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Democrazia Futura. Patria e Nazione

Stefano Rolando

Stefano Rolando analizza gli effetti della derubricazione del termine ‘Paese’ sostituito nel lessico del governo di Giorgia Meloni con ‘Nazione[1]‘ per definire “l’insieme tra territorio e comunità amministrata da quel governo”, prima di denunciare le “[…] strumentalizzazioni. Sia riguardanti il Risorgimento, sia riguardanti la Resistenza, cioè i passaggi fondanti la legittimità della nostra indipendenza nazionale. Ma intanto tra destra e sinistra si sono rovesciati i copioni”. Dietro questo spregiudicato tentativo di recupero da parte della “leader del costituendo partito dei Conservatori”, – conclude Rolando – “quello che manca all’appello è un terreno di confronto politico vero sulle parole ‘patria’ e ‘nazione’.

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Giorno dopo giorno assistiamo all’avveramento di una promessa.
All’origine sembrava un’impuntatura.

Giorgia Meloni, assunto l’incarico più rilevante della politica italiana, cioè la guida del governo, ha con sottolineatura enfatica, retorica, pedagogica, derubricato la parola “Paese”, gramscianamente cara alla sinistra italiana. E assunto, per definire l’insieme tra territorio e comunità amministrato da quel governo, l’espressione “Nazione”, senza omettere una volta – nelle parole e negli atti – di tener fede a questa impostazione.

Proverò anche a dire che lo svolgimento di questo tema potrebbe farci vedere oggi una dinamica in due tempi: il primo tempo, dal successo elettorale fino alla inopinata idea di Giorgia Meloni (o di qualcuno da individuare) di fare seduta di governo e conferenza stampa a Cutro dopo la tragedia di 73 bare restituite dal mare. Il secondo tempo, dopo questo evento. Ma il cenno al riguardo lo farò solo alla fine. Dovendo prima parlare d’altro.

Tornando dunque all’espressione “Nazione”, per alcuni versi è difficile protestare.

Che cos’è, nell’evoluzione della storia, quell’insieme tra territorio legittimamente proprio e comunità democraticamente governata se non una “Nazione”?

La cui unità si è raggiunta non in un mese o in un anno, ma nei secoli e in particolare dalla prima guerra di indipendenza (1848-1849) alla prima guerra mondiale (1915-1918), un arco di settanta anni.

Il punto è che il Novecento ha registrato prima lo scontro tra le Nazioni e gli Imperi (appunto la prima guerra mondiale), in cui tre Imperi sono stati sciolti – quello austro-ungarico, quello russo e quello ottomano. Ma da lì in poi, prima di tutto per la deviazione nazionalistica e autoritaria dell’Italia poi, dieci anni dopo, per la svolta nazionalsocialista (cioè nazista) e totalitaria della Germania, lo scontro è stato, con rilievo mondiale, tra nazioni cosiddette autoritarie e nazionaliste e nazioni cosiddette democratiche (ben inteso Russia sovietica a parte, ma in campo perché attaccata a fondo dalla Germania) e per lo più con regimi plurali.

Da quel momento la parola “Nazione” è stata guardata con maggiore sospetto.

Si è sempre voluto distinguere Nazione da Nazionalismo e tutta la costruzione della nuova Europa è avvenuta mettendo insieme Paesi che volevano restare nazioni ma non nazionalisti, appunto perché tesi a superare le barriere e – creando mercato, valori, culture, lingue, consumi, diritti e moltissime norme comuni – tesi a cementare un rapporto di pace mai avuto nel corso dei secoli.

Una garanzia in un cui si sono formate quasi tutte le generazioni ora viventi nel continente. Quindi un valore enorme.

Questa conquista ha la sua forma istituzionale con i Trattati di Roma del 1957, ma in realtà aveva il suo principio generatore nella CECA (la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (istituita con il Trattato di Parigi del 1951, per il quale gli storici rivali e nemici, la Francia e la Germania, non si sarebbero fatti più la guerra semplicemente perché senza il carbone e l’acciaio nessuno avrebbe avuto sviluppo ma la regola stabilita era che una facesse il carbone e l’altra l’acciaio).

E la conquista raddoppia quando cade il muro di Berlino e gli Stati (diciamo pure le nazioni) che era rimaste impigliate nella rete di asservimento alla Russia sovietica, scelgono di stare nel patto che darà vita all’Unione europea a 28 paesi, con l’uscita purtroppo nel 2016 della Gran Bretagna per sue ragioni storiche e per un successo interno nazionalistico rispetto alla volontà europeista.

Chi ha continuato a dichiararsi “nazionalista” – diciamo le cose come stanno – non ha mai molto amato questa Europa, inevitabilmente in crescita armonizzando competenze tra i suoi membri, non facendo il notaio di qualche scambio commerciale.

E in Italia, in più, ha guardato sempre con benevolenza al passato autoritario, anche quello del fascismo, con una serie di argomenti che hanno spesso sfiorato l’incostituzionalitàMussolini ha fatto anche cose buone, i treni andavano in orario, abbiamo creato un impero con le colonie, le paludi malariche sono state prosciugate, eccetera.

Ma, appunto, ha sventolato la bandiera della Nazione con questi risvolti involuti e retrogradi.

E tuttavia c’erano anche altre forze in campo, di vario genere e vario pensiero – dal pensiero liberale, al pensiero cattolico, al pensiero socialista, fino a comprendere anche radicali e anche ambiti di quello che fu il Partito Comunista che ha avuto attenzioni ai caratteri nazionali unitari – che non avevano affatto in odio la parola “Nazione”. Ma la declinavano di più con le autonomie interne, con l’Europa, con il Mondo. Insomma, una fierezza storica ma protesa a un mondo senza le divisioni di un tempo.

Dunque forze che rispettavano la storia, la rivendicavano all’interno di tutti i filoni culturali riconosciuti dalla Costituzione, con eroi, martiri, servitori di cause giuste, assai diversi ma tutti accomunati in un sentimento per decenni mai perduto: l’amor di Patria.

Se un giorno – dopo aver tenuto gli occhi troppo chiusi – ci si sveglia e si sente che è Giorgia Meloni a invocare Mazzini e Garibaldi e se in tutti gli altri – largamente nella comunicazione di molti politici – se ne sente parlare solo perché identificano vie, piazze, scuole o ospedali ma non più valori civili e sociali condivisi, beh in quel giorno è cominciata quella che chiamo una storia politica asimmetrica riguardante le parole patria e nazione

Questo caso non è tanto diverso da quello che per molto tempo si è detto anche della Resistenza, che pur essendo stata storia, esperienza e testimonianza di comunisti, azionisti, socialisti, cattolici, liberali, monarchici e soldati delle nostre Forze Armate in forma politicamente indipendente, si è troppe volte vista raccontare da una storiografia che valorizzava alcune storie e non altre. La critica per molti anni ha riguardato i comunisti che tuttavia, va ricordato, vantavano il maggior numero di caduti in nome di quelle lotte per la libertà e l’indipendenza.

Insomma, rileggere la stessa Costituzione ci metterebbe ancora nelle condizioni di disporre di modi per evitare queste strumentalizzazioni. Sia riguardanti il Risorgimento, sia riguardanti la Resistenza, cioè i passaggi storici fondanti la legittimità della nostra indipendenza nazionale. Ma intanto tra destra e sinistra si sono rovesciati copioni. E quella asimmetria è cosa compiuta.

In realtà Giorgia Meloni – contando anche sull’elaborazione di alcune fondazioni di fiancheggiamento del suo partito – ha accarezzato, su questa materia, qualcosa in più di trovare la sua piena legittimazione di soggetto erede di una grande storia di questa nostra Italia moderna e contemporanea. Cioè ha pensato di consolidare, modificandola un po’, una cultura politica e civile “di destra” rimasta impigliata in trasformazioni mediocri:

Ecco che il recupero a destra dell’idea di nazione comprendente tutta l’evoluzione contemporanea di questa stessa Nazione, nel momento che pochi altri la volevano e la sapevano rivendicare, è stata un’elaborazione politico-culturale spregiudicata ma messa in atto con stato di necessità per consolidare un primato e, alla lunga, per avere una piena dignità di rappresentanza anche in Europa.

Dunque, una vera e propria strategia trasformativa.

Agendo in Europa con una identificazione che assomiglia a storie europee più che legittime, non a spazi post-fascistiil Conservatorismo. Qui concepito anche – tirando un po’ la corda interpretativa – nella conservazione delle nostre migliori tradizioni.

Dopo le affermazioni di Giorgia Meloni al suo insediamento in Parlamento per ottenere la fiducia (mi riferisco a Mazzini e Garibaldi come citazione rituale, ma poi nel rischio di eccedere sul fronte laico-repubblicano, ecco la trovata anche della citazione di Enrico Mattei, già leader della componente resistenziale popolare e poi democristiana) per fissare i paletti di una appropriazione a cui nessuno si è opposto con vigore.

Poi l’affondo per allungare ab imis le radici di questo ragionamento l’ha fatto il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano che all’improvviso ha sorpreso gli italiani spiegando loro che il padre dell’italianità, cioè Dante Alighieri appartiene alla cultura politica della destra italiana. Sbuffi e spallucce. Ma non si sono viste robuste barricate di smontaggio.

E adesso arrivano – praticamente ogni giorno – le nuove ondate.

Il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ottiene la dicitura del Ministero anche a favore del coltivare e mangiare cibo italiano. Il ministro Adolfo Urso si appresta al rilancio del prodotto italiano, come sintesi di bello e utile, come “made in Italy”. La ministra Daniela Santanchè annuncia il piano quadriennale 2023-2027 del turismo senza dare neanche un dato ma  annunciando che – essendo la competenza sul turismo in capo alle Regioni e restando allo Stato la promozione dell’incoming dall’estero – ebbene su questo segmento di competenza si avvia il ridisegno niente meno del “Brand Italia” per governare l’immagine della Nazione da offrire al mondo, mentre città e territori racconteranno agli italiani perché è bene anche fare turismo interno. Intendiamoci tutte cose che hanno il loro perché e ciascuna ricalcando propositi che hanno avuto anche altri governi nel passato. Il punto è la cornice interpretativa complessiva che questi argomenti sveleranno solo ad un certo punto del tragitto.

L’ultimo ministro che è approdato sulla piattaforma sulla rampa di lancio è Guido Crosetto, che sta lavorando “alla rielaborazione di un pensiero culturale che riguardi la Difesa e la sicurezza militare”. Qui si può già cogliere qualche spunto più sostanziale. Il contrasto al pensiero pacifista è annunciato, ma non con il trombonismo fascista di un secolo fa, ma con la prudenza a scalare di un ex democristiano che coglie il suo “lotto” di battaglia culturale diciamo così militarista e aumenta (non poco) la massa critica del nuovo posizionamento della “italianità”.

Potrei andare ancora più avanti avendo per altro raccolto più spunti e più indizi.

Ma penso che questo primo inventario renda chiaro di quale “rappresentazione” si stia qui parlando (è questa la parola di cui ci occupiamo precisamente in ogni podcast settimanale). Essendo chiare le seguenti cose:

Però mi correggo. Non è vero che nessuno abbia dato questa prova. L’intervento l’8 marzo in Senato del senatore Matteo Renzi ha dato prova – con argomentazioni serrate, una retorica tesa senza il sufficientismo toscano che a volte innervosisce una parte degli italiani e con la scelta degli esempi ben collocati proprio nel cuore della tematica (Patria/Nazione) qui accennata, ferendo abilmente il profilo di “identità nazionale” che il governo di destra si va intestando.

Lo segnalo con assoluta indipendenza di giudizio e di rapporti personali, per segnalare solo che è possibile immaginare un esponente di orientamenti democratici e anche di relativa giovane età che assuma in questi tempi una narrativa per lo scontro annunciato ma mai veramente svolto perché larga parte della politica italiana non crede più di dover difendere qualcosa su questo terreno.

L’impressione aggiuntiva è che la svolta pur salutare che il PD ha assunto eleggendo Elly Schlein alla segreteria se non compie uno sforzo di onesta e sincera comprensione di questo tema – reso ancora più difficile dall’esempio positivo portato nei riguardi proprio dell’odiatissimo Renzi (che tuttavia proprio nella retorica parlamentare ha abituato spesso a cogliere nel segno) –  farà restare quel partito certamente a caccia di una condivisione dei suoi nuovi terreni per esprimere narrative civilmente innovative, ma taglierà i ponti definitivamente con il padroneggiamento della storia comune di almeno tre generazioni sulle cinque ora in vita, così da perdere con grave rischio questa partita.

Per finire, attenzione: io non ho detto fin qui che la presidente Meloni, intesa come leader del costituendo partito dei Conservatori, sbagli ad assumere questa strategia. Dipenderà dalle scelte di “interesse nazionale” che a poco a poco si renderanno chiare. Poi valuteremo le giuste opzioni e gli errori.

Quello che manca all’appello è un terreno di confronto politico vero sulle parole “patria” e “nazione”. Così che se esso fosse ingaggiato, l’uso di governo, democraticamente inteso come “di parte”, per quanto parte maggioritaria, verrebbe meglio capito e valutato quando rischia di andare oltre il carattere di partenza che, come ho detto, è fin qui solo un po’ spregiudicato.

A Cutro, per esempio, di fronte alle critiche per la parata delle auto nere, per un consiglio dei ministri asserragliato, per le mancate risposte sul non soccorso a 40 metri dalla riva e per una simbolica complessiva più autoritaria che umanitaria, Giorgia Meloni ha risposto che queste critiche sono “un danno per la Nazione”.

Se ci si ferma alla conferenza stampa di Cutro – scappata di mano, mal gestita, con la Meloni sovraesposta – il danno appare solo per il governo e per la destra nazionalista. Ma se si estende il tema a cosa sia oggi davvero il terreno di valutazione dell’interesse della Nazione, insomma su questo terreno di analisi l’opposizione non pare ancora esserci.


[1] Apparso come podcast il 12 marzo 2023 ne Ilmondonuovo.club. Cf. https://www.ilmondonuovo.club/patria-e-nazione/

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