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Democrazia Futura. Le sei dominanti del 2023

Stefano Rolando

Tempo di consuntivi. Stefano Rolando illustra le Sei dominanti del 2023[1]. L’anno che è appena finito è caratterizzato a parere del docente di comunicazione pubblica come l’anno del governo Meloni, quello delle guerre a catena ai lati dell’Europa, della paura per il futuro dell’America, ma anche come l’anno dei sonnambuli, ovvero degli italiani vigilanti ma non capaci di vedere , quello dell’aggravarsi della questione giovani e della questione donne, nonché infine della crescita della percezione dei timori nei confronti dell’intelligenza artificiale: “Per l’insieme di questi argomenti – secondo Rolando –  il 2023 appare come anno con nuove focalità ma nell’insieme con un carattere fortemente transitorio. Le guerre sono per ora senza limiti e senza soluzioni. La crisi della democrazia, dell’occidente, della politica resta dentro una parabola di fatti e commenti da cui non esce né un profeta salvifico né una crisi epocale, così epocale che costringa a rinnovare le fondamenta.  Anche nel rapporto con le transizioni ambientale e digitale sembriamo accontentarci che la parola “transizione” non ci obblighi ad assumere più responsabilità o a condividere più rischi. Se è in transizione, beh aspettiamo di vedere la prossima puntata. E questo attendismo – conclude Rolando – fa comodo allo status quo della politica, in generale, ma anche alla rimasticatura della cultura, talvolta in preda alle nostalgie, talvolta capace di sperimentazioni, ma senza nessuna svolta in questo 2023 che faccia mutare gli indicatori identitari”.

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Ultima riflessione sull’anno che si è appena chiuso. È inevitabile che il pensiero vada all’anno stesso, al frammento compiuto di quell’unità di tempo che nella nostra mente un po’ abitudinaria consideriamo “archiviabile” ogni 365 giorni.

Non archiviamo i giorni. Non archiviamo le settimane. Non archiviamo i mesi. Ma gli anni sì.

E quando li archiviamo rimettiamo a zero il contachilometri.  Mentre se si presenta un travaso evidente di irrisolti, incompiuti, conti da regolare, beh questo è proprio il prodotto di addizioni e sottrazioni che a fine dicembre sono in chiaroscuro e che il primo gennaio hanno lo stesso chiaroscuro.

Quali sono state dunque le sei dominanti del Ventitré? Prima di fare qualche commento le esprimo tutte e sei, le dominanti, per titoli.

L’anno del governo Meloni. Condito in salsa nazionalista, spesso con restauro di vecchi merletti e poca innovazione (anche sotto il profilo teorico della “destra al potere”, salvo certamente la “rivoluzione” di una prima donna a Palazzo Chigi)). A fronte di una opposizione ancora insufficiente.

Le guerre a tenaglia ai lati dell’Europa. Quella in Ucraina in stallo, quella in Medioriente con prove generali di disumanità. Ma in mezzo l’Europa, che va alle elezioni nel 2024, con due strategie interne contrapposte.

Paura per il futuro dell’America. Il posizionamento dei due ottuagenari che si disputano il 2024 incuranti del rischio di non affidare a una chiarimento generazionale la gestione del paese leader dell’Occidente.

La società italiana nella annuale lettura del Censis. Il 2023 letto come l’anno dei sonnambuli. Vigilanti ma non capaci di vedere.

Questione giovani e questione donne. Due dinamiche sociali che – in generale, ma in Italia con aggravanti statistiche – stanno incrociando la soglia di allarme.

L’evoluzione complessa della trasformazione digitale che chiamiamo Intelligenza Artificiale. L’ansia di normare vale anche per chi ha certezza di non governare il fenomeno? E la scarsa ansia per non governare non dovrebbe accendere almeno i motori di coraggiose sperimentazioni, mentre invece si discute soprattutto di rischi?

Provo a mettere insieme qualche connotazione in più di questi aspetti salienti dell’anno che si chiude. Sapendo che non sono esaustivi, ma per vedere se la complessa rappresentazione dei fenomeni ci lascia più smarriti oppure sufficientemente informati.

  1. L’anno del governo Meloni.

Il governo di destra-centro guidato da Giorgia Meloni finisce io 2023 con le due componenti di destra in conflitto elettorale (scadenza giugno 2024) per chi interpreta meglio l’anima nera dell’Italia. Quella che vuole protezionismo e miopia fiscale e che accetta l’agenda della paura per dire – con qualche variante, con qualche concessione alla “governatività” – no all’Europa, no all’integrazione migratoria, no alla sostenibilità ambientale, no ai diritti civili e sociali.

Poi c’è la storia di dirsi ogni giorno dalla parte dell’orgoglio italiano e non fare mai, neanche per un giorno, un serio confronto con l’opinione di larga sfiducia degli italiani per politica e istituzioni, con la paurosa astensione, soprattutto con i giovani (di cui quell’orgoglio dovrebbe essere lezione e faro) che dicono all’83 per cento (dato eccessivo e mortificante, ricerca RUR presentata da Giuseppe Roma al Senato a inizio di dicembre 2023) di “non sentire per nulla l’orgoglio di essere italiani”.

E poi, nel quadro di governo, c’è un centro, rappresentato dalle eredità contraddittorie di Silvio Berlusconi, oggi rifugiato nell’astensione sull’Europa e spesso nella condizione di pura facciata nel ruolo di chi ispira la narrativa di governo. Il trionfalismo di questa narrativa – tutto va bene, nel migliore dei modi, tutto è meglio di prima – è tuttavia l’unica vera eredità che il governo Meloni assume dal berlusconismo. E questo non fa bene alla reattività degli italiani che, come ho detto prima, il Censis 2023 legge come ormai “sonnambuli” – non fa bene allo scatto necessario per imprese, studenti e lavoratori, perché, sotto una montagna di borotalco, finisce per togliere l’unica energia che può sostenere il peso di una reale competitività.

Quale Europa stanno delineando gli elettori europei? La fiducia nell’Europa resta borderline (47 per cento a fine 2023, dice Eurobarometro). Ma la tendenzialità diventa maggioranza che spera che accadano cose concrete. Decisioni attese, sicurezza, maggior ruolo nella politica estera, ambiente, energie rinnovabili.

Sull’Ucraina c’è consenso popolare all’ingresso nell’Unione europea (una decisione forte assunta) ma in verità c’è meno attenzione alla focalità e alle soluzioni della guerra. E anche sul tema migratorio la media europea ammette che esso ha bassa strategicità (meno del 30 per cento esprime primaria attenzione all’argomento).

Questa “via di mezzo”, si e no, d’accordo ma fino a un certo punto, è l’evidente rappresentazione di una divaricazione politica di fondo che attende il suo chiarimento nel 2024. Il fronte euroscettico mantiene i suoi radicamenti e il suo favore al modello dei nazionalismi che puntano a privilegiare il protezionismo. Ma i risultati elettorali in Spagna e Polonia – che sembravano dubbi – si collocano ora nella prospettiva dell’europeismo, prospettiva sostenuta dall’asse dei due paesi fondatori, Francia e Germania.

Questa divaricazione la esprime anche l’elettorato italiano, oggi con una maggioranza parlamentare che si è contata con un voto politico contro il MES, pur avendo il governo stesso votato a Bruxelles a favore del patto di stabilità. Ambiguità che pone al governo il tema di rischiare di essere ai margini della rilevanza nel prossimo sistema di governo europeo. È questa la partita del 2024, rispetto a cui si spera nel consolidamento dell’europeismo che Mario Draghi chiama l’Europa come Stato e altri chiamano con una bandiera che risale al Risorgimento: gli Stati Uniti d’Europa.

Cosa ci dobbiamo aspettare invece dagli Stati Uniti d’America? Allo stato, nella guerra dei sondaggi, sembra prevalere il ritorno di Donald Trump. E questo – lo cito per fare sintesi di una problematica molto ampia – è il punto saliente dell’analisi che l’ISPI ha dedicato a questa prospettiva:

“Sarà più sotto pressione la fragile democrazia statunitense. Provocherà la reazione degli Stati interni e dei municipi governati dai democratici, esasperando una dialettica conflittuale che sta da tempo mettendo a dura prova il federalismo americano. Acuirà tensioni in una società polarizzata e divisa oltre il limite di guardia, con il conseguente altissimo rischio di derive violente. E concorrerà a processi di frammentazione dell’ordine globale, in atto da tempo indipendentemente da Trump. Con il rischio di una spaventevole involuzione autoritaria della repubblica statunitense”.

Parole pesanti.

Ho già fatto riferimento al Rapporto Censis dedicato all’anno 2023 per disporre di una fotografia dinamica riassuntiva di una situazione sociale attorno a cui le analisi tendono a veder prevalere rancore e rattrappimento emotivo come tendenza di un quadro che pur ha alcuni punti economici di tenuta (soprattutto l’export, il turismo – ma con il rapporto tra città e turisti considerato ormai “critico”- e un dato occupazionale migliorato, ma solo nel centronord); ma che – con accentuazione su quasi tutto per il Mezzogiorno – non disegna né vera crescita né vera partecipazione.

Questa è anche l’istantanea 2023, con punti di debolezza nella demografia (considerata una “bomba innescata”); nella percezione diffusa di un quadro emergenziale (che il Censis chiama “ipertrofia emotiva”); nell’accomodamento degli italiani verso “desideri minori”; nei conti da fare con qualche risultato in termini occupazionali ma che si colloca al dieci per cento in meno della media europea (significa che siamo sotto di 3 milioni e mezzo di occupati). Abbiamo poi perso, rispetto ad anni di tenuta demografica, anche 3 milioni di studenti e si è elevato – sostiene ancora il Censis – il tasso di “incomunicabilità generazionale”.

La questione giovani, a proposito, ha in generale una rappresentazione un po’ stereotipata. Spesso preoccupazione vaga e interpretazione scarsa. Segue lo sgranarsi di generazioni che assumono nomi diversi con tratti identitari attribuiti da sociologi e psicologi che finiscono per dire tutto e niente, con punti esclamativi che finiscono un giorno sulla partecipazione, un giorno sulla abulia, un giorno su “la colpa è tutto dei boomers”, un giorno sulla strozzatura del mercato del lavoro e sulla fuga all’estero dei laureati.

Va per questo ringraziata la rivista bolognese Il Mulino che dedica il suo n. 4 del 2023, l’ultimo fascicolo firmato da Mario Ricciardi, prima del nuovo ciclo con responsabilità affidata al politologo Paolo Pombeni, interamente dedicato ai giovani che qui non può essere riassunto adeguatamente ma che inquadra i problemi in una certa razionalità statistica.

Punto principale, i giovani sono sempre meno. Non in modo irrilevante.

Nel 1970, gli allora under 25 (eccomi qua, 20 anni nel ‘68) erano il 40 per cento del Paese, con forte percezione della forza di questa dimensione. Oggi sono il 25 per cento. Erano un terzo degli italiani, oggi sono un quarto. In questa riduzione c’è un dato che getta una strana luce sulla condizione. Poi c’è anche che i giovani muoiono. La prima causa di morte sono gli incidenti stradali, la seconda sono i tumori, la terza i suicidi. I curatori del fascicolo (i professori Francesco Ramella e Sonia Bertolini) fanno una provocazione.

Bisogna fare qualcosa per dare più voce al loro ruolo, unica via per aumentare responsabilità e il senso della vita. Spunta la proposta (che richiede una variazione costituzionale) di dar loro il voto con valore 1,5 per consentire di recuperare il valore che aveva quel voto 50 anni fa. Pregevole l’inquadramento sociologico di Alessandro Cavalli, che tratteggia il tema stesso del dossier, l’età dell’incertezza. Fondamentale l’inquadramento demografico di Alessandro Rosina (che si apre appunto con il dato della perdita del 15 per cento negli equilibri generazionali), che va letto per capire che carico li aspetta nella proiezione del futuro.

E poi una ventina di contributi su aspetti che riducono la diceria secondo cui i nostri giovani non sanno declinare la parola “futuro”.

Ineludibile in questo anno la questione femminile che nel 2023 ha incrociato il drammatico caso di vasta percezione di Giulia Cecchettin e la meravigliosa sorpresa del film campione di incassi di Paola Cortellesi. Questione che esce dallo sgranamento della cronaca di tanti casi di femminicidio e inquadra queste vicende come iceberg nella cornice del “patriarcato” (fenomeno socio-culturale che può anche comprendere alcune donne).

Dunque, un fenomeno di disuguaglianza che appare, nelle sue motivazioni più ampie e nelle sue dinamiche diffuse, forse un po’ più fronteggiabile perché un po’ meglio interpretato.

Infine, l’anno di maturazione della presenza di Chat GPT nella vita collettiva, che ha comportato una più diffusa formazione di opinione circa il rapporto tra opportunità e timori per la “sedicente” Intelligenza Artificiale. Secondo il sondaggio recentissimo di SWG, il campione italiano – che rappresenta adeguatamente anche i giovani – vede qui un riflesso sostanziale del modo con cui è stato trattato il dibattito pubblico in ordine a pericoli e allarmi.

Per dirla in sintesi: i timori sono molto più forti della percezione delle opportunità.

Non è strano quindi se rispetto al 2022 sono aumentati del 10 per cento gli italiani che temono le conseguenze dell’Intelligenza Artificiale. Sono passati dal 29 per cento degli intervistati al 39 per cento. Al loro interno si dividono tra chi la teme, nonostante veda in molti casi anche aspetti positivi. E chi vede solo qualcosa di pericoloso e da evitare assolutamente (10 per cento, raddoppiati in un anno). Di contro, arretra il terreno dei tecno-ottimisti. Arretrano i moderatamente ottimisti (passati dal 55 al 45 per cento) e arretrano quelli che nell’Intelligenza Artificiale vedono solo cose buone (dimezzati, dal 18 al 9 per cento).

Difficile pensare un esito diverso. Insomma, nell’anno, il 2023, in cui il fenomeno ChatGpt ha fatto conoscere al mondo le potenzialità di generare testi e immagini come un essere umano, il dibattito (qualcuno si assumerà questa responsabilità?) si è concentrato tutto sui suoi rischi.

Conclusione

Per l’insieme di questi argomenti, il 2023 appare come anno con nuove focalità ma nell’insieme con un carattere fortemente transitorio.

Le guerre sono per ora senza limiti e senza soluzioni.

La crisi della democrazia, dell’occidente, della politica resta dentro una parabola di fatti e commenti da cui non esce né un profeta salvifico né una crisi epocale, così epocale che costringa a rinnovare le fondamenta. 

Anche nel rapporto con le transizioni ambientale e digitale sembriamo accontentarci che la parola “transizione” non ci obblighi ad assumere più responsabilità o a condividere più rischi. Se è in transizione, beh aspettiamo di vedere la prossima puntata.

E questo attendismo fa comodo allo status quo della politica, in generale, ma anche alla rimasticatura della cultura, talvolta in preda alle nostalgie, talvolta capace di sperimentazioni, ma senza nessuna svolta in questo 2023 che faccia mutare gli indicatori identitari.

La transizione non impedisce, naturalmente, i migliori auguri per questo 2024 in cui siamo appena entrati. Con la certezza filosofica che l’acquisizione di qualche insegnamento c’è stata ma anche sapendo che un prezzo per il piccolo inesorabile invecchiamento lo abbiamo pagato.


[1] Uscito come podcast ne Il Mondo Nuovo, 31 dicembre 202. Cf. Il Mondo Nuovo, 31 dicembre 2023. Cf. https://stefanorolando.it/?p=8622. Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/lanno-che-finisce-le-sei-dominanti/

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