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Democrazia Futura. Quando Rossana Rossanda imparò a parlare alla radio

Concludiamo la pubblicazione del numero zero di DEMOCRAZIA FUTURA, promossa dall’Associazione “Infocivica – Gruppo di Amalfi” e diretta da Giampiero Gramaglia, con le prime “rubriche”, che vogliono essere un vero e proprio tessuto connettivo fra i vari numeri della rivista.
Oggi pubblichiamo la seconda rubrica “Album di famiglia”.

Dall’Album di famiglia di una giornalista femminista.

Ho avuto un grande privilegio: per alcuni anni ho frequentato Rossana Rossanda in modo assiduo. Lavoravamo insieme nella sua abitazione di via San Valentino, talora di sera fino a tardi e spesso lei mi tratteneva a dormire lì nella sua casa. 

Perché tanto interesse? Era per me?

Il fatto è che io le portavo due temi dei quali poco o nulla sapeva e lei voleva sempre sapere TUTTO. 

Le portavo Donne e Radio. Facevo infatti allora una trasmissione su Radio3 che aveva come oggetto l’analisi della nuova cultura femminista. Un grande movimento di donne e una nuova cultura che inquietava la Sinistra. E però, come ci disse Camilla Ravera quando Rossana e io, con il mio Nagra a tracolla, andammo a intervistarla: “Antonio (Gramsci) mi disse: quando vedi grandi cortei di popolo alzati in piedi e poi cerca di capire prima di giudicare. E io ho visto passare sotto le mie finestre fiumi di ragazze…” 

La grande dirigente comunista ci dette così la linea, ma Rossanda non era da meno, lei voleva capire senza arroganza e senza supponenza. Si interrogava con me fino a notte tarda sugli slogan, sui modi di fare e dire. “Facciamole venire in studio le leader e parliamoci”. Ma le invitava a casa una per una e faceva loro da mangiare, poi quando l’ospite andava via si dilungava con me, si interrogava fino allo sfinimento (mio). 

Interrogava le femministe, note e meno note: anzi, mi spediva a intervistare, o a far intervistare le ragazze qualsiasi, si dilungava al telefono da studio soprattutto con loro. Non mostrò mai alcun interesse per le donne dei partiti, dirigenti o no che fossero. Io ero del tutto d’accordo con lei. L’eccezione fu Camilla Ravera. Fu un incontro cortese, stile Torino 1910, ma appena possibile la Ravera mi sussurrò: “Torna senza questa qui”.

Tutt’altro il clima con Adriana Zarri. Andammo a trovare la teologa nel suo eremo in Piemonte e Rossana era del tutto attenta alle parole della Zarri e la Zarri era sorpresa e commossa delle attenzioni dell’importante intellettuale comunista. Le due eretiche si intendevano tra loro, pensai. Rossana non si interessò mai alle socialiste, alle comuniste, alle democristiane e alle radicali. Pensate che ci fu perdonato sia a lei che anche a me?

La sua serie più bella di trasmissioni (una alla settimana) si chiamò ‘Le parole della politica’. Lei affinò un bisturi e sottopose le parole della politica tradizionale alla critica stringente e corrosiva del neo-femminismo, usava me in studio come interlocutrice di un’altra generazione e, oltre tutto, non comunista. Esercitava il suo stringente discernimento con rara onestà intellettuale. Imparai da lei tutto: imparai la politica, l’analisi attenta, divenni con lei (e con Enzo Forcella, nostro sponsor appassionato) una vera giornalista.

Da parte mia nei pomeriggi prima delle trasmissioni, la interrogavo sull’oggetto della sua analisi, come avrei poi fatto il giorno dopo in diretta. Mi rispondeva usando parole difficili con argomenti e un periodare da articolo colto stile Manifesto e dintorni. Ma io non ci stavo, le dicevo spesso mentendo: “Non capisco”. Imparò così a parlare alla radio. Le piacque da morire e me ne fu grata.

Da quella serie di trasmissioni e dai nostri dialoghi radiofonici scaturì un libro pubblicato da Bompiani (1) e tradotto subito in cinque lingue. Vorrei aggiungere che alcune classi di qualche scuola nell’ora settimanale della trasmissione sospendevano la lezione per ascoltarci.

Lei, io e altre (Biancamaria Frabotta, Luisa Boccia, Manuela Fraire…) fondammo nel 1981 una rivista Orsa Minore, che non ebbe vita lunga. Eravamo agli inizi degli Ottanta e il clima politico era cambiato, il neo femminismo rifluiva o si acconciava nei partiti per sopravvivere e noi ne risentimmo. Io fui cancellata con un colpo di spugna, accusata da Adriana Seroni, nel bel mezzo di una festa de l’Unità, di praticare “una politica anticomunista”. 

Tutto contribuiva a disgregarci: io, assolutamente ‘legalitaria’ come Rossanda mi definiva, ebbi un colpo duro quando mi accorsi della sua comprensione e vicinanza, in nome di un malinteso garantismo, a personaggi che una Sinistra a me del tutto estranea definiva ‘i compagni che sbagliano’. Ne fui molto colpita, ma con lei tacqui. Del resto che dirle? Capii allora con dolore, ma anche con chiarezza che c’era tra me e lei un muro invalicabile, che io appartenevo a un’altra storia.

Osai poi disobbedire a Rossana su una questione più personale e certamente di minor rilievo.

Ma non si disobbedisce a una Regina.

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