta.

• il Partito Radicale Serbo (SRS), fondato nel 1991 da Vojislav Šešelj, su posizioni rigidamente nazional-scioviniste e antioccidentali, per questo spesso cooptato al potere in una strana forma di rapporto simbiotico e utilitaristico per cui, in contrapposizione alle politiche “moderate” di Milošević, Šešelj rompeva con il governo, ma lasciava che quello stesso governo finanziasse le squadracce e le forze paramilitari del SRS che andavano a dar manforte all’esercito della Repubblica Srpska o alle comunità serbe del Kosovo.

• il Partito Democratico (DS), fondato nel 1990 riportando in vita un partito con lo stesso nome esistente nel Regno di Jugoslavia tra il 1919 e il 1945, schierato su posizioni centriste o conservatrici moderate, ostile al comunismo e all’ultranazionalismo. Tali posizioni non impedirono alla dirigenza del partito, nei primi anni Novanta, di organizzare proteste antigovernative assieme all’SPO del nazionalista Drašković. Nel 1994 ne divenne segretario Zoran Đinđić, scalzando con un’operazione spregiudicata (appoggiata dai media vicini a Milošević) il più anziano Dragoljub Mićunović, eretico-marxista negli anni Settanta vicino alla influente rivista accademica Praxis. Đinđić, laureato in filosofia e addottoratosi in Germania, tra gli intellettuali che, assieme a Mićunović, avevano ridato vita al partito, si schierò su posizioni piuttosto ambigue, non disdegnando cordiali visite al presidente della Repubblica Srpska Radovan Karadžić nella sua residenza di Pale (località montana da cui si dominava Sarajevo assediata e bombardata dalle milizie serbe) e il sostegno a soluzioni moderate e pacifiche del conflitto apparentemente più filo-occidentali. Manterrà una posizione ambigua fino alla crisi del Kosovo, quando si porrà nettamente nel campo dell’opposizione alla politica suicida di Milošević.

• il Partito Democratico Serbo (DSS), fondato nel 1992 per una scissione interna al Partito Democratico, da cui si staccarono gli elementi che si richiamavano a un’ideologia più marcatamente nazionalista, ma con scarso seguito elettorale, almeno fino alla catastrofe prodotta dall’intervento della NATO in Kosovo. Ne divenne segretario Vojislav Koštunica, dottore in legge, prossimo al mondo accademico e attivista per la libertà di espressione.

Serbia anno zero: la rimozione del tiranno

In tale contesto politico si susseguirono, ancora una volta nella storia serba, fatti di sangue che si inquadravano in un’atmosfera da regime al crepuscolo attraversato sottotraccia da oscure trame. Tra questi, l’assassinio del potente e temuto Željko Ražnatović “Arkan”, malavitoso diventato imprenditore e presidente di squadre di calcio, attivo nella creazione di gruppi paramilitari di supporto alle milizie serbe, le tristemente note “Tigri di Arkan”, freddato il 15 gennaio 2000 da un sicario nel salone di un albergo di Novi Beograd, il moderno quartiere della capitale dove Arkan aveva la sua roccaforte. Seguì, con analoghe modalità, l’uccisione del ministro delle Difesa Pavle Bulatović, ucciso all’interno di un ristorante il 7 febbraio 2000, e la misteriosa sparizione, il 25 agosto successivo, dell’ex presidente della Repubblica socialista serba e già sodale di Milošević, Ivan Stambolić, il cui corpo fu poi ritrovato nel 2003.

Del primo omicidio, malgrado un processo seguito da una condanna, non si sono ancora oggi comprese le ragioni, ma come allora sono rimasti i sospetti che fosse stato Milošević a dare ordine di silenziare un protagonista oltre che testimone scomodo dei crimini del regime[17]. Anche del secondo rimangono oscure le ragioni, ma c’è chi sospetta che vi sia stata la mano del presidente montenegrino Đukanović, pronto a fare il grande passo verso la secessione e coinvolto direttamente in attività di contrabbando a cui Bulatović avrebbe minacciato di porre fine[18]. Nell’ultimo caso invece le indagini hanno individuato gli autori del rapimento e dell’assassinio di Stambolić in otto uomini dell’Unità per le Operazioni Speciali (JSO), formazione militare dalla breve esistenza (1996-2003) nella quale confluirono truppe paramilitari che erano state al comando di “Arkan” in Bosnia. In questo caso il mandante, con ragionevole certezza, fu proprio Milošević per le ragioni che verranno svelate tra breve. L’anno 2000, infatti, fu anche l’anno delle elezioni generali per scegliere il presidente della Jugoslavia (Serbia-Montenegro), convocate in anticipo di un anno da Milošević per evitare ulteriori erosioni del consenso in un momento particolarmente difficile per il Paese. Milošević avrebbe corso come candidato del Partito Socialista di Serbia, in coalizione con altri partiti di sinistra, certo di riuscire ancora una volta a essere rieletto. Le forze di opposizione riunite nel cartello elettorale Opposizione Democratica della Serbia (DOS), invece, fin dall’estate del 1999 e a operazione NATO conclusa, avevano fatto convergere il loro interesse per la candidatura proprio di Ivan Stambolić che, nell’estate del 2000, era prossimo ad essere confermato dalla coalizione di partiti d’opposizione. Ma prima che la sua candidatura venisse ufficializzata Stambolić sparì misteriosamente[19]. All’ Opposizione Democratica della Serbia non rimase che candidare il segretario del Partito Democratico Serbo, il nazionalista moderato Vojislav Koštunica.

Il 24 settembre si tennero le consultazioni, i cui risultati furono fraudolentemente piegati alle necessità di Milošević di rimanere al potere. Per addolcire la prima dichiarazione ufficiale in merito alla netta “sconfitta” del candidato della coalizione DOS, dopo qualche giorno fu comunicato che Koštunica era in effetti in leggero vantaggio su Milošević, ma senza raggiungere la metà più uno dei voti, ragione per cui sarebbe stato convocato l’8 ottobre un secondo turno elettorale. Ma quel ballottaggio, contestato dalle opposizioni, non si svolse mai. Il 5 ottobre 2000 iniziarono ad affluire nel centro di Belgrado, da tutti i quartieri della capitale e dall’intero Paese, masse di lavoratori e studenti che scatenarono un vasto moto di piazza che costrinse Milošević in serata alle dimissioni. Decisiva si rivelò in tale contesto la defezione dell’esercito e della polizia, in quello che di fatto rappresentava un complotto nel complotto ordito, tra gli altri, da esponenti del nazionalismo serbo (sia di quelli dei partiti moderati dell’opposizione, sia di quelli che avevano operato all’interno delle strutture politiche, amministrative e militari dello Stato), molti dei quali in passato avevano sostenuto il regime[20].

Con tali modalità, che qualcuno potrebbe definire tipicamente balcaniche, finiva il regno autocratico che aveva distrutto e lacerato il Paese. Con il riconteggio dei voti, avvenuto il 10 ottobre successivo, fu proclamato vincitore con oltre il 51 per cento dei suffragi Vojislav Koštunica.

Il passato che non passa e il gattopardismo in salsa serba

Si potrebbe eccepire sul peso che è stato dato a riassumere gli eventi di quel cruciale anno Duemila. Eppure una ragione c’è ed è data dal fatto che la Serbia di oggi, a quasi ventiquattro anni dal rivolgimento del 5 ottobre, è rimasta prigioniera di un passato che non riesce a scrollarsi di dosso. Gli anni immediatamente successivi alla rimozione di Milošević non sono stati d’altronde facili per un Paese che si trovava al collasso e ancora attraversato da rigurgiti nazional-sciovinisti da parte di orfani di “Slobo” e di “Arkan”. Ne farà clamorosamente le spese il maggiore responsabile della consegna dell’ex presidente serbo-jugoslavo alla Corte penale internazionale dell’Aja, il primo ministro Zoran Đinđić, esponente del Partito Democratico, più decisamente impegnato, diversamente dal presidente Koštunica, a tracciare una riga sul passato e a consegnare i criminali di guerra al giudizio del tribunale internazionale, in questo sospinto anche dalle pressioni americane che subordinavano gli aiuti economici alla consegna di Milošević. Alla fine il primo ministro Đinđić riuscì a spuntarla sul presidente Koštunica, ottenendo l’arresto dell’ex presidente serbo il 1° aprile 2001 e in seguito il suo trasferimento all’Aja nel sempre fatidico, per la storia serba, Vidovdan (28 giugno) del 2001[21]. Il giorno successivo la Conferenza dei donatori riunita a Bruxelles sbloccò alla Jugoslavia (Serbia-Montenegro) un prestito di 1,4 miliardi di dollari.[22]

Definito da Carla Del Ponte un uomo per certi versi simile a Giovanni Falcone, proprio come Falcone Đinđić,

«un politico che stava tentando di trovare compromessi e di sopravvivere in un ambiente politico pericoloso, battendosi contro leader e carnefici, convinti anch’essi di essere degli intoccabili»[23]

fu infine ucciso con un colpo d’arma da fuoco, il 30 settembre 2003, mentre scendeva dall’automobile davanti alla sede del governo. Il processo stabilì in seguito che ad uccidere Đinđić era stato un ex militare appartenente alla già citata Unità per le Operazioni Speciali (JSO), affiliato inoltre al cartello criminale del Clan Zemun, basato in una municipalità adiacente alla Novi Beograd base operativa di “Arkan”. Mandante sarebbe stato Milorad Ulemek, detto “Legija” (Legione), coinvolto nel rapimento e omicidio di Stambolić e nel tentativo di assassinio di Drašković, per questo condannato a quarant’anni di carcere nel maggio 2007[24].

Il passato che non passa ha accompagnato la Serbia nei due decenni successivi, cullandone ancora una volta illusioni e speranze revansciste, lasciando in sospeso e congelata la delicata questione del Kosovo, permanendo parte dell’eredità di Milošević (quella Repubblica Srpska che non smette di essere elemento destabilizzante per l’unità della Bosnia-Erzegovina), garantendo per anni una certa impunità a diversi criminali di guerra ricercati dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, rimanendone infine la stessa Serbia prigioniera, sospesa fra una convinta adesione al processo di inclusione nell’Unione Europea e il presente galleggiamento in una “terra di nessuno”, forse in attesa che il motore della Storia, rimescolando le carte, ripresenti una qualsiasi e finora imprevedibile opportunità di rivincita. Ecco perché si potrebbe provocatoriamente sostenere che negli ultimi vent’anni in Serbia siano successi senz’altro molti fatti, ma in sostanza molto poco sia cambiato. Non soltanto la Sicilia è terra di gattopardi e c’è da credere che i gattopardi balcanico-danubiani non siano meno tenaci.

Cronaca degli ultimi anni: dal vento pro-Europa (2001-2012) alla rimonta nazionalista (2012-oggi)

Significativi in questi quasi ventiquattro anni sono stati, tuttavia, alcuni passaggi:

• nel febbraio 2003 il Parlamento ha votato il cambiamento del nome ufficiale dello Stato, da Repubblica Federale di Jugoslavia a Serbia e Montenegro.

• nello stesso mese le due Repubbliche di Serbia e del Montenegro hanno ratificato la carta costituzionale del nuovo Stato rifondato che, nei fatti, ha smesso di rivendicare l’eredità politica della Jugoslavia.

• nel dicembre 2004 le elezioni presidenziali in Serbia hanno premiato il candidato del Partito Democratico Boris Tadić, che ha battuto (54 per cento contro 46 per cento) il candidato del Partito Radicale Serbo (SRS), Tomislav Nikolić. Entrambi i candidati, significativamente, sostenevano il processo di adesione della Serbia-Montenegro all’Unione europea, sebbene maggiore credibilità in questo senso potesse averla il candidato centrista rispetto all’ultranazionalista. Altrettanto significativamente si deve registrare il percorso politico di Nikolić, il quale negli anni successivi si è distaccato dall’intransigente chiusura all’Europa da parte del nazional-sciovinista Šešelj, abbandonando nel 2008 il Partito radicale per fondare il Partito Progressista Serbo (SNS), una formazione politica dall’ampio spettro programmatico, difficilmente classificabile se non con l’etichetta vaga e incompleta di “populista”: favorevole al libero mercato e alle privatizzazioni su larga scala, così come all’ingresso della Serbia nell’Unione europea, sebbene con un approccio pragmatico e ad alcune condizioni (leggi: mantenimento del Kosovo), sostenitore di una lotta senza quartiere alla corruzione e promotore di una riforma giudiziaria. Fondatore del partito assieme a Nikolić è stato l’allora trentottenne Aleksandar Vučić, cresciuto nella Novi Beograd di “Arkan”, aderente fin dal 1993 al Partito Radicale Serbo, laureatosi in legge e nominato ministro dell’Informazione tra il 1998 e il 2000, ultimo a occupare quel dicastero negli anni di Milošević.

l’11 marzo 2006 Slobodan Milošević è stato trovato morto nella sua cella nel carcere dell’Aja. Il processo che lo vedeva imputato per crimini contro l’umanità era ancora in corso.

• il 3 giugno 2006 anche l’ultimo tassello della Serbia frantumata da Milošević se ne è andato: in seguito al referendum montenegrino del 21 maggio che ha visto prevalere (55,4 per cento) i voti favorevoli alla secessione, il Montenegro guidato dall’ineffabile Milo Đukanović ha dichiarato la sua indipendenza dalla Serbia, privandola di una storica regione e dello sbocco al mare.

• il 30 settembre 2006 l’Assemblea nazionale (Narodna Skupština) ha approvato la nuova costituzione della Repubblica di Serbia il cui preambolo enuncia un interessante principio generale:

«In considerazione delle tradizioni statuali del popolo serbo e dell’eguaglianza di tutti i cittadini e delle comunità etniche in Serbia, in considerazione inoltre che la provincia del Kosovo e Metohija è parte integrante del territorio della Serbia, che gode di uno status di sostanziale autonomia all’interno dello Stato sovrano della Serbia e che da tale status della provincia del Kosovo e Metohija derivano obblighi costituzionali per tutti i corpi statali al fine di sostenere e proteggere gli interessi statali della Serbia nel Kosovo e Metohija in tutte le relazioni politiche interne ed estere…».[25]

Da tale principio deriva il testo di una costituzione ideologicamente lacerata fin dal primo articolo della prima sezione (Principi Costituzionali):

«La Repubblica di Serbia è uno Stato del popolo serbo e di tutti i cittadini che vivono in esso, basato sullo Stato di diritto e sulla giustizia sociale, sui principi della democrazia civile, sui diritti e sulle libertà dell’uomo e delle minoranze e sull’impegno nei confronti dei principi e dei valori europei [corsivo dell’autore]»[26].

Come contemperare la salvaguardia assoluta della sovranità serba sul Kosovo (e Metohija) con l’impegno nei confronti dei principi e dei valori europei se, in base a quegli stessi principi e valori, fosse un giorno imposto alla Serbia dall’Unione Europea di riconoscere l’indipendenza del Kosovo, pena l’esclusione perpetua dall’ingresso di Belgrado nell’Unione europea?

nel 2007 e 2008 dapprima le elezioni parlamentari e poi quelle presidenziali hanno confermato una solida maggioranza ai partiti moderati guidati dal Partito Democratico, tendenzialmente pro-Europa, e il rinnovo del mandato presidenziale a Boris Tadić.

il 17 febbraio 2008 il Kosovo ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia, con riconoscimento giunto fin dal giorno successivo da Stati Uniti d’America, Regno Unito, Francia e Turchia, quindi dalla Germania (20 febbraio), dall’Italia (21 febbraio) e, fino ad oggi, da centoquattro Stati indipendenti, compresi Albania, Montenegro e tutte le ex repubbliche jugoslave, Australia, Canada, Corea, Giappone, Arabia Saudita e tutti gli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, oltre a Egitto e Israele. Non hanno ancora riconosciuto il Kosovo invece, oltre ai BRICS e altre medie potenze regionali (Algeria, Argentina, Indonesia, Iran, Messico), anche cinque Stati membri della UE: Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia, Spagna.

Alla dichiarazione d’indipendenza del Kosovo è seguita una crisi di governo in Serbia prodotta dalla richiesta del primo ministro Vojislav Koštunica di integrare il contratto di coalizione governativa con un allegato che la impegnasse a proseguire sulla strada del processo di integrazione europea soltanto a patto che fosse riconosciuta la sovranità serba sul Kosovo, così come da dettato costituzionale. Il rifiuto del Partito Democratico e di un altro partito di orientamento moderato di centro-destra e pro-Europa ha costretto Koštunica a dimettersi l’8 marzo e il presidente Tadić ha pertanto sciolto la Skupština e indetto le elezioni anticipate (11 maggio) che hanno visto prevalere la coalizione ZES (Per una Serbia europea) dello stesso Tadić e formare così un governo vicino al presidente.

nel 2012 il vento ha iniziato però a cambiare: il leader nazionalista moderato del Partito Progressista Serbo (SNS), Tomislav Nikolić, ha sconfitto Tadić alle elezioni presidenziali indette quell’anno, mentre alla Skupština è prevalsa una coalizione sostenuta dal Partito Progressista Serbo e guidata dal Partito Socialista di Serbia (SPS) che ha offerto la carica di primo ministro a Ivica Dačić, serbo nativo di Prizren (Kosovo), cresciuto politicamente negli anni Novanta sotto l’ala protettiva di Mirjana Marković.

• nel 2014 le elezioni parlamentari anticipate hanno incoronato vincitrice con il 49,96 per cento la coalizione guidata dal Partito Progressista Serbo, garantendo ad Aleksandar Vučić la carica di primo ministro.

le elezioni presidenziali del 2 aprile 2017 sono state vinte al primo turno dallo stesso Vučić con il 56 per cento dei voti, distaccando il suo principale competitore con quasi 40 punti percentuali.

nel giugno 2020 il Partito Progressista Serbo ha vinto con oltre il 63 per cento le elezioni parlamentari, confermando la carica di primo ministro ad Ana Brnabić (la prima donna, peraltro apertamente omosessuale, a ricoprirla). Le elezioni sono state boicottate dalla maggiore coalizione dell’opposizione progressista e pro-Europa, Alleanza per la Serbia (SZS), guidata dal Partito Democratico, spostatosi nel decennio precedente su posizioni di centro-sinistra, e pertanto sempre più orientato alla difesa dei diritti civili e della comunità Lgbt, in opposizione alle politiche definite autoritarie e nazionaliste del governo e del presidente Vučić.

nel gennaio 2022 un referendum per emendare la Costituzione del 2006, relativamente agli articoli che regolano il funzionamento della Suprema Corte di Cassazione e di altre istituzioni giudiziarie, apportando miglioramenti (almeno secondo le dichiarazioni degli esponenti del governo) nella cornice del processo di adesione all’Unione Europea, ha visto nettamente prevalere i «sì» al progetto governativo. In aprile Aleksandar Vučić è stato rieletto presidente con il 60 per cento dei suffragi.

Nello stesso anno la Serbia si è fatta notare per non aver aderito al pacchetto europeo di sanzioni contro la Federazione Russa, votate in seguito all’invasione dell’Ucraina. Il governo ha mantenuto nei confronti di Mosca un atteggiamento ambiguo, votando comunque le mozioni contro la Russia presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite e in seno al Consiglio dei diritti umani.

nel dicembre 2023 le elezioni parlamentari anticipate hanno apportato una netta vittoria del Partito Progressista Serbo e dei partiti alleati (48 per cento dei voti) contro la principale coalizione di opposizione rappresentata da Serbia contro la violenza[27] (SPN), riunendo partiti liberal-progressisti, tra cui il Partito Democratico, su posizioni nettamente pro-Europa, pro-diritti e ambientaliste, che ha ottenuto il 24,3 per cento dei suffragi. I risultati elettorali sono stati contestati e ne sono scaturisti scontri e disordini, a partire dal 18 dicembre, ridottisi di intensità dopo la prima settimana.

Bilanci e tendenze in atto

Riprendendo l’incipit di questo articolo, si era definita la Serbia «una nazione territorialmente frantumata e politicamente lacerata».

Sarà chiaro adesso perché territorialmente frantumata: se la Serbia è uno stato nazionale, è altrettanto vero che gli eventi prodotti dal collasso della Jugoslavia, aggravati dalla strategia politica ad un tempo sciovinista e autolesionista dell’ex presidente Milošević, ne hanno prodotto una frantumazione territoriale.

Attualmente esistono in effetti tre Stati etnicamente e culturalmente serbi: la Repubblica di Serbia, il Montenegro e la Repubblica Srpska, quest’ultima entità federata della Bosnia-Erzegovina, non indipendente ma che ambisce da anni a staccarsi da Sarajevo.

Il Kosovo è perduto, forse per sempre, e non è neppure certo il destino dell’ormai ridotta minoranza etnica serba nella regione, stimata tra il 4 e il 7 per cento della popolazione complessiva[28], e concentrata prevalentemente a nord, intorno alla cittadina di Mitrovica (Mitrovicë) e nell’alta valle dell’Ibar. Se fino al 1991 il governo di Belgrado estendeva la sua autorità su uno Stato di circa 255 mila chilometri quadrati e con oltre 23 milioni di abitanti, questo Stato si è ridotto a una Jugoslavia-Serbia, tra il 1991 e il 1999, estesa su circa 102 mila chilometri quadrati e con quasi 11 milioni di abitanti, ridottasi ulteriormente in seguito all’occupazione NATO e poi all’indipendenza del Kosovo, oltre alla secessione del Montenegro, alla odierna Repubblica di Serbia, estesa su appena 77.500 chilometri quadrati e con 6 milioni e mezzo di abitanti. La frantumazione territoriale pertanto è evidente.

Politicamente lacerata, inoltre, perché, come è stato scritto, le tendenze politiche in atto vedono espandersi il solco tra una solida maggioranza di governo tiepidamente o, come spesso viene detto, pragmaticamente fautrice dell’ingresso della Serbia nell’Unione europea, sostenuta da un’opinione pubblica altrettanto tiepidamente filo-europea se non anche euroscettica e persino orgogliosamente filo-russa e anti-Unione europea, e una altrettanto consistente minoranza, prevalentemente urbana e mediamente più istruita, che propende invece verso l’inclusione della Serbia nell’Unione europea assieme a un adeguamento della cultura nazionale ai canoni occidentali espressi dai valori fondanti della stessa Unione Europea: rigetto del nazionalismo, sostegno alle istituzioni liberaldemocratiche, all’economia sociale di mercato, alla difesa dei diritti civili compresi quelli di ultima generazione a tutela delle comunità Lgbt, non ultimo una ridefinizione restrittiva delle norme per il porto d’armi.

Nulla di nuovo, se si considera il panorama politico altrettanto lacerato in Polonia, Slovacchia e Ungheria, per citare alcuni Paesi membri dell’Unione europea. Ma da leggersi diversamente se si guarda alla Serbia: una nazione in cui sopravvivono ancora oggi figure collegate al passato regime, alcune delle quali tornate al governo del Paese a partire dal 2012 grazie alle vittorie elettorali inanellate dal Partito Progressista Serbo e dai suoi alleati di governo.

Si è di fronte a un ritorno al passato in piena regola, a prima del 5 ottobre 2000?

In verità c’è chi potrebbe leggere la situazione politica attuale come il tentativo di ricercare una terza via, giustappunto definita pragmatica, perseguendo un equilibrio politico tra il nazionalismo più radicale, incarnato non solo dai partiti della destra estrema ma, caso forse unico in Europa, anche da una storica formazione di sinistra come il Partito Socialista di Serbia (sebbene oggi da posizioni meno oltranziste e anti-occidentali di un tempo), e una svendita dei valori nazionali e della stessa speranza di riaccogliere il Kosovo in seno alla madrepatria, se dovesse prevalere il disegno di inclusione incondizionata nell’Unione europea promosso dai partiti dell’opposizione. Una terza via schiacciata tra fiduciose aperture di credito alla Federazione Russa, mai nascoste dai leader nazionalisti, e un messianico europeismo che guarda con entusiasmo al modello euro-occidentale.

Il pragmatismo dell’attuale terza via sarebbe inteso pertanto a massimizzare i vantaggi e ridurre al minimo gli svantaggi del processo di integrazione, senza dover cedere a umilianti compromessi al ribasso. Dunque sì all’Europa, ma con juicio, senza svendere la propria identità, e sì anche alla Russia, ma senza pendere troppo a favore del Cremlino, dando alla storica amicizia russo-serba un valore più culturale che politico.

Simboleggia molto bene questo atteggiamento la posizione sostenuta dalla Serbia dopo il 24 febbraio 2022. Se, prima di quella data, le relazioni serbo-russe non comportavano alcun imbarazzo da parte delle autorità di Belgrado, dopo l’invasione russa dell’Ucraina la posizione ufficiale è stata quella indicata dal presidente Vučić in una conferenza stampa all’indomani dell’attacco russo. La Serbia, ha detto Vučić, sostiene la pace e il rispetto del diritto internazionale, considera sbagliato violare l’integrità territoriale di qualsiasi Paese, Ucraina inclusa, ma allo stesso tempo non imporrebbe sanzioni alla Russia perché ciò andrebbe contro i propri interessi, aggiungendo inoltre che serbi, russi e ucraini sono popoli affratellati.

Il desiderio di pace in Europa, secondo il presidente serbo, sarebbe massimamente desiderato proprio dal suo Paese che ha sofferto per la guerra in tempi molto recenti[29].

Si potrebbe ritenerlo un neutralismo sincero.

Peraltro va aggiunto che il 2 marzo 2022 la Serbia ha votato a favore della risoluzione che condannava l’invasione russa dell’Ucraina e richiedeva il ritiro delle truppe russe da quel Paese. In tempi più recenti, nel gennaio 2023, il presidente Vučić ha ribadito tale posizione in un’intervista alla televisione polacca TVP World, condannando ancora una volta l’invasione russa dell’Ucraina, sostenendo che per la Serbia la Crimea e il Donbass rimangono ucraini e che sia sbagliato credere che il non aver sottoscritto le sanzioni contro la Russia sia un segno di deferenza verso Mosca, perché il fatto di avere tradizionali buone relazioni non significherebbe sostenere ogni singola decisione che proviene dal Cremlino[30]. Insomma, pragmatismo.

È pur vero che una parte della popolazione serba è più apertamente filorussa, tuttavia la posizione moderata di Vučić non ha impedito alla coalizione guidata dal suo Partito Progressista Serbo (SNS) di ottenere nell’ultima tornata elettorale (17 dicembre 2023) per il rinnovo della Skupština (Assemblea nazionale) il 48,07% dei voti. A sottolineare l’ampio e variegato sostegno all’attuale dirigenza politica vale la pena sottolineare che tra i partiti alleati al Partito Progressista Serbo si ritrovano formazioni eterogenee quali:

• il Partito Socialdemocratico di Serbia (SDPS), su posizioni di centro-sinistra, il cui presidente e fondatore è Rasim Ljajić, di famiglia bosniaco-musulmana e nato egli stesso a Sarajevo, storico oppositore di Milošević e fautore di politiche inclusive per le minoranze etniche;

• il partito dei pensionati Solidarietà e Giustizia (PUPS), mero difensore degli interessi della categoria, attestato su posizioni conservatrici moderate;

• il partito Serbia in salute (Zdrava Srbija, ZS), su posizioni apertamente no-vax e populiste di destra;

• il già citato Movimento per il Rinnovamento Serbo (SPO), ancora oggi guidato dall’anziano Vuk Drašković, attestato sulle consuete eclettiche posizioni, pacifiste, filo-europee e negli ultimi tempi persino a favore della restaurazione della monarchia.

È pur vero che gran parte dei voti sono affluiti al Partito Progressista Serbo (SNS) e solo in minima parte ai partiti alleati. Dei 130 seggi ottenuti sui 250 della Narodna Skupština il Partito Progressista Serbo ne ha avuti 103, appena 6 seggi ciascuno il Partito Socialdemocratico di Serbia e il partito dei pensionati Solidarietà e Giustizia, soltanto 3 i no-vax di Serbia in salute (ZS) e 2 per il Movimento per il Rinnovamento Serbo di Drašković.

Il sogno europeo per la Serbia si allontana?

Di fronte all’avanzata apparentemente incontrastata della “terza via” pragmatica sostenuta dal Partito Progressista Serbo e dal presidente Aleksandar Vučić c’è da essere preoccupati per l’esito del percorso di adesione della Serbia all’Unione Europea?

Sì, secondi i partiti uniti nella colazione di sinistra (Serbia contro la violenza, SPN) che ha affrontato l’ultima tornata elettorale, paventando addirittura rischi per la tenuta democratica del Paese.

Ma l’euroscetticismo in effetti cova sotto le braci già da anni e non si può negare che attualmente sia dominante tra l’opinione pubblica del Paese. La data spartiacque è stata il 2012, quando il presidente europeista Boris Tadić è stato sconfitto elettoralmente da Tomislav Nikolić, il fondatore e leader del Partito Progressista Serbo divenuto primo partito alla Skupština proprio in quello stesso anno. Data spartiacque da un punto di vista storico-istituzionale, ma chiaramente il segnale che il cambio di direzione del vento era già avvenuto da qualche anno.

Riassumendo i fatti più salienti del percorso di integrazione della Serbia nell’Unione europea, si deve risalire senz’altro al Consiglio europeo di Tessalonica, nel luglio 2003, quando fu confermato l’interessamento delle istituzioni europee all’allargamento dei Balcani, con gli stessi criteri di adesione applicati agli Stati dell’Europa centro-occidentale un tempo inclusi nel Patto di Varsavia.

Alla fine del 2004 il commissario europeo per l’allargamento, Olli Rehn, assunse il compito di guidare l’agenda politico-amministrativa per stabilire le tappe del percorso di associazione e, al termine di questo, di ammissione all’Unione europea dei Balcani occidentali[31]. Frattanto, dopo che il 1° gennaio 2007 gli Stati confinanti di Romania e Bulgaria erano entrati a far parte dell’Unione, la Serbia guidata dal presidente Boris Tadić firmava il 29 aprile 2008 l’accordo di stabilizzazione e associazione e un accordo transitorio sul commercio tra il Paese e l’Unione, iniziando ufficialmente il percorso di integrazione.

Nel gennaio di quello stesso anno erano entrati in vigore gli accordi di facilitazione dei visti (valido anche per la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro e l’ex FYROM, oggi Macedonia del Nord). Nel marzo 2012 il Consiglio europeo accordava alla Serbia lo status di membro candidato all’ingresso nell’Unione europea. Da allora sono partiti i negoziati (ma per molti cittadini serbi sono solo interferenze) in merito all’adeguamento della legislazione ai criteri imposti da Bruxelles, suddivisi in capitoli (chapters) di cui quello più delicato rimane probabilmente il 35 in merito alla “normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo”.

Anche se il documento, approvato nel novembre 2015, non cita esplicitamente il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, tuttavia una nota a margine in merito alla definizione di “Kosovo” specifica che

«tale nome non pregiudica le posizioni sullo status ed è in linea con la risoluzione 1244/1999 e con il parere della Corte Internazionale di Giustizia sulla dichiarazione di indipendenza del Kosovo», entrambi favorevoli[32].

Si tratta con tutta evidenza, sebbene nascosto nelle pieghe del linguaggio brussellese, di un riconoscimento implicito dell’indipendenza del Kosovo da parte dell’Unione Europea.

Alla Serbia presumibilmente solo in via provvisoria sarà concesso di ritenere il Kosovo un corpus separatum che si autoamministra e con il quale il governo di Belgrado è costretto a raggiungere intese su singole questioni. Prima o poi il grande passo sarà fare accettare alla Serbia il riconoscimento dell’indipendenza.

Ad ogni buon conto se il processo di integrazione della Serbia nell’Unione non può dirsi in alto mare, nemmeno può dirsi che sia sul punto di arrivo, a meno che, per ragioni geopolitiche, venga impressa un’accelerazione. Ma se anche tale accelerazione fosse impressa dalle istituzioni europee, il grande ostacolo all’ingresso potrebbe essere rappresentato proprio dal Kosovo, giacché diversi sondaggi d’opinione compiuti in Serbia entro l’anno 2018 confermano che la rinuncia alla sovranità serba sulla regione sarebbe vista come una vera e propria “linea rossa” da non attraversare[33].

Se anche si addivenisse a un riconoscimento estorto alla Serbia in cambio dell’ingresso immediato nell’Unione europea, dal giorno successivo scoppierebbe probabilmente a Belgrado una rivoluzione.

Si aggiunga al quadro un dato di una certa rilevanza: a partire dalla metà del primo decennio dell’attuale secolo il supporto per l’integrazione del Paese nell’Unione ha raggiunto i minimi storici. Si è passato dal 61 per cento di opinioni positive nel 2006, al 44 per cento nel 2010 fino al 29 per cento del 2018, il dato più basso in tutti i cosiddetti “Balcani occidentali” (Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia)[34].

A fare da detonatore al disincanto sono stati diversi fattori. Al di là della pregiudiziale sul Kosovo, accresciutasi d’importanza dopo la dichiarazione d’indipendenza dalla Serbia (17 febbraio 2008), hanno pesato alcuni fattori esterni e interni. Tra i primi la crisi economica e finanziaria del 2007-2008, che ha apportato danni alle economie di tutti i Balcani occidentali, profondamente integrate con quelle dei Paesi dell’Unione europea e per certi versi da esse dipendenti. L’ondata di disoccupazione prodottasi in seguito è infine lentamente rientrata (arrivò a toccare in Serbia il 25,5 per cento nel 2012, per poi scendere sotto il 15 per cento nel 2018 e attestarsi intorno al 9,5-10 per cento dalla seconda metà del 2022[35]), ma ha lasciato un senso di sfiducia verso i benefici economici dell’integrazione.

A questo si è aggiunta la pessima immagine prodotta dall’Unione europea in tutti i Balcani occidentali per il trattamento inflitto alla Grecia (un Paese, tra l’altro, cristiano ortodosso come quasi tutti gli Stati della regione) nella fase più acuta della crisi del debito pubblico di quel Paese. Tragedia prodotta per responsabilità degli stessi greci, ma aggravata (anche agli occhi dei serbi) dalle dure politiche di austerità imposte, tra gli altri, dalle istituzioni europee[36].

Tra i fattori interni, invece, vanno annoverati i pregiudizi, neanche troppo infondati, che molti cittadini serbi nutrono nei confronti dei più influenti Paesi membri dell’Unione europea (tutti euro-occidentali) e delle istituzioni europee stesse. A essere imputato è un certo atteggiamento paternalistico, enfatizzato dai metodi tecnocratici brussellesi e dai criteri adottati per i processi di riforma dello Stato, nonché dai tempi sempre più allungati per l’ingresso nell’Unione europea, tanto da far ritenere già nel 2014 a una gran parte dei cittadini serbi che il loro Paese non sarebbe mai stato accettato nell’Unione a prescindere dall’adeguamento ai criteri richiesti. Sentimento comune a molti cittadini dei Balcani occidentali, critici

«nei confronti di un versione preconfezionata dell’Europa che li relega a “oggetti” dell’europeizzazione e a target passivi di valori e strutture provenienti dal centro europeo»[37].

A questo stato di cose si ricollegano i rischi, anch’essi oggettivamente concreti, relativi alla paura di perdita dell’identità, a vantaggio di una europeizzazione marcatamente occidentale, basata su valori che divergono da quelli della società tradizionale serba.

Nel caso della Serbia peraltro non va sottovalutato che non tutti hanno dimenticato che i bombardamenti della NATO vennero attuati anche da diversi Stati europei occidentali. E da questo si ritorna al nodo principale, quello del Kosovo, connesso strettamente alla paura della perdita di identità[38].

Ma da questa paura di perdita dell’identità si arriva a toccare, verrebbe da aggiungere, anche il timore di non poter più vedere ricostituita la Serbia come Stato unitario comprendente non solo il Kosovo, ma anche il Montenegro e la metà della Bosnia-Erzegovina a maggioranza etnica serba (la Repubblica Srpska riconosciuta dall’accordi di Dayton), stando al dettato europeo e occidentale di preservare a ogni costo i confini fra gli Stati così come sono, pur con l’obiettivo di renderli di fatto invisibili. Il timore di fare un passo che si rivelerebbe fatale per la causa dell’unità nazionale deve pesare anch’esso sullo scetticismo dei serbi nei confronti dell’Unione europea.

Non si dimentichi il motto che è inscritto nello stesso stemma nazionale, lo scudo di San Sava (il fondatore della Chiesa ortodossa serba e figlio di quello Stefano Nemanja che divenne il primo sovrano del Regno serbo medievale) con sovrimpresse quattro lettere C (la S in cirillico) che simboleggiano la frase Samo Sloga Srbina Spasava: «solo l’unità salva i serbi».

Le proteste del dicembre 2023

E gli “euroentusiasti” serbi?

Si sono pesati elettoralmente il 17 dicembre 2023 nell’ambito della coalizione antigovernativa “Serbia contro la violenza” (SPN), ottenendo il 24,3 per cento dei suffragi. Si è trattato di una coalizione formata da una galassia di partiti di cui il principale, il Partito della Libertà e della Giustizia, ha ottenuto appena 16 seggi sul totale dei 65 a essa assegnati dal risultato elettorale. Tra essi anche il “glorioso” ma decaduto Partito Democratico, passato attraverso più di una crisi interna e faticosamente ripresosi dopo il boicottaggio elettorale del 2020.

Se non che il risultato delle elezioni è stato contestato da osservatori dell’OSCE e da diverse Ong e, a partire dal giorno successivo, sono iniziate una serie di proteste e dimostrazioni antigovernative. A essere oggetto di rimostranza sono stati in particolare

«l’uso improprio di risorse pubbliche, la mancanza di separazione tra le funzioni ufficiali e le attività di campagne elettorale, nonché le intimidazioni e pressioni sugli elettori, compresi casi di acquisto di voti»[39].

Invero le principali critiche sono rivolte non tanto al funzionamento del meccanismo elettorale (con l’eccezione di alcune irregolarità), quanto per le modalità con le quali sono state bandite le elezioni e per come si è svolta la campagna elettorale. Si è trattato, in effetti, delle terze elezioni anticipate in quattro anni, indette plausibilmente per volontà dello stesso presidente serbo al fine di garantire al suo partito sempre maggiori margini di manovra nella Skupština.

Secondo il capo della missione di osservazione dell’OSCE, il presidente Aleksandar Vučić ha controllato per intero il processo elettorale e inoltre, come si è letto sulle conclusioni preliminari del rapporto,

«l’uso del suo nome da parte di una delle liste di candidati, insieme alla parzialità dei media, ha contribuito a creare un campo di gioco non uniforme». Tanto che «il dominio del presidente nella campagna elettorale ha dato al suo partito un vantaggio ingiustificato»[40],

con l’aggravante che Vučić non risultava neppure candidato in nessun collegio e per nessun partito.

Peccati veniali, verrebbe da pensare, stando la schiacciante maggioranza della popolazione serba che lo sostiene. Di fatto con l’attuale clima politico ogni partita elettorale, quand’anche fosse convocata alla regolare scadenza della legislatura, sarebbe inevitabilmente un gioco ad uso interno, volto a garantire al partito di governo maggior numero di seggi a scapito dei partiti alleati, mentre le opposizioni si troverebbero relegate a un ruolo di comparse, con l’unica ambizione di strappare qualche inutile seggio in più in parlamento.

Senz’altro non un bel viatico per una sana politica dell’alternanza.

E proprio per questa evidente anomalia è scesa in campo il ministro degli esteri della Germania, Annalena Baerbock, che ha definito questo stato di cose

«inaccettabile per un Paese con lo status di candidato all’Unione europea»,

laddove invece la Commissione europea, con una più diplomatica nota congiunta dell’alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e del commissario per la Politica di vicinato e l’allargamento, l’ungherese Olivér Várhelyi, ha auspicato che

«le denunce di irregolarità siano seguite in modo trasparente dalle autorità nazionali competenti»[41].

Tuttavia, proprio per le ragioni summenzionate, è difficile non vedere nell’attuale solido equilibrio politico l’anomalia prodotta tanto dall’invidiabile consenso ottenuto fino ad oggi da Vučić e dal Partito Progressista Serbo (SNS), quanto dallo schiacciamento delle opposizioni su un programma di integrazione europea che appare di anno in anno meno allettante per gran parte dell’opinione pubblica.

Le irregolarità ci sono senz’altro state, la sovraesposizione di Vučić è evidente e incontestabile, ma le violente proteste che si sono avute dal 18 dicembre scorso dimostrano soprattutto l’impotenza di un’opposizione che non è più in grado di parlare a tutto il Paese e che si è trincerata dietro a un muro di valori occidentalizzanti che fanno breccia ormai quasi solo tra l’elettorato della capitale, soprattutto tra i giovani e i laureati.

Di fronte a tutto questo, pur davanti a tattiche politiche che non potremmo esimerci dal definire tipicamente “balcaniche” (comprese le proteste inscenate da un’opposizione in grado ormai solo di farsi sentire attraverso le piazze), quale potrebbe essere la soluzione più adatta a delegittimare ulteriormente l’opposizione al partito di governo e al presidente attualmente in carica, se non quella, da parte di alcuni Paesi europei che si ergono in cattedra a dare lezioni di democrazia, di indicare l’attuale compagine politica serba come “inaccettabile” per un Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea?

Dimenticando i nodi ancora oggi irrisolti, primo fra tutti quello del Kosovo, e soprattutto l’orgoglio nazionale serbo e la particolare sensibilità di quel popolo nei confronti delle critiche e del paternalismo che vengono dall’Ovest. Non c’è che dire: il modo migliore per garantire a Vučić e al Partito Progressista Serbo un altro decennio almeno di predominio assoluto, avvicinando ancor più Belgrado a Mosca.

L’asse Mosca-Istanbul-Dubai, passando per Gaza

Perché naturalmente, di fronte a questi segnali di destabilizzazione, il Cremlino non poteva che festeggiare. E in effetti la sua voce si è fatta sentire, già dal 25 dicembre 2023, attraverso il portavoce del presidente Vladimir Putin, l’ormai noto Dmitrij Peskov, e l’altrettanto nota portavoce del ministero degli Affari esteri della Federazione Russa, Marija Zacharova, i quali hanno denunciato come negli scontri di piazza a Belgrado ci sia la mano dell’Occidente.

Le stesse considerazioni sono state indirettamente fatte proprie dal presidente serbo Aleksandar Vučić e dall’attuale primo ministro ancora in carica Ana Brnabić, che hanno accusato la protesta di essere una prova generale di una “Maidan” serba, con riferimento al noto movimento di protesta Jevromajdan, inscenato nella capitale dell’Ucraina tra il novembre 2013 e il febbraio 2014, che provocò le dimissioni del presidente filorusso Viktor Janukovyč[42].

E così mano a mano che l’influenza dell’Europa occidentale va scemando nel Paese balcanico, salgono le azioni di Mosca, da sempre nume tutelare della Serbia (alle pressioni e all’intervento militare della Russia, nel XIX secolo, la Serbia deve di fatto l’indipendenza) e che è presente nel Paese con importanti attività finanziarie e commerciali, non ultima la partecipazione al 56,5 per cento nella compagnia petrolifera statale Nafta Industrija Srbije e la presenza di una zona di libero scambio con la Federazione Russa, unico caso fra gli Stati europei esterni all’area che fu di influenza sovietica. Russia che con la Serbia ha firmato nel 2013 un accordo di cooperazione militare e il cui presidente, Vladimir Putin, in occasione dei festeggiamenti a Belgrado dei settant’anni dalla liberazione della città dalle truppe di occupazione naziste per mano dell’Armata rossa, nell’ottobre 2014, sostenendo la posizione serba in merito al Kosovo che ne disconosce l’indipendenza aggiunse essere quella russa «una posizione di principio non suscettibile di rettifiche»[43].

In tale contesto si riavvicina a Belgrado anche Ankara, un po’ per solidarietà degli autocrati nei confronti di un loro simile (che poi, al momento, Vučić non sia un autocrate è un altro discorso) e per reazione ai disordini di massa (il ricordo delle proteste di Gezi Parkı, nel 2013, turba ancora il sonno del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan), un po’ per una politica di lungo corso nei confronti dei Paesi balcanici già ottomani che da tempo sta dando i propri frutti. Nel caso della Serbia grava sulle relazioni fra i due Paesi il problema del Kosovo, la cui classe politica indipendentista è da tempo supportata dal governo turco, ma nel complesso sono più i vantaggi di natura economico-commerciale a pesare positivamente sulle relazioni diplomatiche che i dissensi in merito alla questione kosovara[44].

E infine gli Emirati Arabi Uniti. Perché nella partita ci sono anche loro, in veste in questo caso puramente economico-finanziaria. Ma molto visibile per chiunque visiti Belgrado ove, sulla riva destra della Sava, alle spalle della vecchia stazione ferroviaria e sul terreno dove un tempo era lo scalo merci, va sorgendo Beograd na vodi (Belgrado sull’acqua), detto anche Belgrade Waterfront, un grande e avveniristico complesso residenziale, commerciale e finanziario ispirato alle consuete moderne architetture influenzate da un rigoroso design, la cui costruzione è iniziata a partire dal 2015 dopo che, già nel 2012, l’allora principe ereditario dell’Emirato di Abu Dhabi, Muḥammad bin Zāyid Ān-Nahyān, e il fondatore e amministratore della compagnia immobiliare Emaar Properties, Muḥammad bin Ali Āl-Abbar, si erano incontrati a Belgrado per illustrare alle gongolanti autorità governative serbe il progetto dell’intero complesso.

Fiore all’occhiello dell’insieme, la Kula Beograd (Torre Belgrado), un grattacielo di 168 metri, il secondo più alto dei Balcani, inaugurato nel 2023. Interessante, visti i recenti sviluppi nello schiacchiere mediorientale, annotare un dettaglio: il responsabile di Fatah a Gaza tra il 2006 e il 2007 e duro repressore del movimento islamista Hamas, Muḥammad Dahlan, dopo l’espulsione dal partito (2011) sotto l’accusa, tra l’altro, di essere responsabile della morte per avvelenamento di Yāsser ʿArafāt, si trasferì negli Emirati Arabi Uniti avvicinandosi al principe Muḥammad bin Zāyid Ān-Nahyān, salito al trono nel 2022. Di lì a poco fu cooptato ad assistere gli investimenti emiratini nei Balcani e acquisì la cittadinanza serba, contribuendo egli stesso in prima persona alla riuscita del progetto immobiliare Beograd na vodi[45].

Lasciando Belgrado in direzione dell’Italia (e dell’Europa occidentale) si deve necessariamente attraversare la Sava sul Brankov Most o sul Most “Gazela”, i due ponti (il secondo è il viadotto sul quale transita l’autostrada per Zagabria) che uniscono il centro della città ai quartieri di Novi Beograd, trionfo dell’architettura razionalista in salsa socialista degli anni di Tito.

Che si attraversi la Sava sull’uno o sull’altro, corre parallelo ed esattamente in mezzo a entrambe le strade che si dipartono dai ponti un grande viale alberato fiancheggiato da blocchi di intensivi degli anni Sessanta e Settanta, noto un tempo come bulevar AVNOJ (con riferimento all’acronimo del “Consiglio Antifascista di Liberazione Popolare della Jugoslavia”), oggi chiamato invece bulevar Zorana Đinđića, dedicato al coraggioso primo ministro che seppe opporsi alla čaršija del regime di Milošević che agiva ancora nell’ombra e che per questo pagò con la vita.

Oggi forse si assiste al consolidamento dell’ultima riedizione della čaršija, questa volta di un governo oligarchico gravitante attorno al presidente Aleksandar Vučić e al Partito Progressista Serbo (SNS). Ma la via per l’Europa, come per puro caso ricorda anche l’odonomastica della stessa capitale serba, è ancora oggi legata indissolubilmente alla memoria e all’esempio di Zoran Đinđić.


[1] Jože Pirjevec, Serbi, croati, sloveni. Storia di tre nazioni, Bologna, Il Mulino, 1995, 193 p.  Citiamo dalla terza edizione del 2015, 225 p. [la citazione è alla p. 35].

[2] Ivi, pp. 104-105

[3] Ivi, p. 170 e pp. 174-175.

[4] Ivi, p. 50.

[5] Ivi, p. 66.

[6] Nicole Janigro, L’esplosione delle nazioni. Le guerre balcaniche di fine secolo, Milano, Feltrinelli, 1993, 216 p. [citazione alla p. 84].

[7] Jože Pirjevec, Serbi, croati, sloveni, op.cit alla nota 1, p. 138.

[8] Nicole Janigro, L’esplosione delle nazioni, op.cit. alla nota 6, pp. 80-82.

[9] Ivi, pp. 83-84.

[10] Ivi, pp. 88-89.

[11] Ibidem.

[12] Jože Pirjevec, Serbi, croati, sloveni, op.cit. alla nota 1, pp.75-79.

[13] Ivi, pp. 80-81.

[14] Georges Castellan, Histoire de l’Albanie et des Albanais, Crozon, Éditions Armeline, 2002; trad. italiana, Storia dell’Albania e degli Albanesi, Lecce, Argo, 2012, 224 p. [citazione alle pp. 153-154].

[15] Jože Pirjevec, Serbi, croati, sloveni, op.cit. alla nota 1, p. 82.

[16] Nicole Janigro, L’esplosione delle nazioni, op.cit. alla nota 6, pp. 121-123.

[17] Serbeze Haxhiaj, “Investigating Arkan: How Serbian Warlord’s Death Ended Kosovo Murder Probe”, BalkanInsight, 15 gennaio 2024. https://balkaninsight.com/2024/01/15/investigating-arkan-how-serbian-warlords-death-ended-kosovo-murder-probe/.

[18] “Bivši šef policije: Milo Đukanović stoji iza ubistva ministra Bulatovića?”, Vidovdan.org, 27 dicembre 2021. Cf. https://vidovdan.org/info/bivsi-sef-policije-milo-djukanovic-stoji-iza-ubistva-ministra-bulatovica/.

[19] Nel giugno 2000 anche Vuk Drašković era stato oggetto di un tentativo di assassinio a cui riuscì a sfuggire. Qualche anno dopo il primo ministro serbo Zoran Đinđić avrebbe rivelato a Carla Del Ponte, allora Procuratore capo del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (1999-2007), che anche in quel tentativo sarebbe stato implicato direttamente Milošević, intenzionato a sbarazzarsi degli avversari politici più scomodi. Cfr. Carla Del Ponte, La caccia. Io e i criminali di guerra, Milano, Feltrinelli, 2008, 416 p. [citazione alla p. 117].

[20] Jože Pirjevec, Serbi, croati, sloveni, op.cit. alla nota 1, p. 83.

[21] Gli eventi e i suoi retroscena sono accuratamente riscostruiti in: Carla Del Ponte, La caccia, op.cit alla nota 19, pp.115-133.

[22] Jože Pirjevec, Serbi, croati, sloveni, op.cit. alla nota 1, p. 84.

[23] Carla Del Ponte, La caccia, op.cit alla nota 19, p. 118.

[24] Jože Pirjevec, Serbi, croati, sloveni, op.cit. alla nota 1, p. 84.

[25] Traduzione dell’autore tratta dalla versione in lingua inglese della Costituzione della Repubblica di Serbia (2006), dal sito internet: http://www.parlament.gov.rs/upload/documents/Constitution_%20of_Serbia_pdf.pdf.

[26] Ibidem

[27] Il nome della coalizione, Srbija protiv nasilja (Serbia contro la violenza), non è una denuncia contro una presunta violenza di Stato a ogni evidenza inesistente, ma è nato all’indomani di due noti fatti di cronaca, primo fra tutti la sparatoria nella scuola elementare di un quartiere residenziale del centro di Belgrado, il 3 maggio 2023, da parte di uno studente tredicenne, che ha provocato 10 morti (nove dei quali bambini) e sei feriti. Il giorno successivo in due villaggi non molto distanti da Belgrado sono state uccise da un ventenne altre nove persone nel corso di una sparatoria. I due eventi, totalmente scollegati fra loro, sono tuttavia assurti a emblema di un carattere nazionale, quello dell’abitudine a maneggiare armi, che i liberal-progressisti serbi intendono eradicare, consapevoli dell’ampia diffusione di armi da fuoco, stimate in 39 ogni 100 abitanti. Un dato molto distante dalle 120 ogni 100 abitanti negli USA, ma pur sempre il dato più alto in Europa.

[28] La maggioranza dei serbi del Kosovo ha boicottato il censimento del 2011, pertanto esistono solo stime in merito alla reale consistenza della popolazione serba ancora oggi residente nella regione. Una stima della ONG kosovara European Centre for Minority Issues in Kosovo riteneva che nel 2013 risiedessero ancora nella regione circa 146 mila serbi, pari al 7,8 per cento della popolazione del Kosovo:

https://web.archive.org/web/20170116165216/http://www.ecmikosovo.org/uploads/Serbcommunity1.pdf.

[29] Saša Dragojlo, “Serbia Supports Ukraine’s Sovereignty But Opposes Sanctions on Russia, Vučić Says”, BalkanInsight, 25 febbraio 2022. https://balkaninsight.com/2022/02/25/serbia-supports-ukraines-sovereignty-but-opposes-sanctions-on-russia-vucic-says/.

[30] https://www.ukrainianworldcongress.org/serbian-president-crimea-is-ukraine-and-donbas-is-ukraine/.

[31] Roberto Belloni, I Balcani dopo le guerre. Ascesa e declino dell’intervento internazionale, Roma, Carocci, 2022, 256 p. [citazione alla p.114].

[32] https://data.consilium.europa.eu/doc/document/AD-12-2015-INIT/en/pdf.

[33] Roberto Belloni, I Balcani dopo le guerre, op.cit. alla nota 31, p. 175.

[34] Ivi, pp. 164-165.

[35] https://tradingeconomics.com/serbia/unemployment-rate.

[36] Roberto Belloni, I Balcani dopo le guerre, op.cit. alla nota 31, pp. 170-171.

[37] Ivi, pp. 172-174.

[38] Ivi, pp. 174-176.

[39] Federico Baccini, “Al vaglio dell’Ue brogli, pressioni e ‘vantaggi sistematici’ del partito di Vučić alle elezioni in Serbia”, Euronews, 19 dicembre 2023. https://www.eunews.it/2023/12/19/elezioni-serbia-vucic-brogli-osce-ue/

[40] Ibidem

[41] Ibidem

[42] Saša Dragojlo, “Serbian Students Blockade Government Ministry, Protesting ‘Election Theft’”, BalkanInsight, 29 dicembre 2023. https://balkaninsight.com/2023/12/29/serbian-students-blockade-government-ministry-protesting-election-theft/.

[43] Roberto Belloni, I Balcani dopo le guerre, op.cit. alla nota 31, p. 179.

[44] Si veda, ad esempio: Mehmet Uğur Ekinci, “Perché la Turchia è potenza balcanica”, Limes, 7/2023, pp. 221-226.

[45] Francesco Battistini, “«Mi manca l’amico Tony Blair». Sognando la Belgrado stile Dubai”, Il Corriere della Sera, 30 luglio 2015. https://www.corriere.it/esteri/15_luglio_30/mohammed-dahlan-ex-delfino-arafat-belgrado-stile-dubai-2a3b731e-3687-11e5-99b2-a9bd80205abf.shtml.

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