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Democrazia Futura. Le due partite a scacchi pensando alla ricostruzione e al nuovo scacchiere multipolare

Bruno-Somalvico

Partendo da queste prime due settimane di guerra calda analizziamo le due partite a scacchi che si debbono giocare quella militare ma anche quella diplomatica pensando poi alla ricostruzione e al nuovo scacchiere internazionale che si disegnerà dopo la fine di questa guerra: “Com passare dallo scontro bellico al confronto diplomatico e alla composizione degli interessi divergenti degli attori in campo. Nella prima parte oggi l’autore cerca di spiegare di fronte agli sviluppi drammatici di queste ore che cosa possiamo trarre come insegnamento dalla storia di quello che viene definito come il “secolo lungo”.

Nella sua seconda settimana di avanzata nel territorio ucraino Putin ha proseguito senza dubbio il proprio accerchiamento sul piano militare puntando decisamente soprattutto verso il Donbass e il Mar Nero mentre, pur progredendo e trovandosi a pochi chilometri dalla capitale, non ha ancora conquistato Kiev lasciando il primato  delle capacità di comunicazione al presidente Zelensky, rimasto eroicamente al suo posto contro ogni previsione.

Contemporaneamente gli incerti negoziati – pur continuando in maniera intermittente e incerta – non hanno impedito il prosieguo delle distruzioni delle città con costi umani evidenti sotto gli occhi di tutti. Il cessate il fuoco non è mai stato rispettato e gli stessi corridoi definiti umanitari se li osserviamo bene su una cartina geografica sono tutti diretti a favorire il deflusso della popolazione verso la Russia e la Bielorussia. E non verso occidente. Una carota avvelenata che lascia presagire anzi pare proprio agevolare l’azione efferata voluta da Putin contro quella parte maggioritaria della popolazione che ciononostante continua ad essere a fianco del suo presidente e disposta a proseguire casa per casa la difesa del proprio territorio anche con azioni di guerriglia e resistenza ad oltranza. Facendo riemergere lo spettro dell’Afghanistan e prima ancora del Vietnam

L’esito militare, date le forze disuguali in campo, sembrerebbe scontato ma potrebbe come ho già scritto alla fine della prima settimana di questa guerra calda, la prima per l’Europa del nuovo millennio, trasformarsi in una vittoria di Pirro per il nuovo zar di Mosca favorendone l’isolamento politico e diplomatico come emerso in occasione dell’approvazione della risoluzione delle Nazioni Unite contro l’invasione dell’Ucraina, approvata massicciamente da ben 141 Paesi e in occasione della quale a fianco della Russia si sono schierati contro solo quattro paesi: Bielorussia, Corea del Nord, Siria ed Eritrea, mentre altri 35 paesi, tra cui la Cina, si sono astenuti. Tutto questo dopo il ricompattamento dell’Unione europea intorno alle sanzioni contro il Cremlino e al sostegno al popolo ucraino e alle azioni umanitarie per agevolare l’afflusso dei profughi.

Questa prima partita a scacchi non si è svolta solo sul piano interno. L’azione militare russa insieme alla reazione dell’esercito e della popolazione ucraina ha conosciuto un’escalation sino ad essere percepita per una minaccia per l’intera europea dopo l’incidente sfiorato nella principale centrale nucleare ucraina. La linea di demarcazione fra il conflitto locale e quello che è diventato nel frattempo, volens nolens, qualcosa di più grande, è stata superata, e non sono bastati i nuovi tentativi di rassicurazione del ministro degli esteri russo Sergerj Lavrov, intervenuto dopo giorni di silenzio che sembravano lasciar presagire una sorta di presa di distanza rispetto a quanto deciso da Putin e dal suo fedelissimo ministro della difesa Sergei Shoigu, per impedire la conferma da parte degli Stati Uniti del proprio sostegno militare all’Ucraina con aiuti per 1 miliardo di dollari all’esercito ucraino e la corsa di veterani statunitensi a combattere per Kiev. Decisioni che, secondo La Repubblica del 6 marzo, preparerebbero la fase due della guerra.

Certo, sinora l’Occidente non ha assecondato la richiesta ucraina sostenuta anche da una parte dell’opinione pubblica dei Paesi Baltici di una no flight zone sui cieli del paese occupato dalla Russia, ma la percezione è che questa prima partita a scacchi giocata da Putin si stia spostando su un terreno sempre più scivoloso e che, dopo l’incendio scoppiato nella centrale nucleare, avrebbe potuto spostare il conflitto in un vicolo cieco ovvero anche vicino all’abisso.

Ne sono certamente consapevoli anche i Russi: un’azione di intimidazione vicino ad una centrale nucleare o di violazione dello spazio aereo ucraino (oggi sotto il controllo russo) o di quello di un paese della Nato, rischierebbe a questo punto davvero di scatenare la Terza Guerra Mondiale.

Il solo avvicinarsi paurosamente di questa prospettiva nefasta, ha già provocato effetti pesanti effetti nell’opinione pubblica interna sia della Russia sia dell’Occidente.

Mai come oggi sembrano riaffiorati comportamenti manichei simili a quelli che avevano diviso il vecchio continente allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Atteggiamenti bellicisti che avevano visto quasi tutte le forze politiche parlamentari schierarsi al fianco delle rispettive armate, ivi compresi i partiti socialisti della Seconda Internazionale, che sino ad allora si erano dichiarati sempre pacifisti, in Francia come in Germania.

A questo rischio faceva riferimento alla fine del suo articolo Shlomo Sand denunciando “La politica del bastone sempre più grosso”, un commento che ha suscitato vivaci reazioni non solo in Israele dopo la sua uscita su Haaretz ma anche nel nostro piccolo in seno alla redazione di una piccola voce come Democrazia futura.

Ad alcuni di noi non è piaciuto il tentativo di equiparare in qualche modo l’invasione di Putin in Ucraina a quella dell’Occidente in Iraq e di iscriverla nella “diplomazia delle cannoniere” praticata nel primo decennio del Novecento da Roosevelt in ossequio alla Dottrina Monroe, ovvero di inquadrare questa guerra (perché non si tratta di un semplice intervento militare come la propaganda putiniana si ostina a chiamarlo) in una sorta di secolo lungo ovvero che risalirebbe a quegli anni o comunque alla prima guerra mondiale e che non sarebbe ancora concluso. 

Tutti noi siamo altresì coscienti degli effetti propagandistici al di là dei nobili propositi di un certo pacifismo neutralista che imperversava in Europa non solo nei primi anni della Guerra Fredda ma ancora alla metà degli anni Ottanta del Novecento. Shlomo Sand era allora fra i grandi sostenitori della sinistra pacifista tedesca. E criticava i socialisti francesi italiani e spagnoli favorevoli al riequilibrio attraverso il riarmo occidentale. Su questi temi discutemmo varie volte sia fra di noi privatamente sia all’interno dei seminari dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi dove studiavamo io per preparare il diploma di Laurea lui un dottorato di ricerca.

Bene fece allora a mio parere Francois Mitterrand di criticare le posizioni dei pacifisti dopo la decisione dell’Occidente di istallare i Pershing e i Cruise di fronte al riarmo sovietico, affermando: strano, i missili stanno a Est e i pacifisti a Ovest”. Come poi ricordò nelle sue memorie l’ex ministro degli esteri sovietico Eduard Shevardnadze, l’elezione a capo del Pcus di Gorbaciov e la sua politica di apertura attraverso la glasnost e la perestroika  non sarebbero state possibili se non ci fosse stato nel decennio precedente da parte della Nato e dei capi di stato dell’Europa occidentale e dei leader paesi occidentali a cominciare dal cancelliere socialdemocratico atlantista tedesco Helmut Schmidt una politica non solo di dialogo politico (Ost Politik) ma anche di fermezza e di reazione sul piano militare attraverso l’istallazione di questi missili per contenere l’aumento delle spese militari e delle armi tattiche e strategiche acquisite dall’Unione sovietica negli anni brezneviani. Eravamo allora ancora nell’Europa di Yalta e della guerra fredda in un mondo bipolare verso il quale vorrebbe tornare per molti versi oggi Vladimir Putin.

Mitterrand come del resto Giulio Andreotti ed altri statisti occidentali non avevano probabilmente tutti i torti quando cercarono di frenare dopo la caduta del muro di Berlino il processo di riunificazione delle due Germanie e tutte le altre conseguenze che esso determinò sino all’altrettanto prematuro ingresso di paesi appartenenti all’ex Patto di Varsavia e di altri paesi appartenenti direttamente all’Unione Sovietica come i Paesi baltici, nell’Unione Europea. Ma la storia conobbe allora un momento di forte accelerazione di certe istanze che poco si conciliavano con i normali lenti tempi della diplomazia, con la conseguenza di allargare ad est l’Alleanza Atlantica e di trasformare profondamente la stessa Unione europea ed appesantirne certi meccanismi interni di cui abbiamo visto le conseguenze negative soprattutto negli ultimi anni con il potere di veto esercitato soprattutto da paesi governati dalle destre sovraniste come l’Ungheria e la Polonia sui processi decisionali in seno all’Unione.

Tutto ciò avvenne attraverso negoziati bilaterali tra la Nato, da un lato, l’Unione europea dall’altro con i singoli Paesi, senza che questi nuovi equilibri geopolitici venissero ratificati nell’ambito di una  Conferenza internazionale comprendente l’altra parte dell’ex mondo sovietico a cominciare dalla Repubblica Russa ma anche Paesi come l’Ucraina, la Georgia e la Moldavia, desiderosi per moli versi di potersi affrancare da una tutela del grande vicino russo.

Negli ultimi tre decenni non solo è cambiato dopo il 1989 il mondo, è cresciuta la potenza economica della Cina beneficiando della globalizzazione dei mercati e l’Unione Europea annovera ancora fra i suoi membri ben 27 paesi dopo l’uscita del Regno Unito.

Ma oggi le cose sono ancora cambiate dopo la decisione di Putin di invadere l’Ucraina, l’inaspettata capacità di resistenza di quest’ultima e la forte presa comunicativa del suo giovane presidente Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj, “servitore del popolo” a capo della coalizione filo occidentale da tre a anni alla guida del Paese da due settimane invaso dalle truppe dell’armata russa.

Viviamo infatti una nuova inedita fase in cui torniamo a vivere con la guerra calda e con i suoi orrori, la parola è tornata alle armi esattamente come dopo l’attentato di Sarajevo e vivo rimane il ricordo di tutto ciò che ne seguì a cominciare dall’attentato perpetrato contro il leader socialista pacifista francese Jean Jaurès e dalla sua morte, che spianò la porta all’Union Sacrée favorendo il ralliement dei socialisti transalpini alla guerra a fianco degli Inglesi e sull’altro fronte il voto dei socialdemocratici ai crediti di guerra della Germania a fianco degli imperi centrali,

Sulle similitudini fra questi due momenti storici a distanza di 108 anni l’uno dall’altro evidenziati da Shlomo Sand alla fine del suo articolo, in questa nuova fase di guerra calda il pacifismo e l’ostilità a questa guerra e la volontà di raggiungere rapidamente la pace senza vincitori né vinti tornano ad essere punti qualificanti che dovrebbero essere tenuti in considerazione e guidare a nostro parere con saggezza l’operato dei nostri governanti.

Principi e valori che dovrebbero essere presi in conto in occasione dell’altra partita a scacchi che l’opinione pubblica deve oggi favorire insieme al cessate il fuoco: penso alla partita diplomatica necessaria per uscire dal conflitto e destinata a disegnare i nuovi equilibri non solo locali ma dell’intero mondo dei prossimi decenni.

Tornerò su questa seconda partita a scacchi nei prossimi giorni.

Dico solo che questa grande conferenza del nuovo mondo multipolare dovrà cercare di ricomporre gli interessi di tutti i grandi attori, evitando piccole e grandi umiliazioni come quelle perpetrate a vincitori come l’Italia e sconfitti come la Germania alla Conferenza d pace di Versailles.

appiamo le conseguenze che tali umiliazioni esercitarono sul futuro dell’Italia con la marcia su Roma nell’ottobre 1922 e su quello della Germania con l’insediamento di Adolf Hitler come Cancelliere del Reich nel gennaio 1933.

La storia non si ripete certo meccanicamente e il fascismo italiano e il nazionalsocialismo sono esperienze storiche definitivamente alle nostre spalle. Parlare di denazificazione dell’Ucraina come ha fatto Putin per giustificare l’intervento è non solo del tutto infondato ma anche risibile e suona come un insulto verso la memoria delle vittime della stagione dei totalitarismi fra le due guerre. Ha perfettamente ragione Emilio Gentile, prendendosela con l’idea del “fascismo eterno” formulata da Umberto Eco, quando denuncia “La pratica dell’analogia […] molto diffusa nelle attuali denunce sul ritorno del fascismo, con un uso pubblico della storia in cui prevale la tendenza a sostituire alla storiografia – una conoscenza critica scientificamente elaborata – una sorta di ‘astoriologia’, come possiamo chiamarla, dove il passato storico viene continuamente adattato ai desideri, alle speranze, alle paure attali“[1], in parole povere a quello che abbiamo tacciato come “presentismo”. In altre parole la lezione della storia serve prima di tutto per  evitare non solo la propaganda di un autocrate ma più in generale certi isterismi e soprattutto il manicheismo indotto dai social e dal “mi piace” “non mi piace”.

Cerchiamo dunque di preparare un nuovo lungo periodo di pace calda evitando di tornare in Russia come in Turchia ma anche all’interno della stessa Europa a nuove forme di autocrazia o peggio ancora di quella che potremmo definire come autocratura che sembrerebbero volerci ripiombare in pieno ottocento nel vecchio scontro fra imperi autoritari e le istanze dei nuovi stati nazionali moderni.

Prepariamola bene questa Conferenza e con essa predisponiamo altrettanto bene un Piano Marshall per la ricostruzione non solo dell’Ucraina ma anche di un’Europa che sappia non solo sfidare ma anche nuovamente interloquire con la Federazione russa e guardare avanti chissà per allargarsi un giorno sino agli Urali. Non è mai troppo tardi per sognare. Anche dopo gli incubi di questa ora sempre più buia.

  1. Emilio Gentile, Chi è fascista, Bari-Roma, Laterza, 2019, 136 p. [la citazione è nel “Prologo, Fascismo eterno ritorno” alle pp.6-7].   
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