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Democrazia Futura. L’occasione giusta per l’Italia di Mario Draghi. Sapremo coglierla?


Giampiero Gramaglia

Giampiero Gramaglia, infine, ipotizzando che il nostro premier “… si metta a cassetta della carrozza dell’Unione Europea e cerchi d’indirizzarla verso obiettivi che tutte le forze realmente europeiste almeno a parole condividono:  una politica dell’immigrazione e una politica della difesa europee”, si chiede se con “L’aria che tira nel mondo” ovvero come recita l’occhiello – con “i leader della Generazione Trump al tramonto, gli autocrati in bella forma, l’Europa nel guado tra il dopo Merkel e le attese per le presidenziali francesi”,  vi sia “L’occasione giusta per l’Italia di Mario Draghi. Sapremo coglierla?”. Per Gramaglia “Non che tutti i leader autoritari di questo Mondo se la passino male. Anzi, lo stato di salute politica dei vari Erdogan, al Sisi, Putin, Xi e compagnia bella – l’elenco degli autocrati e simili sarebbe lunghissimo – è piuttosto buono.  Ma il crollo in filotto dei ‘trumpiani di ferro’ è buon segno” […] Il problema è un altro aggiunge: “il filo di vento che gonfiava le vele dell’Unione verso l’attuazione del Next Generation EU sembra già caduto; e, dunque, il processo d’integrazione ristagna, fra rivendicazioni sovraniste e populiste, mentre ‘frugali’ e ‘rigoristi’ sono già impazienti di tornare alle regole finanziarie allentate per la pandemia” […]: “la Polonia, come l’Ungheria e, in misura minore, altri Paesi del Gruppo di Visegrad o vicini ad essi stanno ‘tirando la corda’ delle relazioni con l’Unione europea, sullo stato di diritto, la libertà d’espressione, l’accoglienza dei migranti, ma non vogliono assolutamente romperla perché i fondi strutturali europei sono essenziali al loro sviluppo economico – e ancor più lo saranno i flussi di denaro del Next Generation EU – e non hanno alcuna intenzione di rinunciarvi”. Gramaglia si dice convinto che “Vicende come quella della Corte costituzionale polacca e, ancor più, i contrasti sui migranti, appena riesplosi, fanno emergere la nostalgia di un’Unione più piccola, ma più coesa”.  In ogni caso – prosegue – “c’è la possibilità d’orientare le decisioni per calmierare le esuberanze polacche e ungheresi e di porre le fondamenta di una politica dell’immigrazione, che oggi non c’è, conferendo fra l’altro all’Unione il controllo delle frontiere esterne. Il vero cantiere di sviluppo dell’integrazione è, però, quella della difesa europea. E, lì, se bastassero le parole (italiane) a farla, l’Unione europea sarebbe già capace di difendersi da sé da tempo, non in antitesi, ma in sintonia con la Nato […] In effetti chiarisce “Prima che la pandemia arrivasse a sconvolgere le vite e le economie di tutto il Mondo, il progetto della difesa europea appariva il magnete dei progressi dell’integrazione europea nel quinquennio della Commissione europea di Ursula von der Leyen, un ex ministro della Difesa tedesco”  […] arrivando a concludere che “una struttura di difesa integrata consentirebbe di risparmiare – calcolano gli esperti – 120 miliardi di euro l’anno, quasi l’equivalente del bilancio dell’Unione e quasi l’un per cento del Pil dei 27”.

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Nel Mondo, e in Europa, è un ‘momento no’ per i leader della ‘generazione Trump’. Autoritari, negazionisti, cospirazionisti, ferocemente di destra, dopo la sonora sconfitta del magnate loro modello nelle presidenziali Usa del novembre 2020, il brasiliano Jair Messias Bolsonaro viaggia sull’orlo dell’impeachment e verso una batosta l’anno prossimo ad opera di Inacio Lula da Silva, l’avversario di sinistra ‘fuori gioco’ nel 2018 per una montatura giudiziaria; e lo ‘sceriffo’ filippino Rodrigo Duterte accetta di farsi da parte, dopo molte esitazioni, rispettando la Costituzione, che prevede un solo mandato presidenziale di sei anni.

Nell’Unione, il ‘gemello cattivo’ polacco Jaroslaw Kaczynski – quello buono, Lech Kaczynski, morì mentre era presidente della Repubblica in un incidente aereo a Smolensk in Russia nel 2010 – alza i toni dello scontro con Bruxelles perché teme di perdere il gruzzolo del Next Generation EU, ma intorno a lui vacillano gli alleati e gli interlocutori più morbidi: il premier ceco Andrej Babis, imprenditore in odore di speculazioni finanziarie, perde le elezioni; e l’’enfant prodige’ dei popolari europei, Sebastian Kurz, cancelliere austriaco, deve dimettersi per difendersi da accuse di corruzione. Ma la congiuntura non è favorevole neppure alle figure di riferimento tradizionali dell’Unione, cioè il cancelliere tedesco – Angela Merkel resta in carica per gli affari correnti, ma s’appresta a passare la mano a un successore che non avrà la sua esperienza e neppure, almeno all’inizio, il suo peso – e il presidente francese – Emmanuel Macron è già entrato nel clima della campagna verso le elezioni della primavera 2022 -.

A saperla cogliere, è l’occasione giusta perché l’Italia, che ha in Mario Draghi un premier credibile e autorevole, pur con l’handicap d’una coalizione caravanserraglio, si metta a cassetta della carrozza dell’Unione europea e cerchi d’indirizzarla verso obiettivi che tutte le forze realmente europeiste almeno a parole condividono: una politica dell’immigrazione e una politica della difesa europee. Persino il ministro degli Esteri Luigi di Maio, un grillino con un passato recente da ‘gilet giallo’, afferma che bisogna superare l’unanimità in fatto di politica estera, “altrimenti il dibattito sulla difesa europea resta parziale” (e soprattutto sterile).

La cartina di tornasole della serietà e della concretezza dei propositi italiani sono proprio questi mesi successivi alle elezioni tedesche, con la Germania in mezzo al guado del ‘dopo Merkel’, perché i partiti devono trovare un accordo su coalizione e programma di governo; e con la Francia ormai presa dalla fibrillazione pre-presidenziali.

Uno sguardo al Mondo di Pandora

Non che tutti i leader autoritari di questo Mondo se la passino male. Anzi, lo stato di salute politica dei vari Erdogan, al Sisi, Putin, Xi e compagnia bella – l’elenco degli autocrati e simili sarebbe lunghissimo – è piuttosto buonoMa il crollo in filotto dei ‘trumpiani di ferro’ è buon segno. Come alcuni appuntamenti elettorali recenti lasciano intravvedere, in Germania, Norvegia, Repubblica Ceca, l’uscita dalla pandemia potrebbe coincidere con una svolta a sinistra moderata sulla scena mondiale, quasi che l’emergenza sanitaria ci abbia lasciato dentro un surplus di bisogno di solidarietà, tolleranza, equità, giustizia.

Ad accrescerlo, c’è il disagio etico creato dalla diffusione dei Pandora Papers, che sciorinano trucchi e inganni dei ricchi e potenti. Spesso, non c’è niente di illegale, ma solo l’uso spregiudicato delle opportunità offerte da legislazioni ‘colabrodo’, quando c’è da chiudere un occhio sui profitti e sui maneggi dei famosi d’ogni genere, politici, finanziari, dello sport e dello spettacolo.

I Pandora Papers – così chiamati dal Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (Icij) che li ha elaborati sulla base di 11,9 milioni di file riservati – scovano gli averi celati in paradisi fiscali da 35 leader mondiali e da migliaia di vip e miliardari del Pianeta: dalla famiglia reale inglese al re di Giordania Abdullah, dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky – un cultore dell’onestà – all’amante del presidente russo Vladimir Putin, dall’ex premier britannico Tony Blair all’ormai quasi ex premier ceco Andrej Babis, da Julio Iglesias a Claudia Shiffer passando per Elton John e Shakira.

L’inchiesta, frutto del lavoro di due anni di 600 giornalisti e di 150 testate (L‘Espresso in Italia), apre uno spaccato su oltre 29 mila conti offshore e va oltre i Panama Papers del 2016, provenienti dalla documentazione di un singolo studio legale, il Mossack Fonseca. I Pandora Papers analizzano dati che provengono da 14 diverse entità di servizi finanziari in Paesi e territori fra cui la Svizzera, Cipro, Singapore, Il Belize, le Isole Vergini Britanniche, ma pure, negli Stati Uniti, il South Dakota e il Delaware del presidente Usa Joe Biden. I documenti esaminati sono datati fra il 1996 e il 2020, anche se alcuni risalgono agli Anni Settanta. Prendi i soldi e mettili all’estero è una costante che attraversa i tempi ed erode la fiducia della gente nei leader, nei campioni, nei ‘sex symbols’.

Le paturnie europee polacche e ungheresi

In fondo, la tempesta dei Pandora Papers sfiora appena i leader europei. Ma il filo di vento che gonfiava le vele dell’Unione verso l’attuazione del Next Generation EU sembra già caduto; e, dunque, il processo d’integrazione ristagna, fra rivendicazioni sovraniste e populiste, mentre ‘frugali’ e ‘rigoristi’ sono già impazienti di tornare alle regole finanziarie allentate per la pandemia.

Un tema del momento è la Polexit: visto come è andata a finire la Brexit, che pareva un’assurdità e che invece s’è fatta, c’è chi ci crede e c’è soprattutto chi ci marcia. “La Polonia apre la procedura d’uscita dall’Unione europea”: è la lettura che molti media hanno dato di una sentenza emanata dalla Corte costituzionale polacca, per cui alcune norme dell’Unione europea sono incompatibili con la Costituzione del Paese. Il verdetto dei giudici supremi polacchi viola un principio fondamentale dell’Unione, cioè che la normativa comune prevale su quelle nazionali – che si devono adeguare (e non viceversa) -.

In realtà, quella lettura non è corretta: la Polonia, come l’Ungheria e, in misura minore, altri Paesi del Gruppo di Visegrad o vicini ad essi stanno ‘tirando la corda’ delle relazioni con l’Unione europea, sullo stato di diritto, la libertà d’espressione, l’accoglienza dei migranti, ma non vogliono assolutamente romperla perché i fondi strutturali europei sono essenziali al loro sviluppo economico – e ancor più lo saranno i flussi di denaro del Next Generation EU – e non hanno alcuna intenzione di rinunciarvi.

Piuttosto, le loro provocazioni, che rispondono a istanze di partiti al potere e di opinioni pubbliche volatili sul fronte europeo, scommettono sulle carenze degli strumenti di auto-tutela dell’Unione, che non ha una gamma di sanzioni adeguata da applicare a chi, una volta entrato, non sta al gioco e costringe i partner a una sorta di continuo ri-negoziato: è la storia della Gran Bretagna, ma anche della Danimarca, nel processo di integrazione.

Inoltre, Varsavia e Budapest giocano sulla fragilità della coesione politica fra i 27, perché vi sono, in ogni Paese, forze sovraniste e populiste che simpatizzano con le istanze ‘euro-scettiche’ polacche e ungheresi. Certo, sono in genere forze di opposizione e minoritarie, con qualche eccezione, fra cui quella dell’Italia: sul carro di Tespi del Governo Draghi, sono anche saliti – e sono stati purtroppo accolti – attori che fanno una doppia parte, europeisti – tiepidi e ipocriti – nel Consiglio dei Ministri, sovranisti e anti-Ue fuori, in Parlamento e nelle piazze.

Il nodo dei migranti, muri e ponti

Vicende come quella della Corte costituzionale polacca e, ancor più, i contrasti sui migranti, appena riesplosi, fanno emergere la nostalgia di un’Unione più piccola, ma più coesa. Una dozzina di Paesi hanno chiesto, prima di una riunione dei ministri dell’Interno dei 27 a ottobre, nuovi ‘vecchi’ strumenti per proteggere le frontiere esterne dell’Unione europea dai flussi migratori, giungendo a ipotizzare finanziamenti europei di recinzioni e muri: chiedono, cioè, alle Istituzioni comuni quello che neppure Donald Trump è mai riuscito a ottenere dal Congresso degli Stati Uniti d’America, nonostante ne controllasse sia il Senato che la Camera, cioè i soldi per il Muro al confine con il Messico (che, in quattro anni, non ha tirato su, tranne alcuni segmenti).

La lista dei firmatari della lettera indirizzata alla Commissione europea e alla presidenza di turno slovena del Consiglio dei Ministri dell’Unione – in ordine alfabetico Austria, Bulgaria, Cipro, Danimarca, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria – non comprende neppure uno dei Paesi fondatori: la stragrande maggioranza (9 su 12) sono Paesi entrati nell’Unione dopo il 2004 – mancano Croazia, Malta, Romania e Slovenia -.

Gli ‘intrusi’ sono l’Austria e la Danimarca, i cui governi, pur di colori diversi, hanno rigide posizioni anti-migranti, nonostante i due Paesi non abbiano frontiere con l’esterno dell’Unione, e la Grecia, che, ancor più dell’Italia, vive in prima linea il problema, essendo esposta ai ricorrenti ricatti turchi – quando c’è una frizione con Bruxelles, Ankara, cui i 27 hanno ‘affittato’ i rifugiati siriani, pagando una cospicua retta, ne fa partire qualche migliaio verso le isole greche, creando fermento nell’Unione europea-.

Altra notazione interessante: fra i 12 firmatari, solo due sono contribuenti netti dell’Unione europea, l’Austria e la Danimarca; gli altri sono tutti beneficiari netti, cioè hanno un interesse anche finanziario, non solo economico e sociale, a restare nell’Unione.

Nella loro lettera, i 12 Paesi chiedono “nuovi strumenti che permettano di evitare, piuttosto che affrontare in seguito, le gravi conseguenze di sistemi migratori e di asilo sovraccarichi e capacità d’accoglienza esaurite, che alla fine influiscono negativamente sulla fiducia nella capacità di agire con decisione quando necessario […]. Allo stesso tempo, queste soluzioni europee dovrebbero mirare a salvaguardare il sistema comune di asilo riducendo i ‘pull factors’, i fattori d’attrazione”.

Problemi reali e di cui discutere. C’è però da domandarsi se muri e barriere siano la risposta adeguata o non piuttosto la risposta semplice di cui siano sempre alla ricerca, ma che è spesso sbagliata. E stupisce che a parlare di muri siano proprio i leader campioni nelle radici cristiane dell’Europa, il polacco Jaroslaw Kaczynski e il premier ungherese Viktor Orban: loro dovrebbero piuttosto essere attenti agli appelli di Papa Francesco a costruire ponti.

Diversa, invece, la pretesa di Varsavia e di Budapest di ridurre gli spazi dello stato di diritto e pure della libertà d’espressione, magari sempre in nome dei valori cristiani e della ‘democrazia illiberale’ (che è una contraddizione in termini). Per dirla in parole semplici, i governi polacco e ungherese vogliono i soldi dei partner europei? Allora, rispettino le regole. Altrimenti, i loro partner trovino l’accordo per tagliare loro i fondi. E, a quel punto, vedremo se la Polexit è un incubo o un bluff.

La bussola italiana sulla difesa europea

Se anche saranno a guida italiana – ed è solo un’ipotesi -, i prossimi mesi non basteranno a tappare tutte le falle dell’Unione – né c’è da aspettarsi granché dalla Conferenza sul futuro dell’Unione -. Ma c’è la possibilità d’orientare le decisioni per calmierare le esuberanze polacche e ungheresi e di porre le fondamenta di una politica dell’immigrazione, che oggi non c’è, conferendo fra l’altro all’Unione il controllo delle frontiere esterne.

Il vero cantiere di sviluppo dell’integrazione è, però, quella della difesa europea. E, lì, se bastassero le parole (italiane) a farla, l’Unione europea sarebbe già capace di difendersi da sé da tempo, non in antitesi, ma in sintonia con la Nato. Nelle ultime settimane, la rotta in Afghanistan, che ha coinvolto tutto l’Occidente, e la crisi dei sottomarini, una tempesta dal Pacifico all’Atlantico, hanno dato la stura, qui da noi, a una sorta di ‘festival delle parole’ sulla difesa europea: ne hanno parlato il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, ministri e leader politici, con un’eco non fragorosa, altrove nell’Unione.

Prima che la pandemia arrivasse a sconvolgere le vite e le economie di tutto il Mondo, il progetto della difesa europea appariva il magnete dei progressi dell’integrazione europea nel quinquennio della Commissione europea di Ursula von der Leyen, un ex ministro della Difesa tedesco. Tanto più che, a orientare in quella direzione l’ago della bussola europea, contribuiva fortemente la presenza alla Casa Bianca di Donald Trump, disattento e addirittura sprezzante verso gli alleati europei e imprevedibile e inaffidabile.

La pandemia ha poi imposto altre priorità, tra sanità ed economia. E l’avvicendamento tra Trump e Joe Biden ha attenuato le diffidenze europee verso gli Stati Uniti. Ma l’uscita dall’emergenza, che ormai s’intravvede, e gli incidenti di percorso degli Usa di Biden dall’Afghanistan all’Aukus, l’alleanza del Pacifico in funzione anti-Cina tra Usa, Australia e Gran Bretagna, con annessi sfregio alla Francia e sgarbo all’Unione europea, possono ricreare le condizioni per approntare il cantiere.

E l’Italia può esercitare un’influenza, realizzando quel che dicono Sergio Mattarella, Mario Draghi e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Parlando alla base della Nato di Napoli, il presidente insiste sulla complementarità tra l’Alleanza e l’Unione: i risultati raggiunti dall’Alleanza atlantica

sono evidenti e straordinari: primo fra tutti, i 70 anni di pace in Europa. L’Alleanza atlantica rappresenta per l’Italia una pietra angolare che, in coordinamento con l’Unione europea, contribuisce alla stabilità. Sono convinto che il rafforzamento dell’Unione nel campo della difesa e della sicurezza, fondato sulla complementarietà con la Nato e la condivisione di risorse militari, darà un contributo prezioso al rafforzamento dell’Alleanza e alla stabilità dell’indispensabile rapporto transatlantico“.

Il presidente del Consiglio, dopo il Vertice dell’Eumed ad Atene, dice:

il ruolo dell’Unione “è centrale nella dimensione della difesa europea. La crisi afghana mostra” la necessità “di un rafforzamento della sovranità europea e uno degli aspetti è quello della difesa. Anche su questo fronte non c’è molto tempo da aspettare“.

L’Italia – fa eco in vari discorsi il ministro Guerini –

vede un rafforzamento della difesa europea come un rafforzamento della nostra architettura di sicurezza basata sulla relazione transatlantica e sulla Nato. La scelta, dunque, non è tanto tecnica, sugli strumenti da mettere a disposizione, che già in parte ci sono, ma politica”.

Una scelta che, come dice Luigi Di Maio, passa attraverso il superamento dell’unanimità, che paralizza e riconduce tutte le intese europee al minimo comune denominatore:

Se parliamo di difesa europea parliamo – avverte Guerini – di analisi condivisa della minaccia, di costruzione di basi tecnologiche e industriali, di capacità militari e della volontà di impiegarle in un’agenda politica chiara“.

Non si tratta di fare del romanticismo europeista, ma di essere concreti, nella consapevolezza che, eliminando doppioni e inefficienze, una struttura di difesa integrata consentirebbe di risparmiare – calcolano gli esperti – 120 miliardi di euro l’anno, quasi l’equivalente del bilancio dell’Unione e quasi l’un per cento del Pil dei 27.

Le parole sono state messe in tavola. Ora, ci vogliono i fatti.

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