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Democrazia Futura. L’unica strada possibile per i partiti: imboccare la post-ideologia

Andrea Melodia

Andrea Melodia in un pezzo per Democrazia Futura si chiede da un lato se “Riuscirà Giorgia Meloni ad anteporre l’interesse pubblico a quello proprio e della propria parte?” dall’altro se Il PD avrà “il buon senso di fare scelte politiche popolari, non populiste”, e se sarà in grado di “saperle comunicare” ai cittadini. A suo parere come recita il titolo “L’unica strada possibile per i partiti [è quella di] imboccare la post-ideologia”cioè “Credere in sé stessi, nelle proprie esperienze e scelte di vita, non nelle vecchie ideologie”.

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Poco più di una decina di anni fa, uno studente mi propose una tesi di laurea su un programma che veniva trasmesso da MTV, una rete che ritenevo, sbagliando, si esaurisse nei videoclip. Il programma era Il testimone, di Francesco Diliberto, più noto come PIF, che fu in seguito autore di alcuni film abbastanza noti, come La mafia uccide solo d’estate. Per fortuna superai le incertezze iniziali e accettai quella tesi di laurea, che tra parentesi fu più che soddisfacente.

Fu così, guardando per obbligo di ruolo alcune puntate de Il testimone, che “conobbi” Giorgia Meloni, nel senso che fui incuriosito dal personaggio. PIF le aveva dedicato metà di una puntata, mezzora. Nell’altra metà c’era Matteo Renzi. Il programma li seguiva nella loro giornata ordinaria, tra pubblico e privato, stimolandoli a parlare, con tono canzonatorio ma non irrispettoso. Una cosa mi fu chiara: Diliberto e la Meloni provenivano da due esperienze e da ambienti culturali praticamente opposti, ma entrambi erano accomunati dall’essere, sostanzialmente, post-ideologici. Ovvero: credevano in sé stessi, nelle proprie esperienze e nelle proprie scelte di vita, ma ne restavano autonomi (molto? abbastanza?) nell’elaborare le pratiche “politiche”.

Riuscirà Giorgia Meloni ad anteporre l’interesse pubblico a quello proprio e della propria parte?

Le considerazioni di allora sono tornate di attualità. Nel momento in cui scrivo non so se Giorgia Meloni riuscirà nel proclamato intento di presiedere un governo di qualità. Lo auguro a lei e a tutti noi. Finora ha dimostrato intelligenza e fiuto politico, ora dovrebbe diventare una statista, cioè un politico che antepone l’interesse pubblico a quello proprio e della propria parte. Per farlo deve essere onesta e molto disposta a confermare la sua propensione post-ideologica. Staremo a vedere.

Provo ad estendere il campo della riflessione sul tema della post-ideologia.

Personalmente mi colloco, idealmente, e a volte senza entusiasmo, nell’area dei cattolici democratici. Ho sempre pensato che sia inutile disperdere il proprio voto tra i partiti minori, e per questo ho sempre preferito il voto utile piuttosto che la ricerca di aree di pensiero politico, o economico, o sociale più raffinate e definite. A cosa serve, in politica, preporre le idee alle scelte concrete? Eppure, non potrei mai votare per un partito dichiaratamente di destra, perché il mio cuore pende, dal centro del petto, verso sinistra.

Ecco dunque che sono esterrefatto. Ma come? Se sommassimo i voti del centro e della sinistra la Meloni piangerebbe la sua sconfitta, in modo abbastanza netto. Cosa è successo? Come mai tre partiti di destra, con idee di partenza alquanto diverse, si sono alleati? E come mai tra di loro vince solo la Meloni, la più a destra? Forse perché è quella che è riuscita a dare di sé l’immagine meno ideologica, più efficientista, più capace di operare?

Un consiglio per il PD. Avere il buon senso di fare scelte politiche popolari, non populiste, e saperle comunicare

E perché invece dall’altra parte i distinguo sono prevalsi? La vicenda di Carlo Calenda che si ritrae sprezzante dall’accordo con il PD, perché questo si allea anche con la sinistra, la dice lunga, anche sulla incapacità di Letta di essere lineare: possibile che non si fossero parlati sulle cose da fare?

E poi, il PD. Qualcuno solo con Carlo Calenda e Matteo Renzi, qualcun altro solo con Giuseppe Conte e i Cinquestelle. Un cumulo di sciocchezze. E ora in tanti che chiedono di scioglierlo, illudendosi di rifondare un partito di sinistra puro, privo di peccato originale. Invece di riconoscere tre fattori critici di successo:

  1. che non occorre una rifondazione ideologica, ma semplicemente il buon senso di fare scelte politiche popolari (non per piacere al popolo, ma perché gli siano utili),
  2. che le alleanze sono obbligate, con tutti quelli che si riconoscono da questa parte;
  3. che bisogna prendere una strada post-ideologica.

Per non parlare della follia di mettere al rogo quello che resta il secondo partito italiano, con quasi il 20 per cento dei voti.

In mezzo a tutto questo, mi viene da dire che ancora una volta la classe politica, soprattutto di sinistra, è incapace di comunicare. Forse e proprio la dipendenza ideologica ad impedirlo. Tutti o quasi a dilungarsi sulle proprie opinioni e a polemizzare, in un tripudio onanistico di talk show televisivi, autodichiarazioni nei telegiornali, mitragliamenti di cinguettii.

Sui diritti che quasi nessuno mette in discussione e su quelli che quasi nessuno vuole, sulle ovvietà (bisogna abbassare le bollette!), sulle alleanze che a nessuno interessano in quanto tali, mentre conterebbero i progetti e i risultati.

Infatti, anche a “sinistra”, si è salvato chi aveva un progetto facilmente comunicabile: mantenere il reddito di cittadinanza. Quasi come l’amministratore disonesto della parabola, che poi viene lodato dal padrone.

Molti dimenticano, oltretutto, che in questo momento le sole opinioni che contano veramente riguardano le opzioni di guerra e quelle di pace.

Politica e comunicazione negli anni Venti. Favorire iniziative orientate al bene comune in primis un servizio pubblico della comunicazione nei canali mainstream e nella rete

Torniamo dunque a ragionare sul rapporto tra la politica e la comunicazione.

Nella cattiva comunicazione si annidano e prosperano le ideologie, oltre al nascondimento degli interessi di parte che le ispirano e degli algoritmi che ne favoriscono la propagazione. Se non riusciamo a limitare il livello della cattiva comunicazione sarà impossibile ottenere buone pratiche, politiche e economiche, de-ideologiche e orientate al bene comune.

Da qui occorre cominciare.

Servizio pubblico della comunicazione, nei canali mainstream e nella rete, significa semplicemente favorire iniziative di comunicazione orientate al bene comune. Cose che non hanno nulla a che vedere con i bilancini dell’AGCOM nel contare i secondi delle apparizioni.

Sono disposto a non dire più che sia indispensabile, in Italia, ripartire dalla RAI, visto che ben pochi dentro a quella azienda sembrano ancora interessati a fare servizio pubblico. Basti guardare la deriva di RAITRE, dove naviga con il vento di bolina chi infanga il proprio nome solleticando gli istinti peggiori del pubblico. Però, da qualche parte, bisogna pure riprovare.

Cosa farà la destra a proposito della Rai?

Vuoi vedere che la destra al governo vorrà davvero abolire il canone? Mi pare difficile che cancelli anche la RAI, vorrà piuttosto ridimensionarla mettendola sotto il giogo della fiscalità generale: cioè farla più pubblica. E questo potrebbe non essere un male, purché si eviti che i nuovi vincitori riescano a dominarla.

Non c’è riuscita neanche la sinistra, per fortuna, ma almeno avrebbe dovuto provare a riformarla.

In fondo, la RAI di oggi mi pare pesantemente condizionata da interessi economici e commerciali. È orientata molto più agli ascolti che alla qualità. E questo onere oggi pesa più, forse molto di più, della tradizionale lottizzazione politica.

Questa è una mia opinione molto concreta, de-ideologica… spero.

PS. Gianfranco Pasquino, che di politica ne sa certo molto più di me, ha scritto su Domani che “Il peccato originale rende questo PD non riformabile”. Le sue argomentazioni sul fallimento (non avere aperto ai socialisti, restare in balia dei capicorrente, avere chiuso i ponti con la società civile) sono per me pienamente condivisibili, e forse lui ha ragione anche nel ritenere che il partito sia incapace di elaborare una cultura politica matura e adatta al tempo.

Tuttavia, qual è la differenza tra “cultura politica” e “ideologia”? La differenza è sottile, e forte il pericolo di varcare il confine.

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